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La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

Di Lisa Ferrelli da Sardegna oltre la cronaca

Dentro è fuori. L’antropologo francese Marc Augé inserisce anche gli aeroporti nella categoria dei cosiddetti “non-luoghi”. Imbarco, sbarco, controlli. Spazi alienanti e transitori in cui le persone che li attraversano vengono inglobate tendendo all’anonimato e diventando – in questo caso – passeggere. Quello che però sostiene chi critica la teoria dei non-luoghi di Augé, è che qualsiasi luogo, anche quello più asettico, può assumere un significato particolare per un gruppo di individui. E che il concetto di vuoto sociale, nello sguardo che considera l’essere umano come animale sempre relazionale (con la vita così come con l’ambiente in sé), difficilmente sussiste.

Domenica mattina, l’aeroporto di Cagliari Elmas è stato tutto fuorché un non-luogo. La chiamata alla mobilitazione è arrivata da Unica per la Palestina, collettivo informale di studenti e studentesse dell’Università di Cagliari nato per fermare gli accordi tra UniCa e Israele, in solidarietà col popolo palestinese. “Scendiamo in piazza come fronte unito in diverse città sarde – scrivono – per manifestare contro la presenza sionista nelle nostre università, contro il turismo sionista e contro i gravi fenomeni che brutalizzano il nostro territorio”.

L’appuntamento nello scalo sardo era legato alle proteste conseguenti l’arrivo (iniziato da circa un mese) di voli provenienti da Tel Aviv. Il sospetto di chi manifesta è che a bordo vi siano riservisti dell’esercito israeliano accompagnati dalle famiglie per trascorrere un periodo di “decompressione” in Sardegna, ma non solo. Ancora prima, è il collegamento diretto tra la Sardegna e la città israeliana ad alimentare la base del dissenso, dal punto di vista del “legame” con uno stato accusato di genocidio ma anche rispetto a un’altra questione, forse la più centrale di tutte: la partecipazione di civili all’attività militare è considerata un tratto distintivo e identitario della storia di Israele.

È previsto infatti un servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni (2 anni e 8 mesi per gli uomini e 2 anni per le donne) che riguarda anche i cittadini israeliani all’estero e chi ha doppio passaporto. Tracciare quindi una linea tra civili e militari, tra chi è parte attiva o meno dell’oppressione del popolo palestinese (considerato anche il fatto che dopo il periodo di leva obbligatoria si viene solitamente inseriti nelle liste dei “riservisti”, pronti ad essere mobilitati in caso di necessità) può essere difficile. Ma il tempo del genocidio non ammette indifferenza, soprattutto tra le fila di chi cerca di porre l’attenzione verso la sistemica negazione del diritto all’autodeterminazione che caratterizza da decenni la vita delle persone palestinesi. E la complessità ottiene quindi come reazione un messaggio che passa in maniera univoca e che accoglie chiunque esca dal terminal arrivi. “Sionisti andate via”, “Stop al genocidio, sionisti ammazza bambini”.

La cronaca dei fatti

Dentro, al piano terra dell’aeroporto Mario Mameli di Elmas, i passeggeri del volo in arrivo da Tel Aviv escono dall’area extra-Schengen. Il volo LY05487 atterra alle 9:35. Ad accogliere chi arriva c’è una comitiva di circa cinque persone, due di loro sventolano una piccola bandiera israeliana. Le porte si aprono e sono loro a salutarli e a dargli il benvenuto in terra sarda. Una delle prime persone a varcare la soglia è una donna, ha con sé una grande valigia scura. La comitiva la accoglie e la informa del fatto che nello spazio esterno è in corso una manifestazione pro Palestina, suggerendole altre uscite. «Io sono italiana ma amo Israele – risponde – allora uscirò così». Si inchina, apre la valigia e tira fuori una bandiera israeliana dirigendosi verso l’uscita, nell’applauso della comitiva di supporters. Con una mano tiene il bagaglio, con l’altra sventola il vessillo bianco e blu.

