
Iran: intervista a Rassa Ghaffari
Pubblichiamo la sbobinatura di un’interessante intervista a Rassa Ghaffari sociologa dell’università di Genova a cura di Radio Blackout.
R: In questi giorni l’Iran è diventato un vero e proprio campo di battaglia mediatico e narrativo, in cui si stanno sovrapponendo voci e narrazioni, molte delle quali si autodeclamano rappresentanti di tutti gli Iraniani, con dei toni spesso molto assolutisti. Quindi, penso sia importante che chi ci ascolta sappia un pochettino qual è la mia prospettiva. Come abbiamo già detto, io mi sono occupata per tanti anni di Iran. In questo momento mi occupo di migrazioni non autorizzate. Sono una ricercatrice, ma sono anche parte della diaspora iraniana in Italia. Con l’Iran mantengo relazioni molto strette, la mia famiglia vive in Iran. In Iran io ho vissuto e lavorato. Faccio visite molto spesso. Il mio ultimo viaggio risale a ottobre 2025. La mia prospettiva è esplicitamente transfemminista, decoloniale e antimperialista e sarà con questa prospettiva che andrò a commentare un po’ la situazione.
X: Grazie Rassa. Passiamo alla prima domanda. In Iran gli attacchi di Stati Uniti e Israele stanno colpendo sia obiettivi militari, come abbiamo visto in questi ultimi giorni, ma anche vari luoghi legati alla repressione come possono essere caserme di polizia, prigioni. Diversi giornali hanno scritto che questa rientra in una delle strategie degli Stati Uniti per far accrescere il consenso rispetto a questo intervento esterno e, si potrebbe dire, tentare o continuare a tentare di fomentare la protesta interna. Partirei da questa notizia per chiederti un po ‘qual è la situazione nel paese e quali sono le diverse posizioni con cui la popolazione sta rispondendo alla guerra in corso.
R: Allora, innanzitutto è importante partire da un nodo di realtà, ovvero che abbiamo pochissime fonti verificabili dall’interno dell’Iran. Questo per il blocco quasi totale di internet di questi giorni, quindi molte delle informazioni che circolano sono di provenienza governativa, oppure vengono filtrate da narrazioni esterne e spesso vengono inserite nelle camere di eco soprattutto di eco, soprattutto in Europa, che tendono a semplificare un contesto che è estremamente complesso. Io penso che “complessità” sia una parola che spesso viene un po ‘abusata, però veramente ci torna utile in questo momento per leggere la situazione. Ci tengo anche a ribadire, partendo dal fatto che gli attacchi israelo-statunitensi sono attacchi unilaterali illegali, dal punto di vista del diritto internazionale. Sappiamo che non esiste un qualcosa concettualizzato come un “attacco preventivo”. Ma comunque sono stati presentati come degli attacchi mirati chirurgici, a degli obiettivi militari, tuttavia, ci dicono le testimonianze, che sono stati colpiti anche luoghi che non possono essere ricondotti a degli obiettivi militari. Allo stesso tempo circolano delle narrazioni anche contrapposte. C’è chi sostiene – ho sentito molto in questi giorni – che alcuni attacchi contro i civili sarebbero stati delle operazioni interne, attribuibili alle stesse autorità iraniane. C’è un richiamo storico che molti stanno facendo ad esempio all’incendio del cinema Rex nel 1978. In molti in queste ore stanno denunciando invece l’uso di ospedali, prigioni di scuole come di scudi umani, no? Questo è un punto su cui voglio soffermarmi un attimo, perché abbiamo già visto questo tipo di discorso, questo tipo di retoriche, nel caso di Gaza, sull’utilizzo o meno di infrastrutture civili come scudi umani. La domanda che mi sto ponendo in questo momento è se anche qualora si mostrassero l’utilizzo strumentale di queste infrastrutture questo conferisce automaticamente una legittimità al loro bombardamento o meno. La mia posizione personale è che questo contribuisce a una grave deresponsabilizzazione di chi questi attacchi li sta conducendo ed è una retorica che abbiamo già visto in Palestina, abbastanza preoccupante, abbastanza grave. Sul piano interno, il paese era già attraversato da una fortissima polarizzazione, prima dell’inizio di questa escalation. Penso sia importante anche distinguere tra le voci interne all’Iran e le voci esterne. Nella popolazione oggi c’è sicuramente una grande