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Jesus Trump e i suoi vassalli.

Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella Commissione von der Leyen, nota per i suoi endorsement all’invio di armi in Ucraina e in generale votata alla sedicente necessità di riarmo per difendersi da qualche fantomatica minaccia all’Europa, prende parola anche sullo scenario bellico in Asia Occidentale. 

“Hezbollah ha trascinato il Libano in guerra, ma il diritto di Israele a difendersi non giustifica l’infliggere una distruzione così massiccia.

I raid israeliani hanno ucciso centinaia di persone ieri notte, rendendo difficile sostenere che azioni così pesantemente repressive rientrino nella legittima difesa.

Le azioni israeliane stanno sottoponendo a grave tensione il cessate il fuoco USA-Iran. La tregua con l’Iran dovrebbe estendersi al Libano.

Hezbollah deve disarmare. L’UE sostiene gli sforzi del Libano per disarmare Hezbollah.”

E’ piuttosto emblematico il tenore del discorso: pur di non affermare che Israele si comporta da entità genocida e senza scrupoli, la priorità sarebbe il disarmo di Hezbollah. Il massimo che si riesce a dire davanti a un massacro come quello sferrato sul Libano qualche giorno fa è questo: è colpa di Hezbollah. La vergogna che si prova all’essere associati a figure come questa in quanto abitanti su suolo europeo è incommensurabile. Israele ha dimostrato di conoscere solo una lingua: quella delle armi e della guerra permanente, questo è il dato di realtà. 

Le elezioni in Ungheria chiudono l’era Orban. Le prime dichiarazioni del nuovo premier sono quantomeno indicative: «Gli ungheresi hanno fatto di nuovo la Storia. Saremo forti alleati dell’Ue e della Nato, correggeremo gli errori del passato» ha detto Péter Magyar.

E’ scontato dire che siamo ben contenti di salutare la caduta di un personaggio disgustoso e autoritario come Orban, ma vediamo anche come il fronte europeo pro guerra, bellicista e servile nei confronti della Nato possa beneficiare di un ricompattamento. Nonostante l’esultanza di Ursula che guarda a questa elezione come fosse la caduta del muro di Berlino, il nuovo leader ungherese ha chiarito di voler andare con i piedi di piombo relativamente agli aiuti per Kiev, sia rispetto al blocco sul prestito europeo da 90 miliardi così come per l’ingresso facilitato dell’Ucraina nell’Ue, ribadendo che non vede vie preferenziali e dando continuità alla linea Orban.  

Ancora una volta risulta chiaro che l’unica reale opposizione alla guerra possa avvenire dal basso e per una contrapposizione popolare e, al contempo, vanno viste queste tendenze come un indicatore a livello più ampio. Il fatto che “abbia vinto l’europeismo” non è di buon auspicio per le classi popolari europee dal momento che abbiamo chiaro il piano degli europeisti per noi: leva obbligatoria, spesa pubblica destinata alla difesa, crisi sociale, welfare a pezzi, riconversione bellica, green deal senza una reale transizione popolare ma anzi con investimenti sul nucleare. 

La possibile sospensione temporanea del Patto di Stabilità, desiderata dal nostrano Giorgetti, non è stata accolta dalla lady di ghiaccio, la clausola di salvaguardia che permette agli stati membri di effettuare una spesa aggiuntiva nel rapporto deficit-pil al 3% in deroga ai limiti era stata attivata per aumentare la spesa nella difesa ma per intervenire sulla crisi energetica no. Da Ursula arriva anzi un monito per l’Italia, come se la misura del governo sulle accise prorogata fino al 1 maggio possa essere considerata una misura che vada esageratamente all’incontro della popolazione: bisogna tirare la cinghia ancora di più, bisogna andarci piano con le misure di “sostegno” perché non bisogna peggiorare il deficit, questo è l’insegnamento che arriva dall’Europa, nonostante la FAO parli di catastrofe alimentare alle porte.  

Qualcosa si muove però: gli agricoltori, gli autotrasportatori e i tassisti in Irlanda hanno bloccato il Paese contro il caro carburanti e l’aumento sui fertilizzanti. Strade e autostrade paralizzate, blocchi alle infrastrutture critiche come raffinerie hanno creato reale preoccupazione. L’unica moneta che possono comprendere i capi di Stato di questa Europa completamente utile idiota di Trump è proprio quella del blocco delle merci, della paralisi delle attività e della circolazione. Il governo irlandese dopo giorni di blocchi ha destinato mezzo miliardo di euro di aiuti per il caro carburante e l’opposizione porta al voto sulla fiducia il governo di centrodestra attuale. In Italia è previsto uno sciopero degli autotrasportatori a partire dal 20 aprile, la Sicilia fa da apripista con il fermo di quattro giorni nei porti siciliani ad opera del Comitato Autotrasportatori Siciliani, il che potrebbe rappresentare un passaggio interessante.

La crisi energetica non accenna ad attenuarsi, probabilmente per evitare allarmismi alle nostre latitudini non si evocano più misure da “lockdown” ma la recessione non si arresterà a colpi di proclami senza concretezza. Trump dopo aver annunciato il “contro blocco” delle navi in entrata o in uscita dallo Stretto di Hormuz, sentendosi un Mosé capace di separare le acque, in realtà dimostra ancora una volta la sua debolezza. All’indomani, il primo dato da registrare è il passaggio di una petroliera cinese, e non è chiaro quanto e come diventerà veramente effettivo il blocco. La pressione americana sui Paesi europei però non cessa, infatti Trump da qualche giorno ha notificato la necessità di iniziare a sminare lo stretto e l’Italia dispone di dragamine, ora Meloni che farà? 

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