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Franz Kafka

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Franz Kafka, scrittore e sognatore insubordinato, era nato a Praga il 3 luglio 1883. L’opera di Kafka non può essere ridotta a una dottrina politica, qualunque essa sia. Kafka non produce parole, crea personaggi e situazioni, ed esprime sentimenti e atteggiamenti. Non è vietato, però, esplorare i passaggi sotterranei e i legami tra il suo spirito antiautoritario, la sua sensibilità libertaria, le sue simpatie socialiste da un lato, ei suoi scritti principali dall’altro. Sono vie di accesso privilegiate a quello che si potrebbe definire il suo paesaggio interno.

Kafka aveva manifestato interesse per la Rivoluzione russa: in una lettera indirizzata nel settembre 1920 all’amica Milena, fa riferimento a un articolo sul bolscevismo che ha fatto una grande e precisa impressione “sul mio corpo, sui miei nervi, sul mio sangue”. È un articolo di Bertrand Russel, intitolato “Sulla Russia bolscevica”, apparso sul Prager Tagblatt del 25 agosto 1920. Questo interesse non dimostra una relazione stretta tra Kafka e i bolscevichi, ma numerose testimonianze contemporanee fanno invece riferimento alla simpatia che ebbe per i socialisti libertari cechi e alla sua partecipazione ad alcune loro attività, quali le riunioni del Klub Mladych (Club giovanile), organizzazione libertaria, antimilitarista e anticlericale frequentata da diversi scrittori cechi. Negli anni 1910-1912, avrebbe partecipato a conferenze sull’amore libero, sulla Parigi Comune, sulla pace e contro l’esecuzione del ribelle parigino, Liabeuf.

Questa sensibilità, egli stesso la definì, non senza implacabile sincerità, in una lettera a Félice Bauer del 19 ottobre 1916: «(…) Io, che molto spesso sono mancato di indipendenza, ho una sete infinita di autonomia, di indipendenza, di libertà in ogni indicazione (…). Qualsiasi legame che non mi creo io, anche contro parti di me, non ha valore, mi impedisce di camminare, lo odio o sono molto vicino a odiarlo». Una sete infinita di libertà in tutte le direzioni.

Un antiautoritarismo attraversa infatti l’intera opera romanzesca di Kafka, in un movimento di “spersonalizzazione” e di crescente reificazione: dall’autorità paterna e personale all’autorità amministrativa e anonima. Non si tratta di alcuna dottrina politica, ma di uno stato d’animo e di una sensibilità critica – la cui arma principale è l’ironia, l’umorismo, quell’umorismo nero che è “una rivolta superiore dello spirito” (André Breton).

I primi romanzi di Kafka – Il verdetto e La metamorfosi – risalenti al 1912, sanciscono l’autorità patriarcale o, per riprendere un commento di Milan Kundera sull’argomento, “totalitarismo familiare”. La grande svolta verso la critica degli “apparati” di morte anonima è il romanzo La Colonia Penitenciaria, del 1914. Sono pochi i testi nella letteratura mondiale che presentano l’autorità sotto un volto così ingiusto e omicida. Non si tratta del potere di un individuo – i comandanti della colonia giocano solo un ruolo secondario nella narrazione – ma quello di un meccanismo impersonale.

L’ambientazione della narrazione è il colonialismo francese. Gli ufficiali ei comandanti della colonia penale sono francesi, mentre gli umili soldati, gli operai portuali, le vittime da giustiziare sono “indigeni” che “non capiscono una parola di francese”. Un soldato “indigeno” viene condannato a morte da ufficiali la cui dottrina giuridica riassume in poche parole la quintessenza dell’arbitrarietà: “La colpa non deve mai essere messa in discussione!” La sua esecuzione deve essere eseguita da una macchina di tortura che scrive lentamente sul suo corpo con aghi che lo trafiggono: “Onora i tuoi superiori”.

Il personaggio centrale del romanzo non è né il viaggiatore che osserva gli eventi con muta ostilità, né il prigioniero, che non reagisce affatto, né l’ufficiale che presiede all’esecuzione, né il comandante della colonia. È la macchina stessa.

L’ispirazione antiautoritaria è inscritta nel cuore dei grandi romanzi di Kafka, El Proceso e El Castillo, che parlano dello Stato – sotto forma di “amministrazione” o “giustizia” – come sistema di dominio impersonale che schiaccia, annega o uccide individui. È un mondo angosciato, opaco, incomprensibile, in cui regna la non libertà.

Guarda “La filosofia di Kafka“:

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