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La sollevazione nazionale in Iran e le ondate dell’estrema destra

Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il sistematico impoverimento della popolazione.

da Machina

L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future. Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni politiche di estrema destra.

L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie.

In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato.

Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale radicato nelle condizioni materiali di esistenza.

 

***

Introduzione

Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione dell’opposizione e il contesto geopolitico.

 

Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica

La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione.

Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno coperti dalla legislazione sul lavoro.

Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore; governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita. Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi; l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento eccessivo delle falde acquifere.

Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali, hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di austerità.

Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro; la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria.

Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della finanziarizzazione.

In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale.

La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese. L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento «Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti, migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali.

La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori, donne e popolazioni marginalizzate.

 

La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza

La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il cuore stesso del potere.

Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam. Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati.

In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale. Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile.

Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione.

Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive di protesta.

L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime – incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.

 

L’opposizione di estrema destra

’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra. I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche.

Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso, interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso verso la libertà e il benessere sociale.

Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran.

Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana, inclusi settori delle classi subalterne.

Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita, Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento «Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana.

La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato.

Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica Islamica.

In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti, agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di orientarle in una direzione emancipatrice.

 

Trump e le pedine geopolitiche

Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance in Iran.

La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle vite in Iran.

L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso, l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che considerare simultaneamente limiti e possibilità.

Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.

 

                                                         ***

 

Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua persiana e italiana.

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