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Militarizzazione della ricerca: il Politecnico e il suo ruolo nella fabbrica della guerra

Il 24 novembre 2025, a Torino, un incontro pubblico ha messo al centro una domanda sempre più difficile da eludere: che ruolo stanno giocando le università nella nuova fase di riarmo? 

Un contributo pubblicato da Assemblea Precaria Universitaria – Torino

A partire dall’inchiesta di Luca Rondi per Altreconomia[1],[2] e da un intervento del Professor Juan Carlos De Martin, il confronto ha mostrato come la militarizzazione non riguardi solo i guerra combatutta fuori dal nostro continente, ma attraversi in modo sempre più diretto anche la ricerca, la didattica e la vita delle comunità locali. In questo quadro, l’università non è uno spazio neutro, ma un nodo strategico in cui si intrecciano interessi economici, scelte politiche e traiettorie tecnologiche.

L’intervento del Professor Juan Carlos De Martin parte con un’importante premessa: i tempi stanno cambiando, e, dall’inizio della guerra russo-ucraina la deriva bellica sta travolgendo inevitabilmente anche il contesto universitario. Per leggere meglio la congiuntura presente, sostiene De Martin, meglio analizzare ciò che è successo in passato e i meccanismi innescati all’interno delle università in alcuni momenti specifici della storia, in particolare all’intersezione con le guerre. Dall’intervento emerge come il coinvolgimento delle università all’interno delle guerre sia un fatto storico.

De Martin continua con un esempio: l’università tecnica di Berlino durante la Seconda guerra mondiale aveva contribuito attivamente al progetto delle V2 con cui furono bombardate Londra e altre città. In Germania dopo il 1945, le università tedesche, essendo state coinvolte nello sforzo bellico della Germania nazista, decisero di introdurre quella che viene chiamata una “clausola civile” per far sì che la loro attività di ricerca e didattica avesse soltanto fini civili. Queste modifiche, riporta De Martin, sono molto dibattute ancora oggi: esiste la libertà di ricerca accademica, ma esiste anche il principio della pace. Molte università all’epoca scelsero di fare questo passo e, tra il 2011 e il 2014, il numero di atenei aderenti a queste clausole è salito in maniera molto importante: spesso per spinta degli studenti, in altri casi per spinta del corpo docente.

Ci troviamo d’accordo con il Professore quando sostiene che, a distanza di 80 anni dal 1945, stiamo vivendo chiaramente uno snodo della storia fondamentale. Il 2022, riporta De Martin, con la guerra russo-ucraina è stato proprio concettualizzato come una svolta dei tempi: con l’invito a ripensare tutto, anche in Germania si è infatti finiti a ripensare a questa clausola civile dell’università. Continua il Professore: è proprio in questi ultimi 4 anni che le pressioni sull’università per rivedere, cambiare o attenuare questa clausola sono aumentate.

Questo momento storico cruciale, descritto attraverso una breve sintesi dell’intervento di De Martin, si riflette oggi nel territorio torinese, ad esempio, con la nascita della “Città dell’Aerospazio” in Corso Marche. Un progetto che consolida il ruolo del Piemonte come centro nazionale del comparto attraverso una Lettera di Intenti tra Regione e Politecnico. Il 27 febbraio, presso il Grattacielo della Regione Piemonte, infatti, è stata firmata la Lettera di Intenti tra Regione e Politecnico per la Città dell’Aerospazio, in cui la Regione consolida il proprio ruolo di centro nazionale dell’aerospazio. Viene rinsaldato anche il rapporto tra infrastrutture di ricerca, trasferimento tecnologico e attrazione degli investimenti nel comparto: un lavorio all’unisono che indirizza cervelli e finanziamenti per forgiare la nuova Torino, il nuovo Piemonte.

Dietro la retorica dello sviluppo e dell’innovazione, si cela una fitta rete di produzioni belliche mascherate dal concetto di dual-use. Questa conversione dell’automotive in industria bellico-aerospaziale si riproduce come uno specchio per le allodole in un panorama di crisi industriale permanente, dove la governance del Politecnico siede come invitata d’onore a un “banchetto” che rappresenta un volume d’affari di oltre 7 miliardi di euro l’anno.

Il Rettore Stefano Corgnati ha rivendicato apertamente una “tradizione in chiave strategica” per intercettare i fondi del piano di riarmo europeo Readiness 2030 (nuovo nome di Rearm Europe), preparando la città e l’Ateneo a ospitare l’incubatore NATO DIANA, il cui obiettivo è proprio convogliare la ricerca civile verso applicazioni militari. Corgnati ha affermato la necessità di rafforzare la collaborazione tra Regione e Politecnico per facilitare l’insediamento di nuovi spazi per l’innovazione, per attrarre imprese, enti di ricerca e “talenti”.

