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_ “La mia chitarra uccide i fascisti” Muore Woody Guthrie

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Il 3 ottobre 1967 dopo un calvario durato tredici anni di ricoveri, guarigioni e speranze muore al Queen Hospital di New York, consumato dal morbo di Huntington, il folksinger Woody Guthrie.

Considerato universalmente il padre della moderna canzone di protesta statunitense ha da pochi mesi compiuto cinquantacinque anni.

Registrato all’anagrafe con il nome di Woodrow Wilson Guthrie, nasce, infatti, il 12 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma e a dieci anni già si guadagna da vivere come manovale. Impara poi a strimpellare la chitarra e a comporre brevi filastrocche per il divertimento dei suoi concittadini.

Quando la crisi si fa più pesante parte per cercare fortuna insieme a migliaia di altri disperati e negli anni della Grande Depressione vagabonda per l’America con gli “hobos”, i disoccupati costretti a spostarsi da un lato all’altro degli Stati Uniti alla ricerca di lavori precari. Le esperienze vissute in quel periodo e le storie delle persone che incontra diventano una delle principali fonti d’ispirazione delle sue ballate. La sua vicenda personale di artista “on the road” si intreccia però anche con le grandi lotte operaie, con i movimenti dei disoccupati e con i tentativi della sinistra americana degli anni Trenta e Quaranta di organizzare e offrire prospettive credibili alle grandi masse di quell’immenso paese.

Woody non è al di sopra delle parti e, prima da solo, poi con gli Almanac Singers, garantisce presenza, sostegno e solidarietà alle azioni di lotta. Denuncia l’imbarbarimento fascista e partecipa attivamente alle iniziative per raccogliere fondi da destinare alla Repubblica Spagnola alle prese con quelli che lui considera i maggiori pericoli dell’epoca: il fascismo e il nazismo.

Per non lasciare dubbi sul suo modo di pensare incide sul legno della cassa armonica della sua chitarra la frase “this machine kills fascists” (Questa macchina uccide i fascisti).

Quando una stazione radio di Los Angeles, la WKVD, gli affida la conduzione di un programma di musica popolare, le sue canzoni lasciano la polvere delle piazze e dei bordi delle strade per diventare un patrimonio del folk americano di questo secolo.

Dopo la seconda guerra mondiale, deluso dalla litigiosità interna della sinistra statunitense e perseguitato dalla caccia alle streghe contro i comunisti indetta dal senatore McCarthy, cerca di sopravvivere come può, ma inizia a dover fare i conti con un nemico invisibile che si muove nel suo stesso corpo: la paralisi progressiva, provocata dalla malattia che l’ha colpito.

Nel 1954 entra per la prima volta in ospedale e fino alla morte non avrà più una vita normale. Non per questo rinuncerà a lavorare nei giorni in cui la malattia allenterà la presa.

Quando il suo cuore cessa di battere lascia in eredità al mondo un patrimonio musicale di enormi proporzioni. La sua produzione musicale, infatti, ha spaziato su molti fronti: dalle canzoni per bambini a quelle di lotta, alle ballate, alle canzoni di protesta. Si calcola che siano più di un migliaio i brani da lui composti e destinati a influenzare le generazioni successive di folksinger nordamericani.

Sulla sua esperienza ha scritto nel 1943 un libro autobiografico, “Bound for glory”, da cui nel 1976 è stato tratto l’omonimo film, uscito in Italia con il titolo “Questa terra è la mia terra”, diretto da Hal Ashby, sceneggiato da Robert Getchell e con David Carradine nella parte di Woody.

Quando muore, il vecchio compagno di tante avventure Pete Seeger e suo figlio Arlo chiamano a raccolta amici e discepoli per celebrarlo degnamente. L’idea è quella di organizzare due grandi concerti in sua memoria sulle due coste degli Stati Uniti. Il primo si svolge alla Carnegie Hall di New York il 20 gennaio 1968 e vede la partecipazione di Bob Dylan con la Band, Judy Collins, Tom Paxton, Richie Havens, oltre naturalmente ad Arlo Guthrie e Pete Seeger. Più difficile appare la realizzazione del secondo che, dopo molte trattative e difficoltà, compreso il forfait di Bob Dylan, deciso a sganciarsi dall’eredità di un autore troppo politicizzato come Woody, si svolge molto più tardi dopo all’Hollywood Bowl di Los Angeles. In scena, a rendere omaggio al folksinger scomparso ci sono, tra gli altri, Joan Baez, Arlo Guthrie, Pete Seeger, Richie Havens e Country Joe McDonald. Gli incassi di entrambi i concerti e tutti i diritti relativi vengono destinati alla neocostituita Fondazione Woody Guthrie che ha tra gli scopi principali quello di realizzare una biblioteca a Okemah, il paese natale del folksinger, e di finanziare la ricerca sul morbo che l’ha ucciso.

 

“Odio quel genere di canzone che ti fa pensare di essere un buono a niente.

Odio una canzone che ti porta a pensare di essere nato solo per essere un perdente. Esclusivamente un perdente. Utile a nessuno. Buono a niente. Per il fatto che sei troppo vecchio o troppo giovane o troppo grasso o troppo secco o troppo brutto o troppo di questo o troppo di quello. Quelle canzoni che tendono a buttarti giù o a farsi gioco di te per la tua sfortuna o le tue disavventure.

Io mi sono schierato contro quelle canzoni opponendomi ad esse fino al mio ultimo respiro ed alla mia ultima goccia di sangue. Sono qui per cantare canzoni che ti proveranno che questo è il tuo mondo e anche se ti ha colpito duro e ti ha fatto girare una dozzina di volte, non importa di che colore, taglia o costituzione tu sia, io sono qui per cantarti una canzone che ti faccia sentire fiero di te stesso e del tuo lavoro.

E le canzoni che canto per la maggior parte sono ideate da ogni genere di persone del tutto simili a te.”

Woody Guthrie

 

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