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Perù: in un paese profondamente diviso, la destra di Fujimori vince alle presidenziali

Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Perù si salda con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli erano valse accuse di genocidio).

Il 50,1% dei voti per Fujimori contro il 49,9% per Roberto Sanchez, il candidato della sinistra, dipingono un paese profondamente diviso: le zone centrali e costiere hanno votato per Fujimori, mentre le province più povere, soprattutto le zone andine – culla del conflitto armato interno che ha scosso il Perù tra il 1980 e il 1997 – si sono espresse a favore di Sánchez.

Al di là delle profonde contraddizioni sociali e geografiche del Perù, e del loro risvolto elettorale, Il paese andino è reduce da una lunga serie di scandali di corruzione e mala-politica che hanno visto una interminabile fila di presidenti ed ex-presidenti incarcerati – da Fujimori a Pedro Castillo. Castillo è stato il primo presidente marxista del Paese, un maestro rurale delle zone andine: eletto nel 2021, è stato da subito fortemente osteggiato dall’establishment peruviano e dalle Camere, ed infine deposto dall’esercito e dalla Vice-Presidentessa dopo poco più di un anno di governo. Proprio contro quello che era stato percepito come un golpe ai danni del primo presidente di sinistra del paese erano esplose enormi proteste che avevano coinvolti giovani, contadini e altri settori sociali e che avevano paralizzato il Perù per mesi.

Abbiamo parlato con Daniele Benzi che vive a Lima ed insegna all’Universidad Pontificia del Perù, delle elezioni, dei conflitti sociali peruviani, del ruolo della diaspora e della collocazione del paese andino all’interno del più ampio scenario latinoamericano.

Da Radio Blackout

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