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Lo sgombero di Askatasuna riguarda tutti noi

L’azione violenta del governo contro il centro sociale torinese è un attacco a tutte le forme di resistenza sociale e dissenso

di Salvatore Cannavò, da Jacobin Italia

Ci sono azioni che costituiscono punti simbolici di rottura. Lo sgombero di Askatasuna, il centro sociale torinese protagonista di innumerevoli lotte a partire da quella contro il Tav Torino-Lione, è uno di questi. Scegliendo l’azione di forza da parte della polizia, quindi del governo, l’esecutivo alza trionfante lo scalpo di una realtà particolarmente indigesta e che vuole essere un monito alle varie resistenze sociali. 

L’operazione  è avvenuta all’alba, senza una disposizione giudiziaria, nel bel mezzo di una trattativa tra il centro sociale e il Comune di Torino, a guida Pd, per una riassegnazione di spazi adeguati e a pochi giorni di distanza dall’azione dimostrativa che viene utilizzata come pretesto per colpire questa realtà sociale, l’occupazione della redazione della Stampa per manifestare contro la detenzione dell’imam di Torino (poi liberato nei giorni successivi). Azione discutibile, quella alla Stampa, avvenuta tra l’altro in spazi lasciati vuoti dallo sciopero dei giornalisti, stigmatizzata dall’intero arco costituzionale e dalla gran parte dei commenti giornalistici paragonata addirittura a una violenza fascista. E invece, la violenza, quella vera, tangibile, misurabile con effetti duraturi sia umani che politici, è oggi quella di Stato che si erge a giudice supremo della legittimità delle lotte sociali.

Può sembrare un paragone azzardato, ma la soddisfazione governativa per aver conquistato il fortino di Askatasuna somiglia a quella delle camicie nere che assaltavano le case del popolo. Lo dimostra la lista infinita di dichiarazioni che provengono dai piani alti della maggioranza politica, contenti di esibire al proprio elettorato il volto di un governo forte e autorevole che non si piega davanti a nessuno. Ha cominciato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con un messaggio di «vittoria» sui social, ma si è scomodato persino il ministro degli Esteri, il saltellante anticomunista Antonio Tajani, che ha commentato la notizia  con un «era ora».  «Era un bene comune dei violenti, di quelli che hanno aggredito La Stampa – dice Tajani – che vanno a fare danni contro la Tav, sono quelli che fanno violenza ogni giorno per le strade di Torino. Era giusto che si liberasse questo centro sociale perché non si può sempre avere la possibilità di fare ciò che si vuole violando le leggi, e questi signori l’hanno fatto più volte e con violenza. Sono pericolosi, ed è giusto che il centro sociale sia stato liberato, sono anche qui d’accordo con il ministro Piantedosi». Il volto della repressione di Stato non può essere più esplicito di così. 

Ma non è solo Tajani, ovviamente. Nel corso della giornata ci sono state dichiarazioni di ministri, sottosegretari, capigruppo e semplici parlamentari, in un’abbuffata di soddisfazione e gioia inusitati. E a questa parata di regime le opposizioni, il Pd e il M5S in realtà, non hanno saputo far meglio che invocare l’analogo trattamento, lo sgombero, anche per i fascisti di Casa Pound e il loro stabile occupato a Roma. Come se un’azione punitiva nei confronti dell’occupazione di marca fascista potesse giustificare quanto avvenuto a Torino.

Sorprende, ma forse nemmeno troppo, che una parola di lucidità venga dal mondo dello spettacolo: «Ciò che è evidente, è che oggi abbiamo assistito a un’esibizione di forza repressiva sulla quale alcuni esponenti della destra nazionale e locale hanno già fieramente messo il cappello. Peccato che per farlo abbiano dovuto forzare i fatti a beneficio di narrativa». Lo ha detto Max Casacci dei Subsonica il quale ricorda opportunamente che «non esiste una relazione diretta tra lo sgombero e una ‘ferma risposta’ a recenti episodi violenti, tra cui l’irruzione nella sede della Stampa, su cui sono in corso indagini».

