
Il pantano ucraino e il consenso alla guerra in Europa
Mentre i vertici UE, sostenuti da una forte scorta mediatica, tentano di mantenere in vita la narrazione della Russia come pericolo bellico imminente per l’Europa, i Volenterosi continuano a promettere armi e finanziamenti al regime guidato da Zelensky verso la quale la solidarietà popolare europea viene sempre meno.
Intanto, se da un lato aumentano le vittime civili da entrambi i fronti, non si placa il meccanismo mortifero del tritacarne del fronte, nel quale migliaia di vite continuano ad essere sacrificate senza che questo degni di attenzione i media mainstream. Il silenzio su quanto accade al fronte fa parte di un disegno preciso: non mostrare i veri effetti della guerra che si prepara per l’Europa. Migliaia di giovani e non, che vengono mandati al fronte a morire in una guerra di trincea di cui non si vede la fine. Se fossero mostrati gli orrori verso cui i le élite globali vogliono condurci sarebbe probabile una risposta di rifiuto dispiegata.
In questi giorni si sono svolti i colloqui tra gli E3 (Francia, Regno Unito e Germania) e Zelensky, per discutere gli avanzamenti del conflitto in Ucraina e preparare i nuovi aiuti economici.
I colloqui sono stati preceduti da uno scambio che ha sfiorato il ridicolo, a partire dalla lettera aperta di Zelensky a Putin in cui veniva formulata una sorta di richiesta di incontro, accompagnato da alcune condizioni che già si sapeva non sarebbero state accolte. Come da copione, la controparte russa ha posto come condizione della pace il controllo del Donbass, l’Ucraina si è rifiutata ed è saltato tutto. Nel frattempo si sono intensificati gli attacchi di profondità nel territorio russo – fino a San Pietroburgo. Contestualmente nelle sedi UE acceleravano i lavori per portare a termine il ventunesimo pacchetto sanzioni – pronto, a quanto dicono, entro una settimana -, che tutto fa pensare tranne che l’Europa voglia porsi come attore pacificatore all’interno del conflitto.
Una guerra di posizione al millimetro, in cui la capacità militare russa si confronta con i frutti dei circa 260 miliardi di euro di finanziamenti degli Stati europei e dell’UE. Uno stallo su cui tuttavia si giocano gli equilibri geopolitici del prossimo futuro, e che si inserisce nella lotta di sopravvivenza egemonica degli Stati Uniti. Washington sembra non investire con particolare convinzione nel teatro di guerra ucraino, per quanto sia interessato affinché lo scenario resti aperto e l’Unione Europea rimanga decisamente dipendente dalle scelte americane. Gli Usa hanno sbloccato un nuovo pacchetto di armi, ma si alza la richiesta di Zelensky per nuovi Patriot che non è chiaro se faranno parte di questo invio.
Nella prospettiva europea di reazione al conflitto in Ucraina, le classi dirigenti dei paesi più industrializzati e, a ruota, degli Stati dell’ex cortina di ferro, leggono delle possibilità che, costruite sulla presunta minaccia russa all’integrità politica ed economica dell’Europa, si basano sulla ristrutturazione economica che si può realizzare a partire dai piani di riarmo comune.
Questo spiega la mediatizzazione così marcata dei soventi sconfinamenti di droni nei paesi adiacenti alle zone di conflitto. Recentemente un drone – probabilmente russo – ha colpito una palazzina nella città rumena di Galati, ferendo due persone. Immediatamente il governo rumeno ha dato la colpa a Putin, invocando l’articolo 4 e l’intervento della NATO. Pur non assecondando la richiesta, capi di stato e rappresentanze istituzionali dell’UE, cogliendo la palla al balzo, hanno utilizzato l’evento come prova del pericolo russo, pericolo per il quale sarebbe necessario avere un’immediata autonomia strategica sotto il profilo militare.
Questa violazione del territorio rumeno rientra in realtà in una situazione praticamente normale da 4 anni a questa parte. Le cause degli sconfinamenti sono da un lato i difetti delle traiettorie balistiche dei droni e dall’altro persino i sistemi di difesa che, intercettandoli, li deviano. Anche degli UAV ucraini sono caduti a più riprese nei territori di confine della Russia, senza destare troppo scalpore.
In questo caso invece – come era già capitato a settembre 2025, in misura molto maggiore – è stato ipotizzato che si trattasse di un drone russo, costituendo dunque per certo un attacco intenzionale.

