
Bernini: una nuova riforma per legalizzare il clientelismo in università?
Pubblichiamo il contributo del Collettivo Universitario Autonomo di Torino sulla nuova proposta di legge promossa dalla ministra Bernini.
L’ennesima proposta di legge è stata avanzata dalla ministra Bernini. La cosiddetta “Riforma sul reclutamento universitario” andrà presto in discussione alla Camera e affronterà questioni legate alle procedure concorsuali.
Il succo sarebbe l’eliminazione dell’abilitazione scientifica nazionale che fino ad oggi è stata necessaria per candidarsi alla docenza e alla ricerca. Questa proposta andrebbe nella direzione di conferire “pieni poteri” alle commissioni locali e ai sistemi di baronaggio tristemente noti all’impianto universitario.
Il ddl va inquadrato all’interno di uno strutturale smantellamento istituzionale dell’Università, in continuità con le riforme sul precariato e sull’Anvur e con le leggi di bilancio che altro non fanno che definanziare il comparto in maniera progressiva.
Solo per l’ultimo triennio la riduzione della spesa ammonta a 1,2 miliardi (16 miliardi dal 2008 ad oggi). Vale la pena registrare che in Italia solo l’1% del PIL è finalizzato all’università e la previsione è quella di un ulteriore calo per il 2028. Questo mentre Meloni ha sottoscritto l’impegno di destinare il 5% del PIL alla difesa entro il 2035.
Il governo cerca di facilitare la ristrutturazione dell’istituzione formativa a favore delle necessità di mercato e lo fa usando in chiave populista un tema caro a chiunque si trovi a vivere in Italia, ovvero lo “snellimento delle procedure burocratiche”. Saremmo ben lieti di liberarci da questo flagello, ma se si prova ad approfondire la natura di queste riforme appare chiaro come al governo interessi solamente di liberare le mani di quei pochi che possiedono già parecchio potere, non certo le nostre.
Ciò che sta compiendo il Ministero dell’Università del governo Meloni è un’opera che comunque mantiene una certa coerenza con il modello universitario italiano, che oscilla storicamente tra l’autonomia e l’accentramento. Ed è in questo oscillare che la costante rimane quella della precarizzazione necessaria.
Il governo sta, un pezzo alla volta, cercando di rendere ciascun ateneo un piccolo (forse nemmeno tanto) polo industriale che possa farsi forza della propria competitività per attirare le risorse (private o connesse a grandi capitali europei), necessarie al suo funzionamento. Questo permette di liberare molto denaro statale in favore di comparti che garantiscono introiti ben più succulenti come quello energetico o bellico.
Per bilanciare però questo decentramento, il governo decentra sé stesso e invia ambasciatori in ciascun CdA accademico, in modo da poter comunque sempre interferire con la prospettiva didattica, politica e finanziaria di ciascuna università. Alla faccia dell’autonomia!
Per ciò che riguarda l’attuale proposta di legge, lungi dal voler difendere il mantenimento dell’università gelminiana, per noi questo è un sistema che non funzionava ieri e continua a non funzionare oggi, certamente anche domani. Piuttosto la faccenda cattura il nostro interesse a partire dal riconoscimento della posizione strategica ricoperta dall’Università e dal soggetto che la rende vitale, la componente studentesca e docente.
All’interno dei nostri Atenei si gioca una disputa non da poco che al centro mette anche la questione del sapere, della conoscenza e della trasmissione di certi modelli organizzativi che riconfigurano il lavoro produttivo, riproduttivo e le credenze sociali che garantiscono (o meno) a questi modelli di affermarsi.
Dunque, non è possibile interpretare in senso “laico” gli affanni di cui si sta facendo carico la Bernini negli ultimi anni. Tantomeno è possibile non connettere un contesto generale di profonda crisi degli assetti mondiali a questa ristrutturazione locale.
Il governo sta cercando di fortificare e di rappresentare una sorta di middle-class che dovrebbe essere il suo pilastro portante, cercando di adeguare tutti i sistemi provinciali della produzione a questa esigenza. Nei fatti, anche in questa riforma si lascia ampio margine alla creazione di corsi ad hoc pensati e funzionali alla dimensione dirigente locale che poi può selezionare le docenze più adatte allo scopo di formare la manodopera di cui ha più bisogno.
In questo quadro, non possiamo dimenticare chi viene sacrificato sull’altare del profitto: assegnisti, ricercatori, dottorandi, docenti con contratto a termine, espulsi in massa dalla possibilità di un percorso di stabilizzazione dalla passata riforma sul precariato, che ha altresì introdotto nuove tipologie contrattuali con meno tutele che permettono ai rettori di realizzare i programmi didattici anche con i conti in rosso dovuti dal definanziamento. Questa espulsione di massa va poi a toccare quella parte dell’università che, avendo vissuto in prima persona le conseguenze più nefaste della sua ristrutturazione in senso neo-liberale, ne ha contestato con forza l’impostazione aziendalistica.
Contemporaneamente, la stessa libertà di insegnamento sta venendo minata dal governo vigente: il disegno di legge sull’antisemitismo va inserito nel quadro generale come uno dei primi tentativi di orientare dall’alto la trasmissione della conoscenza, a partire da un tema che sta polarizzando l’opinione pubblica nel mondo e che ha permesso di mettere in luce certe contraddizioni irrisolvibili che contraddistinguono il nostro tempo. Bisogna avere, in sostanza, professori disposti a stare al guinzaglio dell’esecutivo senza scalciare troppo, disposti ad adeguarsi alle linee ministeriali sempre più stringenti in materia di didattica.
In sintesi si scarica sui singoli Atenei (che a cascata scaricano sulla loro base sociale) la responsabilità di chiudere i bilanci e di ricavarne il raggiungimento degli standard europei e nazionali, ma si accentra nelle mani del governo la decisionalità ultima sul loro funzionamento. Non va trascurata poi la necessità che ha il governo di arruolare ampi strati della società alla guerra globale — necessità che vive non pochi problemi legati da un lato ad un oggettivo arretramento dell’economia italiana rispetto al resto dei competitor europei, e dall’altro ad un diffuso rifiuto sociale a sacrificarsi o ancor peggio combattere la guerra voluta da Israele e Stati Uniti.
Anche per adempiere a questa funzione, è necessario reclutare qualcuno che sia disposto a rinunciare alla “missione etica” universitaria che dovrebbe favorire la trasmissione della capacità di pensare e interpretare criticamente la realtà, a favore di un brutale indottrinamento.
I movimenti giovanili degli ultimi anni dimostrano esserci molte spinte all’interno dell’ambito universitario, spinte che, dal basso, hanno iniziato a porsi il problema di un protagonismo per riacquisire potere sulla propria conoscenza e sul proprio sapere, andando oltre anche a contrapposizioni solo legate al definanziamento, mettendo al centro questioni profonde molto innervate con le criticità che stanno stravolgendo l’epoca odierna.
Bisogna approfondire queste spinte e contrastare l’opera di razionalizzazione che il governo Meloni sta facendo subire alle nostre università, nell’ottica di riappropriarci pezzo dopo pezzo della libertà di esistere come esseri senzienti e autonomi, per riprendere in mano gli strumenti conoscitivi che possono renderci in grado di riscrivere la storia.
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