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Rojava: come si crea un processo rivoluzionario

Saliha cura i rapporti, ad Amuda, tra il movimento e le istituzioni cantonali da esso create. “Il Pyd ha svolto un ruolo iniziale inestimabile – spiega – perché ha sostituito la condizione che esisteva sotto il regime, in cui i partiti curdi erano banditi, con un florilegio d’iniziative e una collaborazione plurale” spiega; tuttavia “il Tev Dem è molto migliorato rispetto all’inizio, molta gente nuova è entrata a parteciparvi, e il Pyd non ha la stessa centralità che aveva in principio”. Jiwan e Shiar, del Media Center di Amuda, spiegano che obiettivo finale del Pyd è estinguersi nel movimento, così come quello del movimento è estinguersi nella società; il suo ruolo è riprodurre un modo di fare le cose, più che accapigliarsi con la gente per l’importanza del proprio nome o attaccarsi in modo feticistico ai colori della sua bandiera. Naturalmente il Tev Dem non rappresenta la totalità della politica in Rojava: dodici partiti curdi della regione, tra cui il Pdk siriano, satellite del Pdk al potere nel Kurdistan iracheno, si riuniscono nel consiglio nazionale curdo in Siria (Enks), che si oppone duramente a tutte le attività del Tev Dem e a tutte le realtà istituzionali, sociali ed economiche da esso create.

La partecipazione è stata, dall’inizio del processo rivoluzionario, di quasi tre quarti della popolazione, racconta Saliha, ed ha oggi superato anche questa percentuale (non si può escludere, però, che queste cifre siano enfatizzate da una necessità di propaganda). “La rimanente minoranza – afferma – non ha una mentalità rivoluzionaria, altrimenti accetterebbe a sua volta di essere coinvolta”. L’obiettivo del Tev Dem, spiega, “è far sì che la gente amministri sé stessa” (la stessa funzione, si noti, che sembra aver svolto il Pyd nei confronti del Tev Dem); “nostro compito è organizzare la società e fare in modo che tutti possano prendere parte a questa organizzazione”, aggiunge Feirusha Ramzan, co-presidente del consiglio cittadino di Qamishlo. Il Tev Dem “si occupa del popolo, organizza la gente e la invita a partecipare alla creazione del nuovo Rojava” precisa Saliha. Del resto le istituzioni stesse dell’autonomia democratica sono sua opera: “Siamo nati prima dell’autogoverno, reso poi possibile dalla creazione dei consigli cantonali che abbiamo creato, e adesso, passo passo, il sistema del Tev Dem sta cambiando”.

Il co-presidente del consiglio legislativo del cantone di Cizire è Heken Khelo, ingegnere edile che si è unito al Tev Dem, a suo tempo, attraverso l’organizzazione dei martiri. “Come consiglio legislativo siamo nati il 6 gennaio 2014 e abbiamo dichiarato l’autogoverno il 21 gennaio di quell’anno” racconta [Nel marzo 2016 è stata poi dichiarata l’autonomia confederale, Ndr]. I consigli cantonali (esecutivo e legislativo) sono il corrispettivo di un governo e un parlamento, sebbene non siano eletti (la guerra in corso rende elezioni regolari impossibili), né – punto essenziale – quelle cantonali sono le istituzioni più importanti del Rojava, a differenza di quello che avverrebbe in una organizzazione statale. Il consiglio è composto di 55 organizzazioni rappresentate rispettivamente da due co-presidenti ciascuna (donna e uomo). “Abbiamo approvato una cinquantina di leggi finora, tra cui il contratto sociale del Rojava [Noto impropriamente come “Costituzione del Rojava”, Ndr], i diritti delle donne, l’istituzione di un esercito regolare” in aggiunta alle forze volontarie Ypg-Ypj, che sta procedendo alla coscrizione nelle famiglie proprio in queste settimane. Possibile, chiediamo, mantenere l’idea di eliminare lo stato costituendo consigli legislativi? “Proviamo a non essere una forma di dominio: è una questione di mentalità anzitutto”.

È interessante come Heken dica che l’intenzione di non costituire uno stato rispecchi la volontà di “evitare problemi con la gente”; ma al di là di questo ricco passaggio retorico, la sua visione ricalca ampiamente quella di Ocalan (benchè tenga a precisare che il consiglio non è legato a nessuna ideologia): secondo questa visione, spericolata ma tutt’altro che inaccurata, lo stato è una forma mentis molto più che un’entità separata e vivente vita propria, come è possibile realizzare rammentando che i “suoi” simboli, i “suoi” edifici o le “sue” scritture sono pur sempre opera umana, soggettiva sul piano della produzione. “Quando parliamo di stato dobbiamo ricordare che esiste da 5-6.000 anni, cosicchè non possiamo eliminare una simile idea dalla mente umana in un giorno”. Per Saliha, che a sua volta rivendica l’indipendenza del Tev Dem dal pensiero di Ocalan (ma ne valuta positivamente la filosofia), la rivoluzione “sta rompendo il sistema statale perché il comando arriva dal basso verso l’alto, e non viceversa”. Heken afferma che i suggerimenti per nuove leggi arrivano al consiglio legislativo dalle comuni, che esistono discussioni e modifiche nelle assemblee cittadine e nelle diverse commissioni del consiglio (relate alle ramificazioni di quello esecutivo sul modello dei governi statali) e che quindi “le leggi non sono prodotto né soltanto dal consiglio, né soltanto delle comuni o delle città: è una collaborazione aperta tra tutti i livelli”.

