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Usa al voto tra crisi e mancato ‘change’

Occhi puntati sugli Stati Uniti dove oggi si vota per le presidenziali, il rinnovo di tutta la Camera, di un terzo del Senato, di 13 governatori statali e di una miriade di cariche minori, dagli sceriffi ai giudici di contea, ai tesorieri. Mentre aumenta la pressione dei media sull’evento, l’Europa dimostra di avere scarso interesse, ad eccezione dell’Italia  che si riconferma colonia statunitense nell’immagine della stampa e del media mainstream. Poche le differenze in materia di politica estera, più marcate le divergenze sulla politica interna con un Romney che incarna l’anima isolazionista e destrorsa molto condizionata dal Tea Party (anti-abortismo, politiche omofobe, politiche economiche iper-liberiste e taglio completo al welfare residuo) mentre Obama sembra preferito dal grosso Capitale finanziario-digitale. Ma in realtà, come sempre, le grosse corporations investono equanimamente il proprio sostegno su ambedue i candidati. Secondo molti esperti conterà molto l’affluenza alle urne. Obama vanta dalla sua il pronto intervento nella gestione del durante e dopo Sandy, l’eliminazione di Osama Bin Laden e la maggiore capacità comunicativa. Potrebbe contare ancora la ‘questione razziale’ visto il programma esplicitamente “bianco” e high-class dello sfidante. Quello che è certo è che siamo molto lontani dal clima di aspettativa e speranza che aveva accompagnato le presidenziali del 2008: il “Change” non c’è stato e l’uscita dalla crisi, anche oltre-Atlantico, è ben lontana dall’essere realtà.

Ascolta il contributo di Lucio Manisco, giornalista ed esperto delle questioni americane, raccolto durante la mattinata informativa di Radio Blackout.

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