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Torino è partigiana: il futuro comincia adesso

Riprendiamo il comunicato scritto in serata e uscito dal centro sociale Askatasuna sulla giornata di ieri.

Scriviamo poche righe a caldo, a pochi minuti dalla conclusione della manifestazione che oggi ha visto a Torino scendere in piazza oltre 50 mila persone. Il messaggio politico lanciato in questa giornata è inequivocabile: esiste un’Italia che rifiuta l’assetto di guerra con cui il governo Meloni vorrebbe imporre lo stato delle cose.

Oggi in ben tre piazze che sono state attraversate in maniera viva e da protagonisti, c’era l’Italia che difende la possibilità di esistere in un presente fatto di riarmo, nelle parole e nei fatti. C’era l’Italia che difende gli spazi di aggregazione e incontro, gli spazi sociali che nella storia di questo Paese hanno rappresentato un modo per affermare un’opzione concreta per fare la differenza. C’era l’Italia che parla il linguaggio dell’inclusione, che respinge razzismo e discriminazioni, che sta dalla parte dei popoli che resistono, che combatte il patriarcato ogni giorno e lotta per la salvezza del Pianeta, a difesa dei territori contro le grandi opere inutili. Un’Italia che non vede nelle periferie problemi di ordine pubblico o bacini elettorali, ma luoghi in cui costruire solidarietà e anche comunità resistenti.

Nelle piazze c’erano i movimenti, i sindacati, i partiti, i collettivi, gli studenti e le studentesse di scuole e università, i comitati di quartiere, le bocciofile, le realtà grandi e piccole dell’associazionismo e della politica, insieme a tantissimi cittadini e cittadine che hanno scelto di non delegare e di essere protagonisti di una giornata irrinunciabile.

La mobilitazione di oggi nasce dallo sgombero di Askatasuna e non si poteva non esserci. Chi perché c’era quando è stata occupata, chi perché ha pensato che la sua esistenza fosse l’argine a una deriva conservatrice, autoritaria, violenta da parte delle politiche dei governi che si sono succeduti fino ad ora, chi perché ci ha fatto i concerti, perché ci ha cresciuto i figli, chi perché voleva e continua a volersi organizzare insieme per costruire altri mondi possibili. E’ una storia che è patrimonio comune, è una storia che parla a tutto il Paese. E la giornata di oggi rispecchia in maniera chiara e netta una risposta di massa, popolare e dal basso a un governo che teme il conflitto e che considera chi resiste e lotta un nemico da annientare.

Giorgia Meloni lo ha finalmente detto a chiare lettere: chi era a Torino oggi è il “nemico del governo”. Lo ha esplicitato, si è squarciato l’ultimo brandello di quel velo irreprensibile. Ed è un bene che abbiano timore Giorgia Meloni, Piantedosi, La Russa, il sindacato di polizia: in questo Paese siamo in molti e molte a non essere disposti a subire politiche securitarie, razziste, omofobe e guerrafondaie. Oggi coloro che non sono più disposti a accettare supinamente queste politiche erano lì, fianco a fianco, chi più avanti e chi più indietro. Chi più giovane e chi più anziano, ciascuno con le proprie possibilità ha dato il proprio contributo. Quando lo Stato, in tutte le sue forme, mostra il volto profondo della violenza con cui intende gestire l’esistente, impone militarizzazione, scherno e dileggio nei confronti della popolazione non ci si può stupire di ciò che questo scaturisce. Quando a essere chiuse per questioni di ordine pubblico sono le scuole dell’obbligo di un piccolo quartiere di Torino, quando a essere militarizzato è un solo quartiere di una città italiana, quando un capo di stato determina in maniera univoca le scelte politiche delle istituzioni pubbliche, quando a essere feriti sono decine e decine di persone che manifestano: possono essere eccezioni, possono essere emergenze, se lette con le loro lenti. Con le nostre il quadro è chiaro: non si tratta di una scuola, di un quartiere, di una città, di alcune decine di persone, si tratta dell’orizzonte verso il quale questo sistema vorrebbe tutte le scuole, tutti i quartieri, tutte le città, tutti coloro che dissentono. Ce lo mostra in maniera cristallina Minneapolis, ce lo mostra in maniera devastante Gaza.

Leggere quanto è accaduto in questo quadro è una chiave che apre una finestra sul futuro, da domani in avanti lo sguardo va puntato su chi sono i responsabili:
Il governo, che sceglie la repressione come linguaggio politico; la guerra, come strumento di profitto e di gestione delle controversie internazionali; il modello imperante degli Stati Uniti, delle persecuzioni razziali e della criminalizzazione delle minoranze; la propaganda e la paura come prassi politica. La realtà è che il conflitto diventa una risposta inevitabile.

La presenza di oltre 50 mila persone dimostra che questa opposizione non è marginale né isolata. È una forza sociale reale, capace di riconoscersi, convergere. C’è un tempo per raccogliere, un tempo per costruire, un tempo per stracciare, un tempo per indicare i nemici del popolo e rilanciare. Avevano pensato di aver rotto l’argine, l’argine si ricostruisce ancora più più ampio, ancora più forte.

Solidarietà a tutti e tutte le persone fermate e ferite oggi.
Askatasuna vuol dire libertà.

La ricchezza delle piazze raccontata ai microfoni di Radio Blackout in ponte radio con Radio Onda Rossa, Radio Quar, Radio Wombat, Radio Spore, Radio Neanderthal, Radio Eustacchio; e dalla diretta di Radio Onda d’Urto

DIRETTA DAL CORTEO NAZIONALE. TORINO E’ PARTIGIANA Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali.

“ASKATASUNA VUOL DIRE LIBERTÀ”: 50MILA PERSONE AL CORTEO NAZIONALE DI TORINO. LA DIRETTA DI RADIO ONDA D’URTO

Di seguito, due dei (numerosi) video che testimoniano l’operato della polizia, sabato 31 gennaio, a Torino:

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