Una differenza essenziale con gli stati è tuttavia, come accennavamo, che nel “sistema dell’autonomia” i consigli esecutivo e legislativo non sono prioritari, ed anzi dovrebbero gradualmente ridurre il loro ruolo, fino tendenzialmente ad estinguersi in ottemperanza al principio per cui, spiega Saliha, “se la gente ha un problema non deve aspettare qualcuno dall’alto per risolverlo, ma darsi da fare in prima persona per trovare soluzioni”. Non a caso, racconta, appena ottenuta la dichiarazione di autogoverno resa possibile dal lavoro che ha portato alla creazione dei consigli cantonali, il Tev Dem ha potuto lasciare ad essi la gestione dell’intesa politica tra le diverse componenti religiose e linguistiche della regione, per dedicarsi finalmente alla trasformazione sociale vera e propria, a partire dai consigli cittadini, “per instillare nelle persone l’idea di divenire padrone di sé stesse”. I militanti del Tev Dem ammettono che la rivoluzione economica è partita in ritardo, ma una serie di ostacoli storici e sociali hanno ritardato il processo in corso adesso. “I consigli cittadini furono il primo passo, due anni fa, ma si rivelarono insufficienti – spiega un compagno europeo – perché troppa gente vi partecipava, e troppe erano le problematiche di cui venivano investiti; fu così che si passò alla costruzione immediata delle comuni”.

La creazione delle comuni fa parte del sistema elaborato da Ocalan il quale, anche per assicurarsi che fosse compresa la loro centralità, ha scritto in una memoria per il Tribunale dell’Aja che, una volta libero, sarà della vita della comune del suo villaggio natale che si andrà a occupare. A Qamishlo e dintorni esistono attualmente 115 comuni ed altre cinque sono sul punto di essere avviate. Esse si occupano tanto di connettere la popolazione con qualsiasi problematica amministrativa che coinvolga altre istituzioni, quanto di risolvere i problemi locali (se possibile con risorse locali), di contribuire all’autodifesa popolare e di proporre iniziative politiche generali. Feirusha dice che in esse si esprime la forza (hez) della società: “Si tratta di una cosa nuova, e all’inizio la gente non capiva a cosa servissero. Ora va meglio, si è diffusa molta più consapevolezza e questa è per noi una vittoria molto grande”. La rivoluzione è a buon punto, dice: “lo dimostra la nascita delle cooperative: quando la gente ha l’iniziativa di fondare una cooperativa, e nella sua comune ci sono 200 o 400 persone, è un grande risultato perché si respinge il pericolo della depressione economica”.

Nelle comuni c’è un comitato per la salute, che paga le cure a chi sta male se non ha sufficienti mezzi e, spiega Selman Sheiki, co-presidente del consiglio cittadino di Amuda, distribuisce anche le medicine gratuite che arrivano dal consiglio esecutivo. Ad Amuda ci sono quattro case del popolo ai quattro punti cardinali della città, e ognuna di esse coordina tra le quattro e le cinque comuni, per un totale di diciotto. Ciascuna delle comuni esprime due co-presidenti, e i 36 co-presidenti della città si uniscono a sette membri fissi, eletti da assemblee popolari, a formare i 43 membri del consiglio cittadino. Fondamentale è non confondere il consiglio cittadino con la municipalità, “il” comune, come diremmo in Italia: quest’ultimo esiste ancora, in attesa che il sistema delle comuni e dei consigli sia in grado di organizzare l’intera vita associata, e ancora assume su di sé questioni ordinarie o urgenti come la raccolta dei rifiuti (peraltro drammamente disattesa in Rojava), e dovrà a sua volta scomparire (almeno secondo i progetti) quando il sistema comunardo, non-comunale, sarà in grado di sostituirlo (il “comunalismo” – l’ideologia statunitense da cui Ocalan trae ispirazione – deriva infatta da “la comune” e non certo dai “comuni”).

