
UniTo: dentro l’università della guerra digitalizzata e lo human-washing. Accogliamo le sfide del presente.
L’anno accademico a Torino si apre con la decadenza di 19 clausole etiche in materia di dual-use e accordi bellici. Proviamo ad analizzare più da vicino cosa questo significa e di che processo si fa portavoce.
La ristrutturazione in chiave bellica del sistema produttivo sta cambiando il mondo del lavoro. Da ciò deriva una domanda di competenze differenti a cui i percorsi formativi devono piegarsi.
Le nuove tecnologie per la guerra sono la fonte di accumulazione e valorizzazione di capitale più redditizia in questo momento storico, dentro la crisi della globalizzazione. Dall’esperienza dell’Intifada studentesca in poi, è stato strappato il velo di Maya che nascondeva le università dietro una fantomatica neutralità del sapere e della sua produzione. In particolare, si è messa al centro la primaria importanza in termini strategici delle competenze tecniche nelle facoltà STEM, soprattutto per quel che riguarda ora i nuovi sistemi AI. La guerra interna e esterna è infatti il settore di eccellenza dove l’AI può trovare la sua valorizzazione, nonostante le big tech cerchino di nascondersi dietro la facciata di una AI generativa di livello “consumer” – ovvero dedicata all’uso quotidiano “semplice”, come farsi consigliare ricette o farsi riassumere un paper accademico – spacciata per importantissima, ma di fatto economicamente insostenibile.
Dall’altro lato, i poli universitari sempre più autonomi e definanziati devono inserirsi “autonomamente” – benché di autonomo ci sia ben poco quando si è inseriti nel gioco del mercato – nel sistema produttivo e attrarre fondi da aziende esterne.
È in questo contesto che la bolla AI permette di creare un’infinità di nuovi corsi con questo marchio anche nei campi umanistici, o di inserire almeno un esame con questo titolo in ogni percorso di studi. Nella maggior parte dei casi però questi corsi non aprono ad una conoscenza arricchente per la persona e ad un pensiero critico e profondo sull’argomento, ma anzi impoveriscono le capacità cognitive con l’obiettivo di rendere gli studenti dei perfetti esecutori dell’algoritmo del mercato.
Sono 34 i corsi con almeno un esame sull’argomento in calendario per l’anno accademico corrente tra UniTO e Politecnico. In molti di questi corsi non si cela la reale matrice bellica dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, come ad esempio il nuovo master HumanAIze, in collaborazione tra UniTO e PoliTO, finanziato da Leonardo e che non è altro che un percorso avviato per cercare ulteriori finanziamenti da aziende di questo calibro.
Il tentativo è quello di un vero e proprio human-washing della guerra e delle sue tecnologie per legittimarla e darle una cornice di eticità “umana”. Sarebbe fuorviante riferirsi all’eticità come qualcosa di astratto: non si può parlare di un bene o un male assoluti, avulsi dai rapporti economici e politici reali.
Le 19 clausole etiche fatte saltare tra aprile e giugno da UniTO sono il sintomo della direzione che l’università ha intenzione di prendere.
Un esempio lampante di ciò è l’accordo sottoscritto lo scorso aprile con SMAT, azienda che gestisce i servizi idrici di Torino, che dichiara ufficialmente di non escludere ricadute belliche.
Le mobilitazioni studentesche dell’Intifada, nate a seguito della nuova fase di genocidio in Palestina, erano riuscite ad ottenere come prima vittoria – non sufficiente ma necessaria – per contrastare il dual-use della ricerca in campo bellico, quella di un osservatorio sugli accordi tra l’università e le aziende. Tel Aviv dal 2023 cerca di contrastare il boicottaggio accademico attuato da alcune università europee. In particolare l’associazione dei Rettori delle Università Israeliane (Vera) tenta di intimidire le 27 università che in 9 paesi europei hanno deciso di eliminare o limitare le collaborazioni con partner israeliani. Questa operazione viene intrapresa attraverso lettere direttamente rivolte alle università, con pressioni alle autorità nazionali, con oltre 800mila dollari investiti in consulenze legali e minacce di sanzioni economiche. In particolare si cerca di salvaguardare i progetti Horizon tra UE e Israele, progetti che la Commissione Europea di fatto continua a proteggere, e di cui UniTO – sotto queste pressioni – continua a far parte.
L’università è una delle basi dell’intelligenza collettiva e spetta a noi che la viviamo e la nutriamo la decisionalità su come, se e per che cosa fare ricerca. Davanti alla prospettiva di una scelta obbligata tra il precariato infinito e la svendita dei nostri saperi per aziende belliche e big tech schiave degli interessi statunitensi, vogliamo costruirci una terza strada di riappropriazione collettiva del sapere per una vita dignitosa e piena.
Nell’arco parlamentare e nelle istituzioni non c’è una forza politica istituzionale che sappia dare un opposizione alla traiettoria bellicista e che sappia rappresentare la voce di masse di studenti e studentesse – e non solo – che vedono il proprio futuro derubato e il loro presente deteriorarsi esponenzialmente. È proprio in questo vuoto politico che forze di estrema destra stanno trovando il proprio elettorato, essendo gli unici a fare un discorso concreto sulla guerra. Sappiamo che è solo propaganda strumentale e che se anche questi soggetti dovessero salire al governo tradirebbero subito dalla prima all’ultima promessa, allineandosi agli stessi interessi atlantisti. Dunque l’unica opposizione reale alla guerra e all’impoverimento materiale e formativo si costruisce dal basso, nei luoghi di produzione e riproduzione, creando rapporti di forza reali.
In questo scenario, dentro le nostre università, dobbiamo aprire percorsi di contro-formazione per riappropriarci di questi, ed altri, saperi per sottrarli all’utilizzo criminale che ne fanno i padroni del mondo e poterli reinvestire a vantaggio della prospettiva di un’esistenza migliore, per fini autonomi. Dobbiamo intavolare un discorso serio sul rifiuto o la riappropriazione di queste nuove tecnologie e ragionare sulla possibilità di uno sviluppo tecnologico al servizio degli interessi della collettività.
Queste sono tutte domande aperte a cui solo il movimento reale sarà capace di rispondere.
Non tiriamoci indietro alle sfide del presente.
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