consapevolezza, molto acuta, della gravità del momento. Certamente circolano video di iraniani e iraniane che celebrano gli attacchi, celebrano la guerra e in molti mi chiedono anche oggi in Italia quale sia un po’ la verità su questi video. Ci tengo a dire che pur essendo la mia posizione dichiaratamente contro questo attacco imperialista, contro la sua natura femonazionalista, omonazionalista – e potremmo continuare con molti ismi -, negare che comunque esistono anche queste voci, queste soggettività, sarebbe intellettualmente disonesto. Personalmente, ho ricevuto messaggi di persone che guardano a questa guerra con ottimismo, con fiducia, come una possibile occasione di rottura. Da ricercatrice, da scienziata sociale, il mio compito è anche andare a guardare un po’ il substrato in cui questo comportamento e queste reazioni hanno origine. che parla di speranza, del ruolo della speranza, che in questo contesto non è un sentimento ingenuo, ma è un motore creativo, è una pratica politica quotidiana, è una forma di resistenza. Quando però vengono meno le basi materiali e simboliche per esercitarla, alla speranza possono subentrare il nichilismo, un ripiegamento individualista, come stiamo vedendo molto in questi giorni. Tuttavia, per quanto mi viene raccontato sia dall’interno del paese sia da quanto emerge dai confronti che sto avendo con colleghi e compagni, credo di poter dire che si tratti di una componente minoritaria in questo momento (che vede nel conflitto un’opportunità di cambio di regime). D’altronde, anche le dichiarazioni di Trump e Netanyahu sono state molto contraddittorie. Non delineano un progetto politico chiaro per il dopo: anche se sono state fatte delle dichiarazioni su quello che è lo scopo – cancellare il programma nucleare iraniano, distruggere il suo sistema di missili -, però lo scopo di lungo termine appare completamente confuso e soprattutto mi sembra che manchi un interlocutore che chieda agli iraniani stessi quale futuro desiderano e immaginano per il loro paese. Il punto più allarmante è proprio questo: che nessuno, né a Washington né a Tel Aviv, nemmeno l’Europa stessa, sembra promuovere in modo coerente e avere a cuore il genuino interesse della popolazione iraniana. Penso quindi che occorra evitare delle semplificazioni totalizzanti, ad esempio che tutti gli iraniani siano favorevoli alla guerra e quindi siano privi di una coscienza politica, siano schiavi imperialisti, oppure che non esistano iraniani favorevoli. Questo perché ridurre le reazioni a delle categorie morali, “coscienti contro manipolati”, “patrioti contro imperialisti”, produce soltanto della solidarietà selettiva e cancella la complessità. Io penso che tutte queste voci e tutte queste reazioni vadano ascoltate non perché siano tutte ugualmente giuste – e come ho già detto il mio posizionamento è molto chiaro -, ma perché tutte giocheranno un ruolo nella costruzione di quello che sarà l’Iran dopo il conflitto, e sottovalutarne alcune si e rivelato un errore molto miope nel corso della storia. Un discorso diverso riguarda le diaspore – parlo volutamente al plurale per rappresentare la presenza di molteplici diaspore iraniane nel mondo, che hanno tutte delle posizioni molto stratificate. Alcune sono molto molto problematiche, ma non credo che abbiamo il tempo di approfondirle. Infine, invito anche a osservare in realtà quali sono le assenze. Cioè, dove sono oggi le voci che non vengono riprodotte, che non stiamo sentendo? Sto pensando ad esempio ai movimenti femminili e femministi di “donna, vita e libertà”, ai movimenti dei lavoratori e degli studenti. Anche il silenzio, l’invisibilità di alcuni attori, è un dato politico tanto quanto le dichiarazioni più rumorose.
X: Grazie Rassa, molto interessante. Continuo con le domande, anche più attuali, nella misura in cui in queste ultime ore è stato nominato il figlio di Khamenei e questo ci parla più che della società, insomma, delle decisioni politiche che sono state prese a stretto giro dopo la morte, l’uccisione di Khamenei. Ecco, vorremmo chiederti che cosa comporta questa nomina rispetto alle relazioni con gli Stati Uniti attuali e prossime e quali possono essere le prospettive che si aprono ora con questo nuovo governo.
