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Rivolta al Don Bosco di Pisa: un carcere invivibile, tra sovraffollamento, degrado e sorveglianza

I detenuti denunciano su TIK TOK il peggioramento delle condizioni di vita e la presenza di dispositivi di sorveglianza nelle celle. Fuori dal carcere centinaia di familiari e solidali chiedono notizie. «Tutti sanno come entrano i telefoni e le altre sostanze».

Da Riscatto Pisa

Guarda la diretta video dei detenuti

Pisa, 30 settembre 2026, ore 19:00. Una diretta su TikTok mostra l’interno del carcere Don Bosco, nel centro della città. Nelle celle sovraffollate, già segnate da condizioni igieniche drammatiche, i detenuti denunciano il ritrovamento di dispositivi elettronici di sorveglianza. Alcuni giornali parlano di «cimici nei letti», facendo pensare a banali insetti. Si tratterebbe invece di telecamere, microspie e microfoni utilizzati per sorvegliare i detenuti. Secondo quanto denunciato, questi dispositivi sarebbero stati installati nelle celle dopo che i detenuti erano stati fatti uscire con il pretesto di una prova di evacuazione.

In serata scoppia la rivolta: decine di detenuti si barricano in un’ala del penitenziario, mettendo in seria difficoltà la gestione del carcere. Vengono mobilitati reparti di polizia, polizia penitenziaria e carabinieri, mentre arrivano rinforzi anche da altre città, tra cui Firenze. Nella diretta si vedono gli agenti in tenuta antisommossa che tentano di reprimere la protesta dei detenuti, i quali resistono per ore, mantenendo il controllo di un intero reparto del carcere. Secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati utilizzati anche lacrimogeni all’interno della struttura. Diverse ambulanze si recano sul posto nel corso della serata.

Intanto centinaia di persone si radunano davanti all’ingresso del carcere. Sono soprattutto familiari e amici dei detenuti, che chiedono di conoscere le condizioni dei propri cari. Ancora a mezzanotte, diversi gruppi di persone rimangono fuori dal penitenziario in attesa di notizie, mentre prosegue il viavai dei mezzi di polizia.

Il Don Bosco è da tempo un inferno per chi ci vive. Il sovraffollamento, con circa 300 detenuti presenti nella struttura, si è ulteriormente aggravato dopo la chiusura di una sezione del carcere di Sollicciano, a Firenze, e il trasferimento di diversi detenuti a Pisa. Ma non è soltanto una questione di numeri. I familiari denunciano un peggioramento continuo delle condizioni di vita: mancanza di igiene, ambienti degradati, casi di scabbia e altre infezioni. Una situazione che, nonostante le denunce ripetute, non viene affrontata con interventi capaci di garantire condizioni dignitose. Al contrario, secondo i familiari, il degrado continua ad aggravarsi, mentre le richieste dei detenuti rimangono senza risposta.

I detenuti in protesta chiedono di incontrare il comandante della polizia penitenziaria proprio per denunciare i numerosi problemi igienico-sanitari e il sovraffollamento della struttura. A queste rivendicazioni si aggiunge la richiesta di non essere sottoposti a una sorveglianza costante e di vedere rispettata la riservatezza delle proprie conversazioni.

Ma la diretta TikTok, seguita da decine di migliaia di persone secondo quanto riferito, ha portato alla luce anche un’altra contraddizione. Di fronte ai giornalisti che si scandalizzavano per la presenza di un telefono cellulare all’interno del carcere, i familiari hanno risposto senza mezzi termini: è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno, sostengono, attraverso quali canali entrano i telefoni e le altre sostanze proibite. Il riferimento è alle presunte pratiche di corruzione interne al sistema carcerario, che i familiari denunciano apertamente. Un’accusa pesante, che sposta l’attenzione dalla presenza del cellulare alle responsabilità di chi dovrebbe controllare ciò che entra nel penitenziario.

Mentre la politica rincorre l’ennesima stretta securitaria, aumentando controlli e strumenti repressivi, dentro le carceri peggiorano le condizioni materiali di esistenza. Mancano igiene, salute, spazi e risposte ai bisogni fondamentali, ma non sembrano mancare le risorse per la sorveglianza. La rivolta del Don Bosco riporta al centro una realtà che troppo spesso rimane nascosta dietro le mura del carcere: persone costrette a vivere in condizioni degradanti, private non soltanto della libertà, ma anche della possibilità di vedere rispettati bisogni e diritti fondamentali. Il problema non è come sia stato possibile trasmettere una diretta TikTok dall’interno del carcere, ma ciò che quella diretta ha permesso di vedere e denunciare.

La risposta al degrado non può essere altra sorveglianza, altra repressione, altro carcere. La salute, la dignità e la vita delle persone detenute non possono essere subordinate alla logica della punizione. Quello che accade al Don Bosco riguarda tutta la città e impone di mettere in discussione un sistema che, anziché risolvere le condizioni di sofferenza che produce, continua ad aggravarle.

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