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Violenze di polizia a Torino: una tradizione sabauda

A Torino, nei giorni scorsi, un corteo di studenti che protestava per l’arrivo di Giorgia Meloni in città è stato disperso dalla polizia con manganellate e cariche di inutile violenza. È, ormai, una sorta di tradizione sabauda. Ma ciò che ogni volta sorprende è il seguito giudiziario: contestazioni a pioggia di resistenza a pubblico ufficiale per i manifestanti e mai un rilievo per violenze ed eccessi di polizia

di Claudio Novaro, da Volere la Luna

Manganellate e violente cariche della Polizia contro un corteo di studenti che protesta per l’arrivo di Giorgia Meloni in città. Succede ancora una volta a Torino, replicando disinvoltamente e con costanza (quasi una tradizione sabauda, attecchita però anche altrove nella penisola) quanto avvenuto in molte manifestazioni cittadine: basta citare quelle studentesche del gennaio 2022 o i tanti cortei del primo maggio degli ultimi anni. Né si può dimenticare che, prima ancora del G8 di Genova del 2001, Torino ha visto, nel marzo del 1998 e nel maggio 1999, l’assalto di decine di operatori delle forze dell’ordine a due centri sociali, l’Asilo occupato e l’Askatasuna: un assalto senza la violenza indiscriminata vista a Genova, ma con il suo corredo di botte, distruzione delle suppellettili e della strumentazione musicale, scritte offensive sui muri.

La differenza questa volta, forse grazie ai numerosi video che sono immediatamente girati sui social, è che anche una parte dei giornali e del mondo politico, tradizionalmente schierata in una difesa a oltranza dell’operato della Polizia, ha espresso qualche dubbio e qualche critica. Su La Stampa, ad esempio, accanto a un articolo come di norma antipatizzante rispetto alle ragioni della protesta, è comparso un commento di Elena Loewenthal, direttrice del Circolo dei lettori, che ha stigmatizzato l’accaduto, sostenendo che«scene come quelle passate attraverso le videocamere dei telefonini ieri sono davvero difficili da digerire e ancor meno da comprendere. Non è giusto, non è logico, non è guardabile quell’accerchiamento di un ragazzino, con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti dei poliziotti». L’articolo, peraltro, inizia con una indimostrata petizione di principio, secondo cui «a Torino c’erano sicuramente anche infiltrati, agitatori di professione, gente pronta a fomentare una violenza che poco o niente ha a che vedere con la legittima protesta entro i confini di una libera democrazia che tale è se fa vivere anche il dissenso». Insomma, la censura alla condotta in piazza della Polizia viene ancora una volta edulcorata attraverso il riferimento ai barbari antagonisti.

Ora, non so che informazioni e che conoscenze abbia la dottoressa Loewenthal del conflitto sociale cittadino e delle proteste studentesche. Immagino quelle derivanti dagli articoli comparsi sul giornale in cui scrive, spesso nient’altro che il frutto delle veline della questura. Se con la presenza di agitatori di professione ci si riferisce ai giovani dei centri sociali o dei collettivi studenteschi medi e universitari o, ancora, delle organizzazioni giovanili (come ad esempio “Cambiare rotta”, pluricitata, al pari del movimento No Tav, nei resoconti sulla vicenda), si tratta della parte spesso più consapevole e militante della comunità studentesca. E non si comprende per quale ragione tali soggetti sociali non possano scendere in piazza senza vedersi etichettati con improbabili definizioni e classificazioni, tutte interne a una narrazione che cerca il complotto, la regia esterna a tutti i costi, come se non ci fossero ottime ragioni per essere giovani e arrabbiati e per protestare in questo paese.

L’articolo però giustamente si interroga sulle modalità del controllo dell’ordine pubblico e individua una delle criticità più appariscenti della vicenda: «La disparità che ha segnato alcuni momenti delle manifestazioni di ieri è tanto lampante quanto problematica e lascia aperta una domanda ineludibile: non si poteva fare ed essere altrimenti? Non esiste una via diversa per controllare le proteste ed evitare che a segnare giornate critiche come quella appena trascorsa a Torino restino immagini del genere?».

