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Israele dichiara guerra anche agli aquiloni di Gaza

Dopo aver distrutto scuole, ospedali e case, Israele trasforma anche il gioco dei bambini palestinesi in una «minaccia letale». Aquiloni di carta senza esplosivi vengono equiparati ai droni e diventano il nuovo pretesto per minacciare bombardamenti e sfollamenti nella Striscia.

Da Osservatorio Repressione

A Gaza anche far volare un aquilone può diventare un «atto di guerra». Non è una metafora. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di intervenire «immediatamente e con forza» contro il lancio di aquiloni dalla Striscia, stabilendo un principio che nella sua assurdità descrive perfettamente il livello raggiunto dalla politica israeliana nei confronti della popolazione palestinese: «Un pallone è come un aquilone e un aquilone è come un drone, con o senza esplosivi». Benjamin Netanyahu ha rincarato la dose ordinando alle forze armate di fare «tutto» contro quella che ha definito una «minaccia letale».

La sproporzione tra la presunta minaccia e la risposta annunciata sarebbe grottesca se non riguardasse un territorio devastato da quasi tre anni di bombardamenti, assedio, fame e sfollamenti. Gli aquiloni recuperati nei giorni scorsi nei pressi degli insediamenti israeliani al confine con Gaza sono stati controllati dagli stessi militari. Non contenevano esplosivi né materiali sospetti e, secondo quanto riferito dall’esercito, non costituivano alcun pericolo. Erano aquiloni. Aquiloni di carta provenienti da una terra nella quale per migliaia di bambini giocare significa cercare per qualche minuto di sottrarsi alla quotidianità delle macerie.

Non è bastato. Netanyahu e Katz hanno annunciato che, se il fenomeno continuerà, Israele intensificherà gli attacchi contro Gaza e potrà ordinare l’evacuazione della popolazione dalle zone indicate come luoghi di partenza di aquiloni, palloni o droni. Non viene dunque minacciato soltanto chi fa volare un aquilone: intere aree abitate potrebbero essere sottoposte a nuovi sfollamenti. Ancora una volta una categoria militare viene estesa fino a inglobare la vita civile e a trasformarla in bersaglio potenziale.

È necessario essere precisi: non risulta un ordine israeliano formulato letteralmente come «sparare a qualsiasi bambino che faccia volare un aquilone». La realtà documentata è comunque gravissima. Katz ha dichiarato che chiunque «organizzi, lanci o consenta» questi lanci dovrà essere colpito con la massima severità, mentre Netanyahu ha parlato di attaccare chi li effettua e i luoghi dai quali provengono. Quando la maggior parte di quegli aquiloni appartiene ai bambini, la conseguenza concreta è evidente: un gioco infantile viene inserito dentro la logica dell’obiettivo militare.

La minaccia ha già prodotto il suo primo risultato. Non militare, ma sociale. I comitati popolari che gestiscono campi e rifugi per gli sfollati hanno chiesto alle famiglie di impedire ai bambini di far volare gli aquiloni. Non perché li considerino pericolosi, ma perché temono la reazione israeliana. «Non per limitare l’infanzia dei nostri bambini», hanno spiegato, «ma per proteggere le loro vite innocenti». A Gaza sono dunque gli stessi genitori palestinesi a dover togliere dalle mani dei figli uno degli ultimi giocattoli rimasti, perché un aquilone che attraversa il cielo potrebbe diventare il pretesto per un bombardamento.

È difficile trovare un’immagine più potente della condizione imposta all’infanzia palestinese. Migliaia di bambini sono stati uccisi, feriti, mutilati o resi orfani. Molti vivono nelle tende, dopo aver perso la casa. Scuole e strutture sanitarie sono state distrutte o danneggiate, intere famiglie cancellate, la malnutrizione e l’assenza di cure hanno accompagnato le bombe. Adesso persino alzare gli occhi verso il cielo per seguire un pezzo di carta colorata diventa un’attività da evitare.

E proprio mentre Israele costruiva il nuovo allarme degli aquiloni, continuava a uccidere. Il 23 agosto attacchi israeliani hanno provocato almeno due morti, tra i quali un bambino di quattro anni, e sette feriti secondo fonti sanitarie palestinesi. Il giorno successivo altri attacchi e colpi di carro armato hanno ucciso almeno quattro palestinesi, tra cui due bambini. La tregua continua così a esistere soprattutto nel lessico diplomatico: secondo i dati riportati da Reuters, più di 1.280 palestinesi sono stati uccisi dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

La memoria del 2018 viene utilizzata per costruire la giustificazione. Durante la Grande Marcia del Ritorno furono effettivamente utilizzati aquiloni e palloni incendiari per provocare incendi oltre la barriera israeliana. Ma proprio qui sta il punto: gli aquiloni ritrovati oggi non trasportavano materiale incendiario. Equiparare automaticamente un aquilone di carta a un drone armato significa cancellare deliberatamente la differenza tra un oggetto innocuo e un’arma.

È un meccanismo che Gaza conosce bene. Prima si costruisce una categoria sufficientemente larga di «minaccia», poi dentro quella categoria si inseriscono persone, luoghi e comportamenti civili; infine si presenta la risposta militare come inevitabile. È la grammatica securitaria che ha accompagnato l’intera offensiva israeliana: la scuola può diventare un centro di comando, l’ospedale una base militare, la tenda un possibile rifugio di combattenti, il giornalista un sospetto, l’operatore sanitario una minaccia. Ora anche l’aquilone può essere un drone.

Non occorre sostenere che ogni aquilone sia necessariamente lanciato da un bambino per cogliere il punto politico. Il governo israeliano ha deciso di abolire la distinzione tra oggetti che possono avere capacità offensive e oggetti che, secondo il suo stesso esercito, non trasportano alcun esplosivo. In un territorio sottoposto a una potenza militare schiacciante, questa equiparazione allarga ulteriormente la sfera di ciò che può essere considerato ostile e quindi colpito.

La conseguenza più feroce è che il dispositivo funziona prima ancora che venga sparato un colpo. Basta la minaccia. Una madre intervistata da Reuters ha raccontato che suo figlio Ahmed, dieci anni, ogni estate faceva volare aquiloni insieme agli altri bambini della strada. Adesso non glielo permetterà più. Ha paura che venga colpito.

È questa forse l’immagine che meglio racconta ciò che sta accadendo. Non soltanto l’esercizio della violenza, ma la sua interiorizzazione nella vita quotidiana. Un bambino deve imparare che perfino giocare può mettere in pericolo lui, la sua famiglia e chi vive nelle tende accanto alla sua. La minaccia militare entra così nell’infanzia e ne stabilisce i confini.

Gaza è stata privata progressivamente dello spazio, delle case, delle scuole, degli ospedali, della possibilità di muoversi e perfino della certezza di poter sopravvivere. Adesso si pretende di regolamentarne anche il cielo. Il paradosso è terribile: uno degli eserciti tecnologicamente più potenti del mondo, dotato di caccia, droni, satelliti, sistemi di sorveglianza e armamenti avanzati, dichiara di dover difendere Israele dagli aquiloni di carta di una popolazione assediata.

Non è una nota marginale del conflitto. È la rappresentazione estrema della sua logica: trasformare progressivamente ogni manifestazione della vita palestinese in un problema di sicurezza. Persino un gioco. Persino un bambino che tiene in mano un filo e prova, per qualche minuto, a far volare qualcosa sopra le macerie.

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