Tuttavia, questa narrazione trionfale della governance si scontra con una realtà di segretezza e opacità che l’inchiesta di Luca Rondi per Altreconomia ha cercato di scalfire, portando l’attenzione sugli effetti reali di queste scelte politiche dentro l’università, scoperchiando un sistema di opacità strutturale che lega a doppio filo le università pubbliche italiane al complesso militare-industriale, e trasforma i luoghi del sapere in ingranaggi di una macchina bellica globale. Attraverso lo strumento dell’accesso civico generalizzato, Rondi ha interrogato 34 atenei, scoprendo che ben il 74% del campione ha legami attivi con Leonardo, mentre il 65% collabora con Thales Alenia Space (joint venture Thales-Leonardo) e il 26% con MBDA Italia, azienda leader nel settore missilistico controllata dal gruppo Airbus, BAE Systems e Leonardo.

Inoltre, l’indagine mette in luce come la militarizzazione non risparmi neppure le scienze umanistiche, con il Ministero della Difesa che finanzia master e corsi volti a diffondere un modello culturale ispirato a quello militare nel 58% degli atenei analizzati. Casi eclatanti come quello dell’Università di Genova, che riceve milioni tra Leonardo e il Ministero, o dell’Università di Palermo, coinvolta in ricerche sui materiali compositi aeronautici, dimostrano quanto sia pervasiva questa “ricerca arruolata”. Particolarmente grave è la collaborazione con MBDA, le cui ali per le bombe GBU-39 sono state impiegate in attacchi che hanno causato vittime civili a Gaz

L’intreccio che emerge dall’inchiesta non è solo economico, ma profondamente politico e culturale, poiché orienta la traiettoria tecnologica del Paese sottraendo risorse a sfide urgenti, come la crisi climatica, per metterle al servizio della produzione di armamenti. 

Il Politecnico di Torino emerge in questa indagine come un caso paradigmatico di “muro di gomma” istituzionale. Nonostante sia uno dei cuori pulsanti della nuova Città dell’Aerospazio e ospiti programmi strategici come l’incubatore NATO DIANA (per citare solo un paio di esempi di questa commistione), la sua governance ha opposto un rifiuto netto alla richiesta di trasparenza sui contratti militari, definendola “eccessivamente onerosa e sproporzionata”.

Rondi evidenzia un cortocircuito democratico inquietante: il Direttore Generale Vincenzo Tedesco, che ha firmato il diniego in prima istanza, ricopre anche il ruolo di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, diventando di fatto il giudice di sé stesso in sede di riesame. Tale opacità impedisce alla comunità accademica di conoscere l’entità reale di una collaborazione che, secondo stime trapelate dal rettorato, varrebbe oltre 7 milioni di euro l’anno, coprendo circa il 10-15% dei contratti di ricerca dell’ateneo.

Eppure, di fronte a tali evidenze, i comitati etici universitari rimangono quasi ovunque inattivi, ridotti a meri strumenti di facciata che intervengono solo se sollecitati, e quasi mai su contratti bellici. In questo scenario, la retorica del dual-use serve a mascherare un asservimento della ricerca pubblica agli interessi privati di colossi che, come Leonardo, dettano le condizioni sulla proprietà intellettuale e sulla segretezza dei dati. Rondi sottolinea come questa tendenza sia esacerbata dai finanziamenti europei di programmi come Horizon Europe, che integrano sempre più esplicitamente la dimensione della difesa.

La “tradizione strategica” rivendicata dal Rettore Corgnati per intercettare i fondi del piano di riarmo Readiness 2030 si traduce così in una rinuncia a un confronto politico aperto sulla ricerca, dove l’ateneo non agisce più come comunità democratica, ma come fornitore di servizi per i mercanti d’armi. Rompere questo silenzio attraverso l’azione interna e la “gogna mediatica” non è dunque solo una battaglia per la trasparenza, ma un atto di resistenza per difendere l’autonomia dell’università e il suo ruolo sociale di contrapposizione alla guerra.

È proprio su questo terreno che si colloca uno dei passaggi centrali emersi durante l’incontro: se rompere il silenzio è una necessità, allora la questione diventa come sia possibile farlo concretamente dall’interno dell’università. Non si tratta solo di una presa di posizione politica, ma di capire quali strumenti esistono, come funzionano e fino a che punto permettono davvero alla comunità accademica di intervenire nei processi decisionali.