Come sa chiunque si sia occupato di tali questioni, il cosiddetto protest polìcing, cioè il controllo della protesta da parte forze dell’ordine, costituisce uno dei momenti più delicati nella gestione dell’ordine pubblico, a fronte della innegabile tensione che esiste tra il potere della Polizia di tutelare l’ordre dans les rues con rapidità e senza interferenze e la necessità di rispettare la libertà personale dei cittadini e il loro diritto di partecipazione politica. La storia muscolare delle risposte al conflitto nel corso di questi anni costituisce un segnale allarmante, la concreta dimostrazione di come le strategie di repressione violenta abbiano largamente prevalso su quelle legate a dinamiche di controllo negoziato. Si tratta di strategie che si inscrivono a pieno titolo in quelle pratiche di costante alterizzazione, cioè di identificazione come avversari, e come persone in ogni caso pericolose, dei soggetti che la Polizia incontra nell’ambito della propria attività di accertamento sul territorio, di cui ha ragionato recentemente il sociologo Vincenzo Scalia.

Ciò che stupisce – e che invece, se attuato, potrebbe forse costituire un almeno parziale antidoto alle violenze – è la quasi totale assenza di un controllo di legalità della magistratura, specie di quella inquirente, sull’operato delle forze dell’ordine. In tutti questi anni, eccezion fatta per le note vicende genovesi del 2001, non ho mai visto mandare a giudizio un operatore delle forze dell’ordine per abusi commessi nel corso del suo lavoro in piazza durante le manifestazioni. Come ho avuto modo di segnalare in più occasioni, la Polizia, nell’ambito del conflitto sociale, non solo detiene una sorta di monopolio nella definizione dei comportamenti di rilevanza penale, nella perimetrazione tra quanto è consentito e quanto non lo è e nella selezione dei futuri imputati dei processi a carico dei manifestanti, ma si muove con la sicurezza della propria assoluta impunità per tutte le condotte tenute o gli ordini impartiti (che si tratti di cariche, di lancio di lacrimogeni e finanche – le storie valsusine insegnano – di pestaggi attuati collettivamente), un’impunità che si estende poi sino alle fantasiose ricostruzioni dei fatti proposte in giudizio (anche nei casi non frequenti di totale assoluzione degli imputati).

Ancora poche settimane fa, in un processo per fatti avvenuti nel gennaio 2022 a seguito delle proteste contro l’alternanza scuola-lavoro dopo la morte di un giovane vicino a Udine, le manganellate degli operatori di Polizia contro studenti e studentesse (che hanno riportato ferite anche gravi, talora con ricoveri ospedalieri e prognosi superiori ai 30 giorni), riprese e documentate in plurimi video, non solo non hanno condotto a nessuna iscrizione nel registro delle notizie di reato, ma sono state apertamente giustificate dal pubblico ministero di udienza con la scelta incosciente degli studenti di voler scendere in piazza e svolgere un corteo nonostante i divieti connessi alla pandemia. Alla faccia del principio di proporzionalità nell’uso della forza e della tutela dei diritti costituzionalmente garantiti dei manifestanti.

Tra pochi giorni inizierà a Torino un processo che vede 38 persone imputate per i fatti accaduti nel corso dei cortei del 1 maggio del 2017 e del 2019. Da oltre una decina di anni al cosiddetto spezzone sociale, vale a dire alla parte più effervescente, rumorosa e partecipata del corteo, viene impedito, a suon di manganellate e cariche, di accedere alla piazza dove si sta svolgendo il comizio sindacale, per scelta incontestabile (sembra ahimè, secondo quanto rivelano le annotazioni di polizia giudiziaria depositate negli atti del procedimento, voluta e concordata con le stesse organizzazioni sindacali) dei responsabili di piazza della Polizia, che non ritengono opportuno che qualcuno decida di contestare il comizio in corso. Così le violente cariche che tutti gli anni rendono impossibile al corteo di proseguire e raggiungere piazza San Carlo, vedono poi solo l’apertura di procedimenti contro i manifestanti per le resistenze realizzate nel tentativo di avanzare.

Ma una carica violenta che impedisce a molte centinaia di persone di proseguire in corteo non costituisce un’offesa al diritto di manifestare collettivamente e, al tempo stesso, una costrizione ad «altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa», secondo la dizione che il codice penale sostanziale dà della fattispecie astratta di violenza privata? E, per tornare ai fatti di pochi giorni fa, i poliziotti che compaiono in molti filmati, che prima sventolano e poi usano il manganello, in una situazione di apparente calma, contro studenti e studentesse, non stanno a loro volta commettendo un abuso di rilievo penale? Domande ingenue che, purtroppo, non troveranno alcuna risposta giudiziaria.

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