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Fallo da ultimo uomo di Trump

Alle ore 2 italiane è iniziata la sconfitta della nazionale statunitense contro le quattro reti del Belgio, che è da annoverare in quella serie di nazionali che oggi competono soprattutto grazie al contributo di decine di giocatori migranti cresciuti nelle grandi metropoli europee. Ciò che però merita attenzione, però, è il tragicomico episodio consumatosi dietro le quinte, prima del calcio di inizio.

Parliamo del caso dell’attaccante Folarin Balogun e della revoca della sua sospensione. Nella partita di sedicesimi contro la Bosnia, la punta americana ha ricevuto un rosso diretto dopo essere entrato in forte contrasto con un giocatore bosniaco. Che l’espulsione fosse legittima o meno poco importa, i casi di rossi ingiustificati ce ne sono a migliaia nella storia del calcio. Ma mai prima d’ora un presidente politico ha mai messo mano, attraverso il vertice FIFA Gianni Infantino, su una decisione sportiva. Trump, seppur professando di essere stato un grande atleta da giovane e un intenditore sportivo, nell’intervista che gli viene fatta in merito alla vicenda dichiara di trovare assurdo che un cartellino rosso possa sospendere un giocatore anche per la partita successiva, dimostrando la sua conoscenza del regolamento calcistico. Prima della partita contro la selezione belga Trump avrebbe chiamato Infantino e contestato la scelta di sospensione contro uno dei loro giocatori più importanti. Poche ore dopo, la direzione FIFA sospende la decisione dell’arbitro e riammette Balogun – inutilmente data la sonora sconfitta di 4 reti a 1.

Quel che si è consumato, allora, è l’ennesimo delirio dispotico di Trump. Non sono una novità i suoi piagnistei e richieste al limite dell’assurdo verso persone, Stati interi o organi internazionali; ma questa volta ad ascoltarlo è stato uno dei suoi più fedeli, il quale immediatamente si è adoperato agli ordini del presidente americano. Il risultato avverso però non si è fatto attendere: accuse e inviti di dimissioni contro Infantino sono arrivate sia da diverse figure importanti del calcio come l’ex allenatore Klopp, che da altre organizzazioni sportive come la UEFA, che ha dichiarato esplicitamente di compromissione della credibilità del mondiale.

Questo caso deve far riemergere il rapporto già consolidato tra Trump e Infantino. Difatti la loro liaison risale al febbraio scorso, quando fu presentata la prima riunione del Board of Peace, quell’organo che dovrebbe governare i “processi di pace” all’interno della Striscia di Gaza (e non solo). Infantino in quella riunione era diligentemente seduto – come lo studente in ricerca delle grazie della maestra – davanti al presidente ultra-liberale argentino Milei. Cosa ci facesse il vertice FIFA tra i sovranisti e adulatori del presidente americano se lo chiese già la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale, tuttavia ritenendo l’agire di Infantino in accordo con la Carta Olimpica, la quale dovrebbe vietare ai propri membri la partecipazione a iniziative politiche. Evidentemente indossare un cappello con la scritta “U.S.A.” – rigorosamente rosso – al fianco di Trump e Milei non è una iniziativa politica!

In generale non è una novità il ruolo di banderuola di Infantino, sempre al servizio del despota che ospita il mondiale. Già in Qatar il presidente FIFA ha fatto di tutto per ingraziarsi il volere dei capitalisti del petrolio nella polemica per impedire alla selezione tedesca di indossare la fascia arcobaleno a supporto delle diversità sessuali e di genere. A dir poco discutibili anche le dichiarazioni relative alle pessime condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici impiegate nella costruzione dei super stadi qatarioti, definendo dignitoso e orgoglioso svolgere un lavoro anche in pessime condizioni – ricordiamo che i decessi sul lavoro in Qatar per via dei mondiali vanno dai 5000 ai 6500. Mentre per questa edizione del mondiale Infantino non si è preoccupato più di tanto di disturbare Trump per quanto riguardasse le diverse delegazioni e staff nazionali bloccati all’ingresso degli Stati Uniti senza ricevere i visti necessari. Esemplare è il caso della nazionale iraniana e il suo staff prima che uscisse dalla competizione: alloggio esclusivamente in Messico e sconfinamento nel territorio statunitense solo in vista di partite designate su quest’ultimo. Nemmeno si è preoccupato dell’importante distaccamento ICE messo a presidiare gli stadi alla letterale caccia di qualche irregolare.

Ora è difficile non vedere la curva discendente del consenso e della credibilità intorno a Trump. La storica sconfitta contro l’Iran è un elemento che già ora – e ancora in futuro – sta scontando in questi termini di soft power. E sul fronte del calcio non si è fatto attendere troppo – giusto il tempo di arrivare agli ottavi di finale – per mettersi contro miliardi di tifosi e amanti del calcio. Lasciando attorno a sé, alla fine, solo quel manipolo tra tecno-capitalisti, vertici dell’industria energetica, politici di destra nel mondo e, infine, il caro Infantino.

Tuttavia, il dato fondamentale dell’intera vicenda rimane principalmente uno: l’ipotesi di un dilagare di un sentimento anti-americano che parla ad una massa internazionale si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa venga sfiorata da Trump immancabilmente alimenta questo sentimento. Ora anche il calcio, lo sport più popolare al mondo e da sempre specchio avanzato dei cambiamenti nella società divisa in classi, sta venendo avvolto da questo sentimento. Il compito nostro, allora, rimane lo stesso: prendere questo sentimento generale, porci le giuste domande e le giuste ipotesi in merito e verificarle nel nostro lavoro di base, affinché sia possibile porre i giusti fini e la giusta direzione a queste faglie che lentamente, ma sempre inesorabilmente, si muovono.

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