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Il battito di ali che scatena la tempesta

Negli ultimi giorni si sono intensificati gli  attacchi sferrati dagli Usa accompagnati da una laconica frase di Trump a certificare la fine della tregua e del memorandum d’intesa con l’Iran. 

Il nodo resta il controllo dello Stretto di Hormuz e, a seguito della ripresa della guerra colpo su colpo, il prezzo del petrolio è salito a 80 dollari al barile. Utilizzando come motivazione l’attacco iraniano ad alcune imbarcazioni che avrebbero provato a forzare il blocco di Hormuz, gli Stati Uniti hanno dato il via ad una vasta campagna di bombardamenti nel Sud e su alcune imbarcazioni iraniane, probabilmente civili. 

Si tratta del bombardamento più intenso dalla firma del memorandum, al quale sono seguite salve di missili e droni verso le basi americane dell’area. Non è chiaro se siamo di fronte ad una ripresa in grande della guerra ma il dato significativo è che il memorandum è saltato e il periodo di pausa che aveva rappresentato è terminato. Come avevamo provato a sintetizzare qui, il memorandum certifica sì la sconfitta americana, ma non aveva risolto le contraddizioni alla base dell’aggressione imperialista determinando un parziale congelamento della guerra. La tregua salta nel momento in cui in Iran volgono al termine i funerali più partecipati della storia e che hanno mostrato quanto la base sociale della Repubblica Islamica sia solida.

Alcune considerazioni a caldo:

  • punto primo: Trump continua a riprodurre una strategia pseudo schizofrenica che lascia intravvedere dietro di sé interessi più profondi, i neocon e i falchi dell’establishement USA stretti in una mutua dipendenza con i monopoli della Silicon Valley hanno solo da guadagnare da una ripresa del conflitto aperto. Come scrivevamo qui “Che la “coalizione Epstein” abbia intenzione di continuare una guerra, magari in altre forme, capace di perdurare per la necessità di colpire sulle catene del valore i nodi sui quali la Cina ha possibilità di alimentare il proprio dominio economico e politico resta l’obiettivo per il prossimo futuro. Forse però stiamo assistendo a un sottile cambio di strategia? Il capitale finanziario ha necessità di cogliere quali sono i momenti in cui frenare le distruzioni che sta compiendo affinché non vadano a suo svantaggio.” ; 
  • in secondo luogo, Netanyahu sembra essere stato preso quasi alla sprovvista, sebbene la prosecuzione della guerra lo renda sicuramente contento in quanto ne guadagna in consenso e perché può riaprire alla possibilità di una guerra ad alta intensità in Libano e di puntare all’occupazione del Sud come per la Striscia di Gaza; 
  • la recessione e la bolla speculativa: per quanto potrà andare avanti questo tira e molla prima di scoppiare in maniera ancora più drastica che nel 2008? La guerra alimenta la bolla speculativa e frena l’economia reale: la crisi energetica provoca aumento dei prezzi, ne consegue una diminuzione del potere d’acquisto accompagnata da inflazione e impoverimento, dunque se diminuisce il consumo globale la crisi di sovrapproduzione si approfondisce. Il tutto vede sullo sfondo un’Europa che sappiamo essere volontariamente tra le vittime sacrificali e che è decisa a non interrompere la propria dipendenza dagli Usa, come ha dimostrato l’incontro della Nato. Nonostante la disponibilità a farsi strozzare, i governi dei Paesi europei vengono presi di mira da Trump insoddisfatto da un aiuto considerato insufficiente degli alleati, di fatto un summit utile a far fare la tirata d’orecchi che ha avuto l’obiettivo di reiterare la necessità di riarmo utile soltanto ad alimentare la bolla speculativa;
  • stiamo assistendo a un processo in cui gli Usa saranno le prime vittime di uno scontro di civiltà da loro stessi teorizzato? Samuel Hungtington agli inizi degli anni 90 parlava di uno scontro basato su cultura e religione probabilmente inevitabile in cui l’Occidente avrebbe dovuto puntare alla propria difesa. Il solco ideologico affondava nel timore del tramonto dell’Occidente e della competizione di altri attori. Gli Stati Uniti, emblema dei cosiddetti valori occidentali, si sono avventurati in una guerra che in realtà lascia loro il fianco scoperto. Lo ha fatto in parte per soddisfare le necessità dei monopoli mondiali dei grandi capitali, di quella che alcuni chiamano la tecno-oligarchia, perché per lo stadio del capitalismo attuale è un’esigenza legata direttamente alla riproducibilità stessa del sistema. L’Iran da parte sua mette in campo qualcosa di più del mantenimento della propria sovranità nazionale, un livello profondo di tenuta nazionale e culturale. Mentre venivano sganciate le bombe si tenevano i funerali più partecipati della storia di cui abbiamo fonti certe. Non sembra essere andata proprio come avevano ipotizzato e auspicato i think tank americani. L’unico a non curarsene è effettivamente Netanyahu che non ha timore a tirare la corda perché la possibilità stessa dell’esistenza del progetto sionista, e dunque dello stato di Israele, è legata a doppio filo con la guerra permanente. 

L’inaccettabilità delle condizioni capestro imposte dall’Iran agli Usa nel memorandum rendono impraticabile la “pace”, dall’altra la resilienza dell’Asse della Resistenza rende impraticabile la “guerra”, se non al prezzo di dover iniziare sul serio un’invasione di terra. In questo stallo le mediazioni sono difficili da immaginare nel breve periodo. L’unico scenario plausibile, e aggiungiamo auspicabile, è che continui la resistenza da Gaza, al Libano fino all’Iran e che imponga costi sempre più alti agli Stati Uniti e Israele. Quella che nel 23 era stata immaginata come una campagna a tutto tondo che avrebbe portato all’affermazione definitiva di Israele e dell’imperialismo americano nell’area, attraverso una guerra totalizzante, si è trasformata nell’epicentro della crisi egemonica Usa, facendo intravedere tra la nebbia che avvolge il futuro la crisi definitiva di Israele. Dal battito delle ali di farfalla della Resistenza di Gaza è nata una tempesta terribile per i padroni del mondo. Nulla è impossibile, nessun potere è infinito. 

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