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Escalation in Medio Oriente: si allarga il conflitto tra Iran, Libano e paesi del Golfo

All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si amplia il raggio degli obiettivi colpiti.

da Radio Blackout

Le immagini che arrivano sono poche, e questo contribuisce ad abbassare l’attenzione mediaticae la percezione della gravità della situazione. Non vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come spesso viene riportato attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città di Teheran è sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che cresce di giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in ginocchio l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere. 

Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa 850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra. Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale, richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli obiettivi israeliani.

Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il Manifesto.

Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni, abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni dei paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio nel conflitto.

Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station, associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si può seguire qui.

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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