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L’Asse del Caos

Verso una violenza senza fine in Medio Oriente

da Machina

La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con conseguenze difficilmente controllabili.

***

La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28 febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab, dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze incalcolabili.

Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state «annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti – dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza».

Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici, probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare.

Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein.

Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta.

Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno già colpendo il commercio in tutto il Golfo.

Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro.

Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la traiettoria della guerra.

La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande efficacia, proprio infliggendo danni economici.

Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la «destabilizzazione».

Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre».

Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente: costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare; provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe «mosso guerra alla civiltà stessa».

Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle «guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra tempistica».

Non potrebbe essere più chiaro.

Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il terzo classificato sono morti».

Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano.

Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli attacchi contro gli ospedali iraniani».

Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file Epstein».

Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi.

Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni — infliggere un colpo devastante al regime del terrore».

Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate».

Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele».

Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale, causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla guerra.

Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che, nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia».

Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle popolazioni coinvolte.

Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque anni.

Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati.

Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria, avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere occupato impunemente.

Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità.

Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia.

Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito, resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e turbolenze economiche globali.

Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump, «il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale.

L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro l’Iran.

Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi, e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali con la Spagna.

All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse.

Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le conseguenze o gli esiti.

Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica, interna o internazionale.

Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato iraniano.

Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già inflitto alla regione.

***

Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024).

elaborazione di Angelica Ferrara

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