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Porto, basi e stazioni: così la Toscana si prepara alla guerra

Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui il programma completo.

Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose (IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.

Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa, tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan, fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri, con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6 km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.

Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia

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«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi, per essere completata, in teoria, entro il 2030.

Il Canale dei Navicelli e Camp Darby

La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.

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Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori
Il ponte girevole. Foto di Linda Maggiori

Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500 attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di “consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila euro, pagati dagli Stati Uniti.

«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che, formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.

La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al 100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e controllo sulla navigazione nel Canale.

Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30 settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o controllo su ciò che passa». 

Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale, detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.

Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra. «L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di “Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di Diritti in Comune.

Il riarmo passa dai binari 

Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori

Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine 2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.

«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati 44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».

A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo, per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari 1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un importante polo produttivo di Leonardo.  

Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del 2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato. 

Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby, scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base americana.

L’aeroporto militare di Pisa e il nuovo hangar

L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi. Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan, costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.

«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.

La base ex CISAM 

Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado. Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si aggira sui 520 milioni di euro.

Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale. «Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta. «Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM) che dovrebbe essere dismesso e bonificato.

Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base, tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby, ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo. Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su 34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove sorge sia restituita alla cittadinanza. 

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