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Hong Kong – Lotta di classe con caratteristiche confuciane

I portuali del terminal di Kwai Tsing di Hong Kong scioperano contro l’uomo più ricco dell’Asia dal 28 marzo. Vogliono aumenti salariali e più sicurezza sul posto di lavoro. Sullo sfondo l’invasione delle “cavallette” del continente e l’ombra del capitalismo autoritario cinese. Fotoreportage dal fronte del porto.

  

Vogliamo più soldi, ma combattiamo anche il capitalismo. Vogliamo che il boss vada in malora con tutta la sua baracca”. Lui ha trent’anni, fa il gruista, i suoi capelli multicolore e rasati ai lati della testa rivelano una certa predilizione per il punk. Non si capisce bene se rappresenti le idee di tutti o solo le sue. Probabilmente una via di mezzo. Si chiama Adrian Leung, nome inglese e cognome cinese-cantonese che ben sintetizzano la natura profondamente ibrida di Hong Kong.

Il “boss” è Li Ka-shing, “sir” per la Corona britannica in virtù del suo filantropismo, uomo più ricco dell’Asia e ottavo nella classifica globale di Forbes, presidente del gruppo Hutchison Whampoa e operatore della maggior parte dei terminal per container al mondo.

Lo sciopero dei portuali di Hong Kong è cominciato il 28 marzo, quando la Hongkong International Terminals (HIT) di Li si è rifiutata per l’ennesima volta di incontrarli. Sono circa quattrocento, tutti locali, tutti uomini e tutti lavoratori in affitto, tra i venticinque e i sessant’anni. Si sono accampati con tende e materassi di fronte all’ingresso del terminal di Kwai Tsing a Kowloon – la zona peninsulare dell’ex colonia britannica – dopo che la locale corte suprema ha imposto loro di sloggiare dall’interno dei docks.

Da tempo chiedono due cose: più soldi e migliori condizioni di lavoro. Adrian sta sulla gru per turni di dodici ore filate e prende settecento dollari di Hong Kong al giorno (circa settanta euro). Ogni dieci giornate di lavoro ne ha una libera. Alla fine guadagna tra i 18 e i 20mila dollari al mese (1.800-2mila euro), cifra che a noi sembra niente male, ma che per Hong Kong – dicono in coro i portuali – è una miseria: “Qui ce ne vogliono almeno 40mila per avere una vita decente”. Il salario è rimasto lo stesso dal 1997 e in termini reali è quindi sceso. Chiedono un aumento del 17 per cento.
Non posso fermarmi neanche per mangiare o fare i miei bisogni”, racconta Adrian. All’interno della gru hanno ricavato una latrina e li fa direttamente lì, con il risultato che – dice lui – “lavoro e mangio di fianco alla mia merda”.

Il “boss” non li ha ascoltati: la HIT continua con i “no comment” dopo avere inizialmente dichiarato di non avere nulla a che fare con i lavoratori a contratto. Loro dipendono infatti da agenzie appaltatrici per lo più invisibili, di cui conoscono il nome e poco più. Sono quattro o cinque, i portuali non sanno neanche quale sia la loro sede legale e chi sia il vero padrone. Hanno rapporti con un intermediario che li inquadra e li smista a seconda delle necessità e Adrian, a volte, è spedito a lavorare con i pescatori del porto invece che sulla gru.

I dockers mirano quindi al bersaglio visibile, quello grosso: Li Ka-shing, ritenuto responsabile di tutto il sistema. “Se perde la faccia – dicono – sarà costretto a trovare qualche rimedio lui”. Lotta di classe secondo caratteristiche confuciane: mirare alla dignità, alla virtù, al riconoscimento sociale di “sir” Li. Altrimenti detto, alla sua faccia (mianzi in cinese).

Dopo l’iniziale agitazione spontanea si è mosso anche il sindacato. È la Confederation of Trade Unions (CTU), organizzazione di ispirazione democratica alternativa alla maggioritaria Federation of Trade Unions (FTU), diretta emanazione di Pechino. La posizione di quest’ultima “è estremamente ambigua. Non hanno mai appoggiato esplicitamente lo sciopero, di fatto stanno con il management”. A parlare è Au Loong Yu, fondatore della Ong Globalization Monitor e di China Labor Net, un sito di collegamento tra le lotte operaie in Cina, Taiwan, Hong Kong, e quelle del resto del mondo. Lui, sia militante sia giornalista, ha scritto un libro intero (China’s rise: strength and fragility) sul “capitalismo autoritario”, formula che per Au sintetizza la metamorfosi dello Stato cinese.

La Hong Kong di oggi, pur nella sua autonomia formale dalla Cina, appare proprio questo: un’alleanza paradossale tra il capitalismo più deregolato del mondo e il governo teoricamente comunista della porta accanto. Del resto gli stessi portuali non si fanno illusioni sul sostegno della FTU: “È un sindacato giallo”, dicono, quinta colonna delle politiche neoliberiste di Pechino.

Azione diretta, quindi, e non sono soli. I compagni con contratti più stabili per ora non li sostengono: “Ormai sono solo il venti per cento del totale e si tengono stretto il lavoro”, commentano al terminal di Kwai Tsing. Tuttavia, una rete di militanti di sinistra si è immediatamente mobilitata. “La prima è stata un’organizzazione giovanile che si chiama Left21 – racconta Au – poi si è formata Solidarity with the Dockworkers’ Strike, una coalizione di gruppi locali che comprende sigle sindacali, ong e comitati”.