Fuori, nel marciapiede esterno tra l’ingresso A e l’ingresso B dell’area arrivi, è il luogo del dissenso. La donna esce, alza in alto la bandiera mentre quelle che in totale sono una quarantina di persone in protesta sventolano bandiere palestinesi, tengono alti vari striscioni e gridano in coro. “I criminali di guerra non sono benvenuti”, “Palestina libera”, “Vergogna”. Lo scontro è verbale, ma la Polizia si frappone mantenendo le distanze. La donna ride e manda baci ai manifestanti. Tra questi ultimi c’è chi si rivolge al dispiegamento di forze dell’ordine (una ventina di agenti della Polizia di Stato, con la Digos presente sul posto) chiedendo perché non interrompano la provocazione. La risposta ribadisce le disposizioni emanate 24 ore prima: “non potete inseguire le persone”.

Le prescrizioni della Questura volte a garantire “i rigorosi standard di sicurezza, fluidità della circolazione pedonale e veicola” dell’aeroporto, circoscrivono tempi, luoghi e modalità di svolgimento della manifestazione. I partecipanti dovranno permanere “esclusivamente” sul marciapiede esterno dell’area arrivi. Non si possono seguire o affiancare i passeggeri, la protesta deve essere statica, non sono ammesse forme di contestazioni “dirette” nei confronti dei passeggeri. E i volti devono essere scoperti. Le forze dell’ordine filmano ogni minuto della protesta ma per l’occasione «non c’è un’organizzazione particolare», spiegano. «Anche perché la situazione è abbastanza tranquilla, si vuole garantire il dialogo». Nel frattempo, il numero di persone che varcano la soglia degli arrivi aumenta.

Dentro, la comitiva filo-israeliana resta in postazione, bandierine alla mano. Ribadiscono il loro benvenuto: alcuni ricambiano, altri no. Si guardano intorno, ma non vogliono parlare. Anzi. Evitano domande però chiedono di “provare” che chi scrive sia davvero una giornalista: «Ma io non ci credo», ridono. Uno di loro scatta delle foto, segue e punta l’obiettivo sulla giornalista in modo continuativo, all’interno dell’area aeroportuale così come all’esterno, restando per diverso tempo a distanza ravvicinata. Alla richiesta sul perché insista col seguire e scattare, risponde: «Perché faccio quello che voglio». Una condotta che sembrerebbe travalicare la generica documentazione dell’evento.

Nel frattempo, fuori, la protesta non si ferma. Un uomo esce dalle porte scorrevoli dell’aeroporto, attraversa il presidio e, senza fermarsi, sibila: «Stupidi». Pochi minuti dopo una donna sfila davanti ai manifestanti sollevando una collana con quella che appare come una stella di David; ride in faccia al gruppo. Le risposte restano corali: bandiere al vento, striscioni in alto. «Pace, giustizia e libertà per il popolo palestinese», recita un cartello. «A foras sos sionistas», si legge su un altro. Spunta anche «baby killers», in riferimento a quanto di recente confermato anche dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu. Bambini e bambine palestinesi sarebbero stati deliberatamente presi di mira e uccisi da forze di sicurezza israeliane, elemento – sostenuto da prove – ritenuto rilevante per valutare l’intento genocida. “Una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”, si legge nel rapporto.

Non mancano però anche attestazioni di solidarietà: alcune persone che lavorano in aeroporto si fermano e, a margine, esprimono accordo con il presidio, prevedendo un’estate segnata da «queste tipologie» di nuovi arrivi. L’aria, nel caldo di fine mattina, pulsa sul coro: «Pa‑le‑sti-na li‑be‑ra». Sono le 11:30 e le persone in protesta lentamente, se ne vanno.

(non) Luogo

Dentro è fuori, e viceversa. La Palestina entra ed esce dai terminal insieme ai passeggeri diventando causa universale, senza sospensioni. La continuità del transito incontra la continuità del dissenso, secondo l’idea che nemmeno (o forse, soprattutto) un aeroporto debba restare neutro: in tempi di genocidio, anche i luoghi di passaggio possono diventare luoghi di posizionamento. È lo sguardo a determinarli.

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