R: Allora, anche questo è un tema molto complesso in cui cerco di dare un po ‘qualche spunto. Innanzitutto c’era una credenza secondo me molto forte che girava soprattutto in Europa e in Occidente. Cioè la convinzione che la morte di khamenei avrebbe magicamente risolto qualsiasi problema interno o esterno al paese. Eliminarlo avrebbe in un batter d’occhio risolto tutto lo scenario. Oggi leggevo un’intervista molto interessante a Paola Rivetti, una compagna, una docente esperta di Iran che sosteneva che Khamenei in realtà è stato un uomo di potere, ma – è anche importante sottolinearlo – non un uomo solo al potere, come poteva essere Gheddafi in libia, no?, il capo carismatico che decide tutto in maniera molto autonoma. Questo è un altro falso mito che circola sull’Iran, che sia una teocrazia monolitica con a capo una persona sola e basta eliminare questa persona e magicamente cambia tutto. Khamenei aveva comitati, organi consultivi con i quali elaborava le strategie di politica estera militare. Controllava in particolare i Guardiani della Rivoluzione, le forze armate più importanti e potenti, quindi non un uomo che viveva in una solitudine politica, ma una figura politica che aveva tantissima legittimità in gran parte del regime, che infatti lo sostiene. E questo ci riporta appunto a come la Repubblica Islamica sia un sistema complesso, stratificato, e sono spesso critica della distinzione o no della teocrazia che viene data – un sistema studiato per non crollare in un aspettato vuoto di potere -, anche perché Khamenei, va ricordato, era malato da molto tempo, aveva ottantasette anni, quindi, insomma, è ingenuo pensare che non fosse studiato un sistema di trasmissione del potere della sua carica. Subito dopo la sua morte, ieri sera è stata annunciata la scelta di uno dei suoi figli, Mojtaba, come nuova Guida Suprema. Una decisione non scontata in realtà, perché la Repubblica Islamica e Khamenei stesso avevano dichiarato più volte di non voler instaurare una linea dinastica. Una nomina che comunque, a mio avviso, conferma la sostanziale continuità. Sono circolate un po’ nei giorni scorsi delle voci che parlavano di un tentativo, per ora inattuabile, chiaramente da parte di USA e Israele, di far emergere una fazione dell’elite iraniana considerata meno radicale, più prona e più vicina agli interessi israelo-statunitensi. Mojtaba è una figura molto ambiziosa, ha combattuto la guerra contro l’Iraq come membro dei Pasdaran, in Iran il suo nome è associato anche a quello del corpo paramilitare dei Bassici, istituiti da khamenei. Per quanto riguarda un po’ le varie voci in gioco mi sembra anche interessante vedere un po’ lo scenario delle opposizioni all’estero. Immagino che molti e molte fra il pubblico saranno familiari con la figura di Reza Pahlavi, il figlio dello scià decaduto con la rivoluzione nel ‘79, e insomma quelle istanze che stanno venendo portate avanti in questo momento, insomma. Lo cito perché mai come in questo momento l’opposizione che si richiama a Pahlavi ha assunto una tale rilevanza, anche mediatica. La prima volta che questa fazione monarchica è riuscita a diventare una forza di opposizione. Questo perché negli ultimi dieci anni sono riusciti a guadagnarsi dei finanziamenti logistici ed economici notevoli. C’è stato uno sforzo, grazie a questa massiccia macchina della propaganda, di restaurare l’immagine dell’epoca Pahlavi che, ricordiamo, benché se ne voglia dire, comunque la si voglia ripulire, fu un’epoca dittatoriale. Insomma, tutti i libri di storia in qualche modo ce lo ricordano. Reza Pahlavi e dunque riuscito a divenire in questi ultimi anni come una figura riconosciuta con un progetto più o meno chiaro dal punto di vista politico, a cui un numero sempre crescente di iraniani, soprattutto della diaspora, in questo momento, si sta rivolgendo. È riuscito anche a creare delle connessioni con Israele e con una parte repubblicana degli Usa. Israele in cambio ha fornito anche un supporto mediatico significativo. Quello che è in dubbio, ben lungi dal riuscire a unificare