Percorrono la metropoli a caccia di Li Ka-shing. O meglio, della sua faccia. Del resto, lui è così potente che lo si trova dappertutto.
Stazione del metrò di Mei Foo, a poca distanza dal terminal. Sono quasi tutti giovanissimi, portano fascette rosse attorno alla testa, stanno assediando il supermercato ParknShop, di proprietà della Hutchison Wahmpoa. Gridano slogan lanciati da un’agguerritissima quanto graziosa pasionaria, invitano a boicottare i prodotti della grande catena di distribuzione. Poi entrano. I commessi loro coetanei assistono impassibili mentre i ragazzi distribuiscono volantini. Uno finisce anche in mezzo al bancone dei broccoli. Fuori dal supermercato, c’è un banchetto che raccoglie fondi a sostegno della contrattazione collettiva.

Di nuovo fuori dai docks, dove quattrocento uomini stanno sdraiati tra tende e vettovaglie portate da hongkonghesi solidali. Ogni tanto qualcuno scandisce slogan in un microfono, oppure semplicemente parla. Seguono applausi. Ma la maggior parte dei lavoratori non fa una piega: “Ong, comitati e gruppuscoli politici arrivano qui, scattano due foto, si fanno un po’ di pubblicità e poi se ne vanno”, commenta Adrian. “Noi non eravamo iscritti al sindacato, l’abbiamo fatto tutti dopo l’inizio delle agitazioni”.

Questa è la prima grande lotta a Hong Kong, dopo anni di perdita della combattività operaia. A far perdere potere contrattuale ai portuali – spiega Au Loong Yu – ci fu negli anni Ottanta la scelta dello stesso Li Ka-shing di trasferire gran parte del traffico su Shenzhen, il retroterra di Hong Kong nella Repubblica Popolare, la zona economica speciale per definizione, sinonimo di boom cinese. Questo spezzò la lotta. Con una Cina gravida di forza lavoro a basso costo dietro le spalle, completamente aperta a investimenti e delocalizzazioni, per la classe operaia della città-Stato iniziarono i tempi grami. “Anni fa i metalmeccanici e gli edili hanno scioperato per settimane – racconta Au – ma in genere le agitazioni sono rare”.

Oggi qualcosa di nuovo sta nascendo, anche se non si capisce bene che esito avrà. “Non si può sapere come andrà a finire – dice ancora Au – ma per il momento il morale dei lavoratori in sciopero è alto e le donazioni hanno raggiunto già i due milioni di dollari”.

È il quadro legale di Hong Kong a favorire l’azione diretta: “Il diritto di sciopero è nella costituzione, ma non ci sono leggi specifiche che lo regolano. Per cui le agitazioni iniziate dai lavoratori, anche senza l’approvazione dei sindacati, non possono essere considerate illegali. Non c’è differenza formale tra uno sciopero autoproclamato e uno indetto dalle confederazioni. E dato che non esiste neppure una legge sulla contrattazione collettiva – continua Au – da un lato il management non è tenuto a confrontarsi con i sindacati, ma dall’altro le organizzazioni possono indire uno sciopero ogni volta che lo ritengono necessario”.

Poi, certo, c’è l’incombere della Cina alle spalle, che crea un nesso immediato tra lotte sindacali e politiche. Visto dal terminal di Kwai Tsing, il Dragone non è altro che il capitalista autoritario descritto da Au, quello che sta con Li Kaishing e che in più, se fagociterà sempre più la regione amministrativa speciale, ti impedirà anche di scioperare.

In prospettiva inversa, Hong Kong potrebbe rappresentare il futuro di tutto il Celeste Impero alle prese con la propria ciclopica transizione, almeno nei sogni della leadership di Pechino: un enorme shopping mall da sette milioni di abitanti, tanti soldi che circolano, ceto medio soddisfatto, capitalismo realizzato in un “armonioso” controllo politico. Del resto, nella regione amministrativa speciale non c’è suffragio universale e ai suoi vertici governa un “amministratore delegato” (xingzheng zhangguan in cinese, chief executive in inglese), eletto da un ristretto gruppo di notabili.

Tuttavia, la ripresa dei conflitti di classe dopo anni di silenzio e il diffuso fastidio degli hongkonghesi per tutto ciò che sa di “continente”, inquietano Pechino. “Anche in Polonia cominciò così, con i portuali”, osserva Alex Hofford,  fotografo britannico che scatta a ripetizione tra le file di portuali sdraiati davanti al terminal. Fu l’inizio della fine per il socialismo reale dell’Europa Orientale. È un ricordo evocativo, ma le analogie forse si fermano qui.
Deregulation selvaggia, pochi diritti, ma tutto estremamente “cosy”, secondo tradizione coloniale britannica: Hong Kong appare piuttosto il trionfo dell’utopia capitalista in una striscia di terra dove sette milioni di persone sono pressate dalle “cavallette”, nome con cui i locali designano i cinesi che, sempre più numerosi, arrivano a fare shopping da nord.

I dockers del terminal di Kwai Tsing sono un primo cuneo nell’ingranaggio del capitalismo autoritario o l’ultimo colpo di coda prima dell’armonizzazione? Con la loro azione diretta, con la solidarietà diffusa che ottengono nella società, con la capacità di fare contro-marketing ai danni della “faccia” di un anziano tychoon confuciano, rappresentano una nuova forma di conflittualità operaia o la riverniciatura al passo con i tempi di una lotta retrospettiva? Adrian, gruista punk, ha già la sua risposta: “A Hong Kong non c’è futuro, sta diventando come la Cina. Proteggono i ricchi e non c’è libertà di parola. Io sogno una vita più rilassata, senza troppe pretese, direi in Thailandia o in Malaysia”. Ma intanto resta lì a fare la rivoluzione.

da www.autistici.org/parmantifascista

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