È impossibile comprendere tutto questo se non si tiene conto che, nella visione del Tev Dem, è in atto una lotta tra popolazione e dominio gerarchico tradizionale, incarnato dai poteri sociali e territoriali tradizionali (notabilato incancrenito, chiese, partiti, residui di amminsitrazione statuale, patriarcato tribale, ecc.). Il Tev Dem stesso, fine e ironico regista del processo rivoluzionario, ha coordinato questi poteri e li ha collocati in istituzioni a immagine e somiglianza di quelle statali (i consigli cantonali e il loro coordinamernto) per poi dedicarsi a costruire gli attori della loro potenziale distruzione, secondo una concezione gradualistica memore – tra le altre cose – dei fallimenti prodotti dall’eccesso di violenza rivoluzionaria di diverse esperienze comuniste storiche. Le istituzioni municipali o cantonali dovranno quindi sì essere esautorate gradualmente dall’assunzione di responsabilità sociale della popolazione, ma il Tev Dem non attende l’ascesa celestiale di tale elemento, semmai ne supporta la nascita tanto militarmente quanto nella forma della presenza organizzativa e della continua offerta di collaborazione. Non a caso le tizie e i tizi del Tev Dem sono sempre in giro tremendamente indaffarati, qua e là per il Rojava a immaginare e costruire progetti economici, sanitari, finanziari, di autodifesa o di giustizia: sono come geniali di capitani d’impresa dedicati al progetto dell’eliminazione del capitalismo.

“Nella comune del mio quartiere abbiamo cinque commissioni” spiega Selman: “una per la nostra autoformazione linguistica e di autogoverno, una per la salute, una di autodifesa, una economica, una di conciliazione”. I rappresentanti dei cinque comitati svolgono riunioni con i due co-presidenti di comune ogni settimana, costituendo l’elemento esecutivo della comune, mentre ogni due settimane c’è l’assemblea generale, “dove la gente si lamenta con le commissioni e le commissioni si lamentano con la gente”, per dirla con le sue parole. La commissione economica, ci racconta, discute progetti che emergono dalla popolazione (fa l’esempio della costruzione di una fabbrica in quartiere) e poi va a proporli al consiglio cittadino (quello formato dai co-presidenti di tutte le altre comuni, e che quindi non c’entra nulla, come detto, con un “consiglio comunale”), che può approvarli o meno. Il comitato per l’autodifesa coordina le “forze di difesa sociale” (Hpc), milizie armate di quartiere o di villaggio che sorvegliano le strade da attachi e attentati (opera preziosissima in una guerra dove il nemico è politico, e il vicino di casa può essere tranquillamente un sostenitore dello stato islamico o del regime di Assad) “e proteggono le case e gli esercizi commerciali dai furti”.

Una delle commissioni più importanti è quella per la conciliazione: ad essa si rivolgono tutti coloro che hanno un problema con qualcun altro, ad esempio proprio nei casi di furto o delle contese di proprietà, o ancora del banale incidente stradale, affinché la commissione della comune trovi una soluzione che, nella città di Amuda (ci hanno detto al tribunale), viene raggiunta al momento circa nei due terzi dei casi, evitando il ricorso ai giudici e alle sue giurie popolari (il tribunale è un’altra istituzione di cui il Tev Dem auspica l’abolizione attraverso l’aumentata capacità sociale dei comitati di conciliazione delle comuni, secondo un’utopia tanto più rispettabile perché condotta verso il suo traguardo da una concreta opera rivoluzionaria). Le comuni, aggiunge Feirusha a Qamishlo, si occupano anche di creare piccoli ambulatori e vaccinare la popolazione infantile: i soldi arrivano spesso, in modo autosufficiente, dalle quote che le cooperative avviate dal Tev Dem devolvono per regolamento (20% degli introiti) alla comune cui appartengono, “ma il sistema delle cooperative non è ancora abbastanza forte” spiega, e persiste perciò la necessità di “donazioni”. Il sistema di tassazione che esiste nello stato, precisa, “qui in Rojava non c’è: sei tu che lavori nella comune, e lavori per te stesso”.

A Qamishlo, aggiunge Feirusha, una parte della popolazione non curda non entra a far parte del sistema delle comuni (arabi e assiri supportano in gran parte il regime in queste città, e sono di norma dipendenti pubblici nel poco che resta, a scopo simbolico, della sua amministrazione); ad Amuda invece, spiegano, esse sono boicottate dai non pochi sostenitori dell’Enks. Tuttavia “nei villaggi di Tell Brak e Tel Amis – aggiunge Feirusha – recentemente liberati dallo stato islamico, la popolazione ha fatto giungere al Tev Dem suoi rappresentanti per chiedere che anche da loro vengano organizzate delle comuni”. Comprendere questi eventi non è semplice, e al di là di alcune peculiarità della storia sociale dell’Asia occidentale, dove la gestione localistica e di prossimità di gran parte del potere è molto radicata, occorre tenere a mente che l’adesione popolare al modello confederale e comunardo non riposa in alcun modo, in Rojava, su teorizzazioni idealistiche: le comuni funzionano e dimostrano di essere un buono strumento per risolvere i problemi pratici delle persone (probabilmente molto meglio, in diversi casi, della passata burocrazia statale); e in ogni caso, come fa notare Selman, “dopo la cacciata del regime la gente chiedeva luoghi dove si potessero risolvere i problemi, che potessero sostituire le istituzioni che se ne erano andate”. Non è difficile immaginare che, anche là dove lo stato islamico viene in questi mesi messo in fuga, la reazione possa essere la stessa.

Dall’inviato di Infoaut e Radio Onda d’Urto a Qamishlo, Rojava

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