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Capo Cervo Bianco: il “Pellerossa” che ingannò l’Italia Fascista

28 ottobre 1924

Il capo indiano “Cervo Bianco” non era il nativo americano che andava professandosi, né tantomeno si chiamava “Cervo Bianco”, ma era un uomo di nome Edgar Laplante nato a Pawtucket, negli Stati Uniti, il 16 Marzo 1888, da padre canadese (di probabili origini francesi) e madre (sembra) nativa americana.
Laplante non solo si spacciava per il capo Cervo Bianco ( Chief White Elk ), ma anche per il delegato della lega delle nazioni eletto in rappresentanza degli irochesi, a volte forse anche di tutti i nativi americani. Prima dei trent’anni iniziò ad esibirsi con un carrozzone vaudeville per l’America, sposandosi con tale Bertha Thompson, con la quale girovagò in lungo e largo gli States, mantenendosi anche come guaritore e medico. Si costruì una casacca in pelle di daino con pantaloni a frange che, nel 1924, gli permise di diventare molto popolare in Italia, tanto da ricevere gli onori dal regime fascista e truffare due contesse italo-austriache, rispettivamente madre e figlia di sessanta e ventisei anni, entrambe invaghite di lui.
Edgar Laplante sosteneva di discendere da parte di madre da capi indiani irochesi. 
L’occasione di recitare un grandissimo spettacolo arriva nel 1923, quando la Paramount assume la sua compagnia per promuovere un nuovo colossal cinematografico, “I Pionieri” (The Covered Wagon in inglese), e a Edgar viene assegnata la parte del pellerossa.
Il Tour nel 1923 giunge in Inghilterra, ma mentre tutti i compagni di Edgar tornano negli Stati Uniti, “Cervo Bianco” pensa di restare in Europa. Inizia in quel periodo un prolifico numero di spettacoli che lo porterà a esibirsi in moltissimi luoghi fra Francia, Belgio e Inghilterra, specializzandosi in uno show one-man-band dove cantava canzoni che, diceva, avevano la loro origine nei popoli dell’America del Nord. Fra le tante sparate, una in terra inglese viene registrata:

Mio bisnonno, mio nonno, mio padre erano tutti dei capi tribù; io ho ereditato tale titolo e sono l’ultimo di 1600 capi. Io sono quello che ha conferito al Principe di Galles il titolo di «Grande Stella del Mattino». Fra pochi giorni andrò in Inghilterra per ottenere dalla benevolenza di Re Giorgio la protezione per i miei figli indiani.

Nel mentre si sposa con Ethel Elizabeth Holmes, una vedova inglese, convinto che il suo nuovo stato sia quello di bigamo. In realtà, ma lo scoprirà solo molti anni dopo, la prima moglie Bertha è morta di parto, concependo una figlia che egli non conoscerà mai.
La sua fama cresce grazie ai numerosi spettacoli che tiene, e arriva alla fine in Italia, dove giunge grazie a Antonia Khevenhüller di Fiumicello, ricchissima contessa conosciuta durante uno spettacolo in Costa Azzurra. Da Trieste inizia un trionfale tour per le città italiane che lo porterà a esibirsi di fronte a tutte le personalità più importanti dell’epoca, Benito Mussolini compreso, con spettacoli che univano la musica alla richiesta di diritti per i propri connazionali.

Il suo successo nell’ancora giovane partito fascista è trasversale, e lo porta a esser proclamato “fascista ad honorem” a Fiume, a essere accolto come capo di stato ad Ancona e a ricevere una seconda tessera fascista a Bari. Addirittura si fissa un incontro con Mussolini nei giorni del delitto Matteotti, che però salta a causa di un imprevisto.
D’altronde Laplante fa il magnate con i soldi delle contesse, regalando danaro a poveri e vedove e donando generose somme al partito fascista. 
Non riuscirà a farsi ricevere neanche da Papa Pio XI, che però, in compenso, gli fa recapitare due fotografie firmate.
Il 28 Ottobre 1924 interviene a una celebrazione della marcia su Roma che si tiene all’Odeon di Torino, ma ormai è smascherato come truffatore e ripara in Svizzera, dove lo raggiunge un mandato di cattura: aveva dilapidato una fortuna, estorta con l’inganno alle contesse che, in quel periodo, lo avevano mantenuto credendolo davvero un “principe”.
Sarà processato a Lugano, dove gli verranno comminati 12 mesi per truffa, per poi esser estradato a Torino, dove sarà processato e condannato a ulteriori 5 anni, poi scontati a 3.

In carcere conoscerà il letterato antifascista Massimo Mila, il quale certificherà che “non aveva neppure i soldi per comprare il tabacco“. Uscirà fuori dalle sbarre delle Nuove qualche anno dopo, venendo rimpatriato il 27 Agosto 1929 a New York, insieme ai tanti immigrati che in quel periodo raggiungevano l’America via Ellis Island. Secondo il New York Times, nel 1930 aveva ricominciato a fare l’attore in spettacoli itineranti, impersonando forse lo stesso “Capo Cervo Bianco” che lo aveva portato a due passi da uno dei principali capi di stato europei e a vivere una vita sfarzosa oltre ogni immaginazione. Morì nel 1944 a Phoenix, in Arizona.

Guarda “Cervo Bianco, il “principe pellerossa” che ingannò Mussolini [AperiStoria 111]“:

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pubblicato il in Storia di Classedi redazioneTag correlati:

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