Riprendiamo nuovamente l’intervento del Professor De Martin, che prova a portare la discussione su un terreno concreto. Crediamo che, se la militarizzazione passa anche attraverso l’università, allora diventi necessario capire attraverso quali strumenti istituzionali questo processo avviene. Secondo il professore, è interessante a questo punto porre l’attenzione su regolamenti, statuti e tipologie contrattuali che regolano il Politecnico. 

Riteniamo che questi dispositivi non siano neutri, ma definiscono le modalità con cui la ricerca prende forma e con cui si costruiscono i rapporti con attori esterni, incluso il comparto militare. Ricostruire, grazie all’indagine dell’intervento di De Martin, l’architettura significa allora interrogare non solo la presenza di queste collaborazioni, ma le condizioni che le rendono possibili.

Il professore riporta come esistano diverse modalità attraverso cui un docente o un ricercatore può svolgere attività di ricerca, incluse quelle legate a settori sensibili o direttamente connessi al comparto militare. Riprendendo statuti e regolamenti dell’ateneo, l’intervento ricostruisce queste forme contrattuali, mostrando come la ricerca possa essere condotta sia all’interno dell’università sia attraverso canali che ne aggirano il coinvolgimento diretto. 

Ciò che vediamo emergere, alla luce di questa mappatura di possibilità di ricerca, è un quadro articolato, in cui le collaborazioni con attori esterni non sono un’eccezione, ma una possibilità strutturale prevista dalle stesse regole. 

Crediamo che sia proprio questa articolazione ad aprire una questione politica. Nei casi in cui la ricerca coinvolge l’ateneo nel suo complesso, la responsabilità non è individuale, ma collettiva. Questo implica che la decisione su quali progetti portare avanti dovrebbe essere oggetto di discussione pubblica all’interno della comunità accademica, e non limitarsi a passaggi formali o a scelte prese a livello ristretto.

In questo senso, uno dei riferimenti più significativi emersi durante l’incontro è il Regolamento di Ateneo per l’integrità della ricerca, approvato il 14 aprile 2025. All’articolo 2 si afferma esplicitamente il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, indicando al tempo stesso la necessità di orientare lo sviluppo tecnologico verso fini sostenibili e pacifici. Un principio chiaro, che però entra in tensione con le pratiche e le collaborazioni descritte fin qui.

La ricostruzione dei regolamenti restituisce l’immagine di un sistema che, almeno sulla carta, appare coerente e strutturato. È proprio questa immagine che il dibattito mette in crisi. Nella pratica, gli strumenti esistono ma non funzionano: restano inattivi, non vengono applicati o vengono aggirati. La distanza tra principi dichiarati e pratiche effettive non è un’eccezione, ma una condizione strutturale.

Il caso dei comitati etici è esemplare. Sulla carta dovrebbero rappresentare uno degli strumenti principali di controllo, ma il loro funzionamento concreto li rende di fatto marginali. Intervengono solo su richiesta, e questa richiesta, come emerso nel dibattito, non viene quasi mai avanzata per progetti legati alla ricerca militare. Non esiste un passaggio obbligato, né un controllo automatico. Di conseguenza, interi ambiti di ricerca sfuggono a qualsiasi valutazione etica, mentre i comitati continuano a esistere solo come dispositivo formale, privo di incidenza reale.

Il problema emerge in modo altrettanto chiaro sul piano decisionale. I contratti di ricerca vengono approvati prevalentemente a livello di dipartimento, spesso all’interno di procedure ordinarie che non prevedono una discussione pubblica sulle loro implicazioni. In questo processo, gli organi centrali dell’Ateneo intervengono poco o nulla, limitandosi nella maggior parte dei casi a ratificare decisioni già prese. Ne risulta un meccanismo in cui le scelte vengono formalizzate, ma raramente messe in discussione, e in cui manca un momento riconoscibile in cui l’università, come comunità, si interroga collettivamente su cosa sta finanziando e perché.

A rendere possibile questo funzionamento è la mancanza di trasparenza. Come emerge dall’inchiesta di Rondi e dagli interventi, spesso non è possibile ricostruire l’insieme delle collaborazioni in corso: i contratti sono dispersi tra dipartimenti, gli accordi si accumulano nel tempo e non esiste un livello in cui queste informazioni vengano centralizzate. Il problema non riguarda solo l’accesso dall’esterno, ma la conoscenza interna all’ateneo. In queste condizioni, i comitati etici non intervengono e i processi decisionali restano senza controllo. L’opacità diventa così un elemento strutturale: non un’anomalia da correggere, ma ciò che permette al sistema di funzionare senza essere messo in discussione.

