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La violenza che non fa notizia

La violenza dello Stato: sgomberi, gas CS, idranti ad altezza persona e una narrazione mediatica che assolve chi colpisce e criminalizza chi resiste. Il racconto tossico della “violenza” cancella famiglie intossicate dai gas e un quartiere che difende i propri spazi di vita.

da Osservatorio Repressione

Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.

Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.

E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico. La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.

La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.

Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi. Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.

Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero. Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.

E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.

Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti. Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.

Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza. Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.

Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.

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