l’opposizione iraniana, questa scesa di pahlavi in realtà è andata ad approfondire ed esacerbare numerose divisioni. Sto pensando alle ultime notizie degli ultimi giorni, di questo botta e risposta tra Pahlavi e i gruppi curdi all’interno del paese, no? Con queste velate minacce in qualche modo fatte da Pahlavi riguardo all’unità del popolo iraniano e poi su questa presunta uniformità (vorrei esprimere alcune parole più avanti) e la risposta di questi gruppi curdi all’interno del paese. Quello che è significativo è che mentre Pahlavi ha più volte cercato sostegno da Trump, proprio ieri o comunque nei giorni scorsi, Trump, in una conferenza stampa, ha dichiarato in maniera abbastanza esplicita che Pahlavi non sarà la sua opzione per il futuro dell’Iran, perché non è abbastanza affidabile e ha poca legittimazione all’interno del paese. Questa è una bella batosta per tutta quella parte di opposizione iraniana. È contemporaneamente emersa da poco la notizia che Trump starebbe avendo dei colloqui con i gruppi curdi. Cosa ci dicono queste notizie? Sono abbastanza di difficile interpretazione, ma ci pongono delle domande su quello che è il piano per l’Iran. Molti parlano di una balcanizzazione e frammentazione del paese, secondo delle linee identitarie, con gli USA che sostengono la formazione di piccoli stati indipendenti per ciascuna minoranza etnica. Se noi andiamo a guardare un po’ una cartina della composizione etnica dell’Iran, vediamo che è un paese con una grandissima eterogeneità, in cui abbiamo sì persiani, ma anche curdi, lori, beluci del mazandaran, azeri, arabi.
Insomma, veramente un eterogeneità che molto spesso viene silenziata, viene in qualche modo nascosta. Altro ancora, paventano la possibilità di una guerra civile, perché un regime debole, un regime debole che non è stato comunque ancora del tutto annientato, potrebbe entrare in guerra con altre fazioni politiche armate. Si tratta di scenari che farebbero sicuramente sprofondare l’Iran in un caos perenne. Un paese con una sovranità debole, limitata, consumata da violenze interne. A chi giova uno scenario simile? Sicuramente è uno scenario atteso da Israele e USA che, insomma, hanno sicuramente più vantaggi dal persistere di uno scenario di così tanta violenza. Proprio stamattina leggevo un’intervista molto interessante ad Asef Bayat, uno studioso che molto ha scritto sulla situazione interna ed estera iraniana. In quest’intervista lui sosteneva che ci sono dei momenti nella storia molto particolari in cui sembra che gli interessi delle potenze imperiali possano temporaneamente convergere e sovrapporsi agli interessi delle popolazioni oppresse, delle popolazioni in rivolta. E quindi, in questi delicatissimi momenti, molto estemporanei di convergenza, quello a cui bisogna prestare attenzione è chi in definitiva ha il potere di determinare l’esito di questa situazione. Se USA e israele diventano degli attori decisivi nel futuro politico iraniano, la domanda che dobbiamo porci è “Che cosa questo significa per la sovranità del paese, per la sua integrità territoriale, per le sue risorse naturali, per il benessere della sua popolazione?”. Tuttavia la storia ci insegna molto bene – concludeva questa intervista – come le potenze esterne seguono sempre i loro obiettivi strategici geopolitici e che per quanto ci piaccia spesso pensare il contrario, prima o poi questi entreranno in conflitto con le aspirazioni delle popolazioni stesse.
X: Rassa Ghaffari, grazie per questo tuo contributo prezioso. Ti facciamo un’ultima domanda, che riguarda più la politica regionale, le relazioni tra Iran e i suoi vicini, paesi confinanti, nella misura in cui gli altri fronti di guerra, a seguito di questo attacco, si stanno ampliando. Anche dall’Europa leggiamo in questi giorni che diversi stati stanno inviando maggiori armi nelle loro basi in Medio Oriente. Ecco, se puoi dirci qualcosa su come gli attacchi iraniani nei paesi del Golfo stanno influenzando questo scenario, quali possono essere le conseguenze anche economiche che si iniziano a intravedere per l’Iran.