Questo quadro non descrive semplicemente un sistema inefficiente. Descrive un sistema in cui gli strumenti di governo della ricerca restano formali, mentre le scelte effettive si producono altrove. Le decisioni esistono, ma non vengono messe in discussione; le regole esistono, ma non vengono applicate. La conseguenza è una forma di deresponsabilizzazione diffusa, in cui nessuno decide davvero, ma le scelte vengono comunque fatte.

Una seconda linea di discussione rompe esplicitamente con il linguaggio dell’etica. Più interventi seguono le presentazioni iniziali dei relatori e insistono su questo punto: parlare di etica della ricerca rischia di essere fuorviante. Non perché le questioni etiche non esistano, ma perché in questo caso non sono il livello decisivo. Il problema non è la coscienza del singolo o della singola ricercatrice, ma l’orientamento complessivo del sistema della ricerca. Le priorità scientifiche non emergono in modo neutrale: sono il risultato di scelte politiche, di programmi di finanziamento, di equilibri economici. In questo senso, la crescente centralità della ricerca militare non è una deviazione, ma una direzione.

Il ruolo dei finanziamenti europei è emblematico. Come viene sottolineato, i programmi pubblici integrano sempre più esplicitamente la dimensione della difesa, rendendo la ricerca militare parte strutturale delle politiche scientifiche. Questo cambia radicalmente il quadro: non si tratta più di collaborazioni occasionali con aziende della difesa (se mai lo sono state), ma di un sistema che incentiva e orienta quelle collaborazioni. Allo stesso tempo, l’università si trova in una posizione sempre più vincolata. La riduzione dei finanziamenti pubblici e la crescente competizione per le risorse spingono verso la ricerca finanziata, spesso in partnership con attori esterni. In questo contesto, l’industria militare non è un’eccezione, ma uno dei suoi interlocutori più forti.

Il risultato è una progressiva normalizzazione. La presenza della ricerca militare non viene più percepita come problematica, ma come parte del funzionamento ordinario dell’università. Ed è proprio questa normalizzazione che alcune voci nel dibattito mettono in discussione, riportando il tema sul terreno del conflitto politico.

È su questo terreno che si colloca la terza linea del dibattito: quella della mobilitazione. Se la militarizzazione della ricerca è un processo strutturale, allora la questione diventa come sia possibile contrastarla. Gli interventi di studenti, studentesse, persone precarie e parte del corpo docente mostrano che uno spazio di conflitto esiste. Le mobilitazioni interne agli atenei, le assemblee, le iniziative pubbliche rappresentano tentativi di rompere il silenzio e rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto. In questo senso, la richiesta di trasparenza non è neutrale: è già una pratica politica.

Questa mobilitazione si intreccia con altre contraddizioni del mondo accademico. La precarietà del lavoro, la scarsità di risorse, la trasformazione aziendale dell’università non sono questioni separate, ma parte dello stesso processo che rende possibile l’integrazione con l’industria militare. Mettere in discussione una dimensione significa inevitabilmente toccare anche le altre. A questo si aggiunge una riflessione sulla responsabilità individuale e collettiva. La distinzione tra ruolo istituzionale e ruolo di studentx, personale precario, docenti e abitanti di un tessuto sociale in cui si inserisce la fabbrica accademica, richiamata nel dibattito, apre uno spazio importante. Se l’università, come istituzione, fatica a mettere in discussione le proprie scelte, resta la possibilità di una presa di posizione da parte di chi la vive e la attraversa. Ma questa possibilità non è automatica. Richiede organizzazione, conflitto, capacità di costruire una voce collettiva. Non basta affidarsi a strumenti formali che, come si è visto, restano spesso inattivi. Occorre politicizzare il tema, riportarlo al centro del dibattito pubblico e accademico.

Ciò che emerge è chiaro: la militarizzazione della ricerca non è un’anomalia da correggere, ma una tendenza che si sta consolidando. Proprio per questo, non può essere affrontata solo sul piano tecnico o etico, ma serve un passaggio politico. Rendere visibili i rapporti tra università e industria militare, interrogare le scelte di finanziamento, riaprire spazi di discussione e di conflitto dentro gli atenei. Bisogna rompere la normalizzazione, perché la posta in gioco non è solo cosa si insegna, si studia o cosa si finanzia, ma che tipo di università e di società si vuole costruire. 

[1] Luca Rondi “I dati inediti sugli accordi tra le Università e l’industria militare” Altreconomia, n. 285, 1 ottobre 2025.

[2] Luca Rondi ” Nella Torino città della Difesa il Politecnico nega le carte” Altreconomia, n. 285, 1 ottobre 2025.

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