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Unipa – riparte l’anno, ripartono le lotte

In una stagione particolare dei movimenti, a cui mal si attaglia la tradizionale metafora dei flussi e dei riflussi di marea, essendo sempre più stretto ed evidente il legame tra un ciclo di mobilitazioni ed il seguente in una continuità tendenzialmente insoluta (non solo cronologicamente, sempre più labili vanno diventando pure i confini tra mobilitazioni studentesche, lotte operaie, movimenti territoriali), e dopo la grande mobilitazione degli studenti medi, che in centinaia di migliaia hanno riempito, neanche una settimana fa, le strade e le piazze sulla base di parole d’ordine che sono riuscite a tenere insieme le questioni studentiste, anche minime, ad una critica radicale della crisi così come viene illustrata e conseguentemente agita dalla governance capitalista. Un comando che, anche al netto delle distorsioni italiane, appare ovunque in una progressiva incapacità, non solo ad affrontare una crisi che è nella natura stesso dei meccanismi di produzione e predazione neoliberisti ma anche a, sia pure solo propagandisticamente, mostrarsi come interlocutore legittimo e rappresentativo lasciando trapelare, con maggiore crudezza ogni giorno che passa, la brutale concretezza dei rapporti di forza reali tra governi e grande capitale internazionale.

Ciò a cui assistiamo, in questo quadro, è il progressivo spostarsi dei discorsi prodotti anche dai media mainstream. Con un crescendo delle dissonanze rispetto alle narrazioni, fino a pochissimo fa unanimi, che chiamavano all’austerity, al sacrificio nazionale. Una narrazione sempre più in difficoltà a fronte delle lotte che un po’ ovunque si vanno generando.

Un’introduzione che guardi alla situazione sulla scala dei macro-fenomeni politico economici può sembrare di primo acchito inadatta a spiegare quello che si sta muovendo in questi giorni nelle facoltà dell’ateneo palermitano sulle questioni minuscole del nuovo statuto o delle mille clientele che spogliano l’università. Pare però più che adeguata a parlare delle ragioni che portano a mobilitarsi i tanti (non ancora il 99% ma quasi) che in questi primi giorni si stanno muovendo ed informando. A generare la rabbia e l’indignazione, non è uno statuto su misura per le tante e multiformi baronie, né un’università che piuttosto che divenire quell’istituzione del bene comune reclamata a gran voce dagli studenti è sempre più luogo di sfruttamento e rapina del lavoro cognitivo. Dietro questi pretesti vive il rifiuto, ormai globale, per il capitalismo, modello di sviluppo che si è comprovato come dannoso ed insostenibile.

Tutto questo comincia già a precipitare in mille occasioni, a partire dall’assemblea di questo pomeriggio a lettere sulla nuova governance accademica ed il riordino dei corsi e dei dipartimenti.

 

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