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Guerra. Per una nuova antropologia politica

di Gioacchino Toni da Carmillaonline

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).


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