
Semestre filtro: un successo per il governo, un nuovo disagio per le student3
Ripubblichiamo un contributo del CUA Torino, Zaum Sapienza e collettivo Sumud.
La ministra dell’università Anna Maria Bernini ha appena finito di esultare dopo che anche il Consiglio di Stato, dopo il TAR del Lazio, si è espresso sui ricorsi al Semestre Filtro di Medicina, Veterinaria e Odontoiatria, bocciandoli e dichiarando la totale legittimità della riforma.
Ancora una volta, dunque, la giurisdizione ha rimbalzato le proteste di studentesse e studenti di tutta Italia, sostenendo la regolarità e la ragionevolezza del semestre aperto così come è stato strutturato nel 2025.
L’ammissione al corso di Medicina è sempre stata oggetto di discussione nell’organizzazione dell’Università italiana, soprattutto per la rinomata difficoltà didattica e i pochi posti disponibili rispetto alle iscrizioni. Dal 2025 il classico test d’ingresso è stato tramutato in una prova di ammissione semestrale: l’accesso è libero per il primo semestre, al termine del quale un triplice esame (Chimica, Fisica, Biologia) funge da prova di sbarramento per il proseguimento del percorso di studi. Una graduatoria stabilisce gli ingressi e chi rimane fuori viene dirottato verso corsi affini, per i quali possono essere convalidate le materie di cui si ha avuto un punteggio superiore a 18.
Se gli organi di ricorso hanno preso questa posizione, forse la questione non è soltanto giuridico-amministrativa, ma pienamente politica.
Mentre Bernini vanta i presunti successi della nuova modalità di ammissione, le storture che hanno avuto pesanti ricadute sugli studenti parlano da sole. Più di 63mila studenti si sono iscritti al semestre aperto. Di questi ne sono passati poco meno di 20mila (17mila solo a medicina). Questo, dopo quello che sarebbe dovuto essere un regolare periodo di lezioni in teoria frequentato da tutti e tutte. E che invece si è rilevato un caos di lezioni in presenza e a distanza, che ha funzionato come perfetta cartina tornasole tanto del sistema universitario quanto dell’organizzazione sanitaria italiana.
Infatti, nonostante il definanziamento che affatica e distrugge, pezzo dopo pezzo, la formazione terziaria pubblica, il governo Meloni ha ben deciso di ammettere il quadruplo degli studenti normalmente ammessi a Medicina, a fronte di una capienza già insufficiente prima del semestre filtro. Il primo dato è quindi la sconsideratezza di una riforma che non ha minimamente toccato i reali problemi dell’università in generale e della facoltà di medicina nello specifico, tra cui i pochi iscritti ammessi, le poche aule e la scarsità di spazi destinati agli studenti. Di ammortizzatori e adattamenti per una manovra in ogni caso deleteria, neanche l’ombra.
Vi è poi l’insieme di problematiche riscontrate da studenti e docenti nell’affrontare il fatidico semestre. L’iscrizione è infatti avvenuta per tutti gli studenti, una parte dei quali, dopo aver già vissuto e frequentato l’università, è stata a tutti gli effetti espulsa, anche se Bernini pensa che possa essere una soddisfazione il dirottamento verso percorsi di studio magari neanche voluti. Per non parlare della qualità del semestre. Come dicevamo prima, l’alternarsi di didattica a distanza e in presenza ha fortemente diminuito la qualità dell’insegnamento e della vita universitaria. Come se non bastasse, le polemiche legate a circolazioni informali dei test prima delle prove, hanno da un lato fatto definitivamente esplodere le proteste e dall’altro manifestato un certo funzionamento clientelare di un pezzo di università italiana.
Lungi dal difendere il sistema altrettanto spietato e classista del test d’ingresso, la riforma del semestre filtro ha indubbiamente peggiorato la condizione degli studenti al momento dell’ammissione, esasperando le differenze di possibilità tra chi si può permettere una formazione adeguata al di fuori dei circuiti didattici, attivando magari determinate reti sociali, e chi invece non ne ha la possibilità. A beneficiarne sono infatti innanzitutto le persone iscritte a università private, contribuendo a ridefinire la linea di classe non più tra chi accede e non accede alla formazione universitaria, ma tra chi può beneficiare di un’istruzione superiore altamente qualificata e chi si deve accontentare dell’accesso a segmenti più bassi della gerarchia universitaria prima e del mercato del lavoro poi.
La questione va poi letta tenendo conto della situazione del Sistema Sanitario Nazionale, che risente di anno in anno dei tagli al welfare in nome dell’austerità e del patto di stabilità. Il risultato è un sistema sanitario pubblico a pezzi, senza coperture territoriali, in condizioni persino peggiori al periodo pre-pandemico. Questo si traduce anche nella mancanza strutturale di personale, tanto dei medici quanto degli infermieri. Poiché l’assunzione avviene per concorso pubblico, la carenza di personale è una scelta oculata, che alimenta un circolo vizioso di distruzione della sanità pubblica che parte proprio dall’università. Già da principio, infatti, si attua una scrematura enorme all’ammissione, riducendo quindi la disponibilità potenziale. Una volta finito il percorso di studi con la specializzazione, ci si trova poi davanti ad una carenza di concorsi pubblici. Concorsi che, tra l’altro, portano a carriere lavorative di sempre minore qualità: proprio i tagli alla sanità riducono tanto i servizi ai cittadini quanto la qualità lavorativa di chi attraversa ASL, ospedali, ambulatori. In questo senso persino i medici, come gli infermieri, virano verso un processo di proletarizzazione della loro condizione lavorativa, alimentato innanzitutto dalle mancanze del “pubblico”. L’alternativa rimane dunque il settore privato in continua espansione, a cui le aziende ospedaliere organizzate su base regionale appaltano ed esternalizzano sempre più servizi. Un cane che si morde la coda e che a un certo punto rischierà di rimanerci secco.
Insomma, ci piacerebbe dire che la riforma del semestre filtro sia stata fatta tanto per far vedere che al Ministero non stanno con le mani in mano, ma si tratta purtroppo di una manovra i cui obiettivi politici sono fin troppo evidenti. Nonostante i pareri espressi dalle varie commissioni, non si tratta di una partita chiusa e le contestazioni già ampiamente sollevate dagli studenti e le studentesse di medicina lo scorso anno rappresentano un pur certamente difficile vettore di possibilità e di cambiamento. Come al solito le decisioni vengono fatte sulla pelle di chi l’università la vive e mai per loro o con loro, anche quando certe volontà e necessità sono esplicite. Queste manovre rendono manifesto come l’università serva evidentemente interessi che non coincidono con quelli di noi student3 e lavorator3 precari3, sempre più schiacciat3 in carriere universitarie e lavorative insostenibili.
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