E infatti, se il garantismo giuridico non valesse solo per i colletti bianchi e gli amici della politica finiti sotto le attenzioni della magistratura, si capirebbe facilmente che un conto è la persecuzione legale per un’azione come quella alla Stampa, altra cosa è l’azione violenta e repressiva contro un’esperienza sociale. Una condanna per quanto avvenuto nella redazione del giornale piemontese dovrebbe essere espressione di un regolare processo giudiziario, del suo dibattimento, di una pubblica accusa davanti a una difesa legale. La condanna non può essere comminata da Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi via forze di polizia. Per questo rappresenta letteralmente quel che sembra: uno Stato di polizia. 

Ed è davvero deprimente la coazione a ripetere del Pd che evidentemente non vedeva l’ora di tirarsi via di dosso l’accusa, da parte della destra, di fiancheggiamento degli estremisti di Askatasuna e che ora può tornare – dopo aver avviato la trattativa per assegnare definitivamente uno spazio al centro sociale – a mimare la maschera dell’ordine costituito.

Lo sgombero di Askatasuna è più di un errore, è un crimine. Come sostiene una struttura che non è certamente tacciabile di estremismo, l’Arci, «rappresenta una scelta grave e miope, che colpisce non solo uno spazio fisico, ma un’esperienza sociale, culturale e politica che da decenni fa parte della storia di Torino». Per il governo però, come detto, è uno scalpo da esibire, un esempio della propria concezione repressiva, ma anche una vendetta per quanto accaduto all’imam di Torino. Incarcerato e pronto per essere espulso sulla base di una misura di polizia, il suo rilascio da parte della magistratura, sulla base delle carte e delle evidenze giudiziarie quindi sulla base dello stato di diritto, è stato vissuto come un affronto da parte di un governo che sulla volontà di esercitare la massima forza repressiva non è certamente tacciabile di ipocrisia. Anzi, il governo cerca lo scontro con la massima determinazione, sia per inviare messaggi al proprio elettorato che al fronte avverso, ai movimenti innanzitutto, con una intimidazione evidente e crescente. 

Repressione, quindi, vendetta postuma rispetto allo smacco subito sull’imam e poi ancora l’ennesimo messaggio relativo alle mobilitazioni di solidarietà con Gaza e i palestinesi. Askatasuna è stata l’epicentro delle mobilitazioni torinesi e quel movimento, che nelle scorse settimane ha attraversato le piazze di tutta Italia, continua a rappresentare un vulnus nell’operazione di tacitazione sociale cara al governo Meloni. Un’anomalia mal sopportata, come si è visto anche dalla presenza del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmud Abbas, alla festa Atreju di Fratelli d’Italia: un’esibizione, priva di risvolti politici concreti, per cercare di smentire il pieno appoggio che il governo italiano ha dato e continua a dare a Benjamin Netanyahu, ma utile per scrollarsi di dosso l’immagine di governo «complice del genocidio», accusa che Meloni ha subito come un affronto. Ogni occasione è buona per mandare un messaggio minatorio sul terreno della solidarietà alla Palestina. Anche le reazioni scomposte alle parole di Francesca Albanese sull’azione contro la redazione della Stampa sono andate in questa direzione. E lo sgombero di Askatasuna ne rappresenta un altro tassello.

Più in generale è un’operazione dimostrativa che colpisce chiunque manifesti e voglia opporsi. Portata avanti nel modo che più è congeniale a chi intende governare a colpi di fermezza e autoritarismo, affezionato per storia e cultura a questo linguaggio e ben lieto di rivendicarlo e mostrarlo con orgoglio ogni volta che è possibile. Non solo come effetto diversivo. Le misure contenute nella manovra di Bilancio su pensioni, fisco e tagli sociali chiedevano sicuramente di sviare l’attenzione del proprio elettorato. Ma la violenza di Stato esercitata a Torino va oltre: è una dimostrazione della natura profonda del governo, l’evidenza del suo Dna culturale, il collante che meglio di tutti tiene unita la destra italiana e che il governo Meloni, molto meglio di quanto abbiano mai fatto i governi di Berlusconi, ostenta con fierezza. Da vera patriota, come direbbe lei. Per questo, lo sgombero dell’Askatasuna riguarda tutte e tutti noi.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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