Le speculazioni in merito sono molte – chi dice sia stato un attacco, chi un errore, chi un’invenzione, chi un drone fatto cadere intenzionalmente dall’esercito ucraino per istigare gli alleati europei -, ma sono piuttosto irrilevanti. Ciò che conta è l’utilità politica di un fatto del genere e come questi viene spesa. Per la Romania, rappresentativa da questo punto di vista di tutti gli altri paesi di recente ingresso nell’UE, nella NATO e con traiettorie di sviluppo influenzate dalla caduta dell’URSS, costituisce un’opportunità ghiotta. Pur facendo parte del circuito economico e finanziario europeo, ne rappresenta un attore gerarchicamente minore rispetto alle principali potenze economiche continentali. La sua economia è cresciuta prevalentemente grazie all’afflusso massiccio di capitali esteri, per i quali aumenta una forma di dipendenza per la stabilità economica e dunque politica del paese. La partecipazione ad un piano di riarmo che attinge anche dai fondi comuni dell’UE rappresenta dunque un’opportunità di crescita economica, seppur sempre inquadrata nella subordinazione all’acquisto di armamenti presso le aziende belliche USA. Così come agitare lo spauracchio dell’articolo 4 si può vedere come una convalidazione dell’appartenenza al campo atlantico sul piano innanzitutto politico, soprattutto considerando la crisi parlamentare ed elettorale iniziata con l’ultima legislatura, che si porta dietro una sfiducia popolare crescente nei confronti delle istituzioni.
Questo episodio si inserisce in una fase di guerra in cui diversi sono stati i possibili motivi di escalation. Dall’attacco alla scuola nella regione di Lugansk che ha causato diverse decine di morti perlopiù giovani, dal susseguirsi di attacchi alla raffinerie in quanto infrastrutture critiche in Russia sino a quello nel cuore del Paese a San Pietroburgo, durante il summit economico russo e, non ultima, la discussione sull’eventualità di posizionare armi nucleari americane in territori confinanti come le Repubbliche Baltiche e la Polonia, è piuttosto evidente che Zelensky sia intenzionato a “tirare la corda” con il beneplacito europeo. Osservando anche le traiettorie seguite dalla NATO – e quindi da Trump – nell’organizzazione di esercitazioni congiunte nei mari del Nord, tutto va nella direzione di mostrare come la formulazione di un accordo che possa contemplare anche una via d’uscita dignitosa per la Russia sia fuori discussione.
Dall’altro lato, se sono evidenti le ragioni che spingono i principali leader europei a sostenere l’Ucraina in una prospettiva di riarmo tendenziale, altrettanto evidenti sono le contraddizioni nelle mani di chi lo sta progettando. L’impopolarità di una manovra del genere, soprattutto in Italia, era ben nota già prima che venisse approvata, motivo per cui il governo Meloni ha tentato in ogni modo di far passare finanziamenti infrastrutturali o di genere non prettamente militare sotto l’ombrello del riarmo, cercando di far quadrare i bilanci e rendere più digeribile la pillola per l’opinione pubblica. E questo ben prima che Trump imponesse agli alleati del Patto Atlantico il raggiungimento del 5% di spesa militare nel PIL. A far traballare la stabilità della situazione è stato poi certamente l’emergere di forze politiche in crescita nel proprio giardino di casa che, come punto saldo dei loro programmi, hanno proprio l’opposizione agli aiuti all’Ucraina, al riarmo e a forme di sudditanza troppo plateali rispetto agli Stati Uniti. L’AfD in Germania, Le Pen in Francia e ovviamente Vannacci in Italia, rappresentano una proposta politica sempre più attraente – di cui abbiamo parlato qui -, che rompe la contraddizione direttamente in seno, quanto meno nel caso italiano, alla destra di governo e che risponde a un sentire particolarmente diffuso tra i ceti popolari.
Non a caso i tentativi di aderire al ribasso ai piani di riarmo si sono intensificati, a partire dai vari interventi di Crosetto e soprattutto di Meloni che annunciano innanzitutto posticipazioni nell’adesione al piano SAFE (Security Action for Europe) – primo capitolo di Rearm Europe – e si lanciano in populiste quanto irreali dichiarazioni sull’importanza di far fronte innanzitutto alla crisi energetica.
Il tutto si riflette pure sugli aiuti promessi all’Ucraina. I paesi europei si svincolano da patti e fondi per finanziare l’acquisto di armi in maniera sempre più decisa. Alla proposta di Mark Rutte – segretario NATO – di destinare lo 0,25% del PIL agli aiuti militari per l’Ucraina, la risposta è stata netta. Persino la Francia e il Regno Unito – dell’Italia non ne parliamo, seppure cerchi di rimanere fedele alla strategia NATO in tutto e per tutto -, irriducibili Volenterosi che si schierano pubblicamente con Zelensky sempre e comunque, hanno risposto con un diniego.
Questo non vuol dire che stiamo assistendo a una rinuncia del partito della guerra ai suoi propositi di riarmo, ma alla presa di coscienza che oltre un certo limite il pericolo di detonazione sociale, in un quadro di tensione e diffidenza sempre più estesa, può non solo diventare reale nella dimensione di movimento sociale – ove si possono e devono fare scommesse politiche -, ma pure nella compagine tutta istituzionale di proposte politiche ultra-reazionarie, ma comunque appetibili. Una dura constatazione che tiene anche conto dei rischi anzitutto macroeconomici di una misura di questo tipo: da dove verranno tolti i soldi per il riarmo in un paese già affaticato, tra manovre di bilancio ridicole e ricatti da Bruxelles a Washington?
Sebbene non ci fosse bisogno di una conferma dall’alto, abbiamo la perfetta cartina tornasole della paura che la prospettiva di un movimento generalizzato contro la guerra possa destabilizzare e dunque ridefinire gli assetti politici tanto italiani quanto europei nel loro complesso.

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