R: Ma, guarda, stiamo guardando a un ampliamento del conflitto inevitabile. Insomma, un attacco imperialista – ci tengo di nuovo a ribadirlo – assolutamente illegale dal punto di vista internazionale, è molto sconsiderato perché prevedibilmente questo avrebbe portato a un allargamento dello scenario. Tra l’altro io vivo in Sicilia, dove è molto forte, è molto sentita la preoccupazione e l’opposizione anche all’utilizzo del nostro territorio per dei fini bellici e il coinvolgimento in questi piani imperialisti. Dunque, la risposta attuale dell’iran, in questo momento, pare essere molto diversa da quella che è stata durante l’ultimo conflitto a giugno 2025, in quel momento la Repubblica Islamica aveva optato per una strategia di de-escalation. Una pratica di risposte che erano state limitate, in qualche modo coordinate, a giugno. Ad esempio agli USA era stato notificato quello che sarebbe stato il loro attacco alle basi in Qatar. E ci sono state delle risposte più o meno proporzionate agli attacchi subiti. Il contrattacco a cui stiamo assistendo in questi giorni, invece, è stato molto deciso e gli attacchi alle basi americane nei paesi circostanti sembrano avere una duplice funzione in qualche modo. Sono, a mio avviso, esplicative anche del fatto che la Repubblica Islamica sta lottando adesso per la propria sopravvivenza. come mai prima di questo momento. Hanno innanzitutto un’azione deterrente, che spera di mettere pressione su questi alleati degli USA e di Israele, affinché cessino i bombardamenti sul paese e, come ha detto in un’altra intervista sempre Paola Rivetti, possono avere anche lo scopo di andare ad alimentare e fomentare il dissenso interno, che anche in questi contesti, sebbene se ne parli relativamente meno, continua ad essere presente. Per quanto riguarda lo stretto di Hormuz, stiamo parlando di uno stretto che divide la Penisola Arabica dalle coste dell’Iran e mette in comunicazione il Golfo di Oman a sud est e il Golfo Persico ad ovest. È un punto di grandissima importanza strategica perché qui circola circa un quarto della produzione mondiale di petrolio. Stiamo parlando di qualcosa come 20 milioni di barili al giorno, una quantità che non si riesce nemmeno a immaginare. Ma anche della produzione del circolo del gas. Quindi, qualsiasi interruzione di questo imbuto si ripercuote istantaneamente sui mercati globali, sulle catene di approvvigionamento. Questa contrazione del traffico è già avvenuta. Sappiamo che il traffico navale è già crollato, che centinaia di petrolieri, di navi di gas, sono ferme e siamo di fronte a un rischio concreto della chiusura totale di quelle acque. Se lo stretto venisse per lungo tempo chiuso, la maggior parte delle esportazioni di petrolio dal Golfo verrebbe tagliata fuori dal resto del mondo in una maniera quasi immediata, Anche se l’Arabia Saudiata e gli Emirati Arabi Uniti spingessero al limite i loro oleodotti alternativi, affermano gli analisti che circa due terzi delle esportazioni del Golfo rimarrebbero bloccate. Stiamo parlando di conseguenze estremamente drammatiche. Questa è precisamente l’arma nelle mani di Teheran che sta venendo utilizzata, innescare un’impennata dei prezzi del petrolio, giocare la carta del costo, un effetto inflazionistico quasi immediato, negli USA ma anche in tutto il mondo, facendo quindi lievitare i costi economici, ma anche politici, della guerra, che sono già comunque altissimi, sono drammatici e si stanno ripercuotendo, qualunque sia la posizione sulla Repubblica Islamica. Io penso che la storia ci insegni come difficilmente un intervento armato imperialista abbia portato qualsiasi tipo di conseguenza positiva per le popolazioni che l’hanno subita.
Precisazione sulla successione di Khamenei
R: Come voce esperta e ospite di questa puntata, mi sento in dovere e mi sento la responsabilità di correggere una notizia che io stessa ho menzionato, ovvero la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema in seguito alla morte di Khamenei. Questa è una notizia che è circolata molto nelle ultime ore, soprattutto riportata dai media italiani, ma che in seguito ad una verifica più attenta, abbiamo notato non essere stata ancora comunicata da alcuna fonte ufficiale iraniana. Attendiamo quindi nelle prossime ore una conferma o una smentita. Quello di Mojtaba è un nome che salta fuori molto spesso ogniqualvolta si parla del futuro della Repubblica Islamica dopo la morte del padre, ma che ad oggi non ha ricevuto alcuna conferma ufficiale.
Iran: la guerra imperialista si intensifica
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto Usa-Israele.
Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana.
L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli.
Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto altro.
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