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“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo

Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze, seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.

Prima prova a dare la colpa agli immigrati per i crimini più efferati, poi punta alla propaganda sul finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate da lui stesso di cui si sono magicamente perse le documentazioni, il tutto condito da video artificiali per narrare una vittoria inesistente, immagini divine, a corredo di una strategia per confondere e distogliere l’attenzione dal fallimento su tutti i fronti di questa ultima “avventura” coloniale americana. 

Sembra tanto tempo fa e invece lo “scandalo”, se così vogliamo chiamarlo, degli Epstein Files è stato immediatamente rimosso dalla scena perché Trump ha deciso di concludere degli pseudo negoziati aggredendo in maniera completamente arbitraria l’Iran, per motivi senza “razionalità” in sé – cambiati in corso d’opera per rendere più o meno credibile un modus operandi dai più classificato come “pazzo”. Eppure, questo evento ci lascia un dato imprescindibile: l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura marcescente del capitalismo, delle soggettività a guida del sistema egemonico. Questa vicenda ci restituisce una fotografia del capitalismo “globalista” e finanziario. Questo è l’umano-tipo che caratterizza la borghesia finanziaria globale dei nostri giorni, il prodotto di quella guerra di classe praticata dall’alto negli ultimi 40 anni di neoliberismo. Riprendendo un famoso slogan delle mobilitazioni scaturite dalla crisi del 2008, i file disegnano un’immagine nitida: un ritratto di famiglia di quell’1% che fa la guerra al restante 99, come scrivevamo in questo articolo

La “coalizione Epstein”, così chiamata, in cui oligarchi della Silicon Valley, apparato militare israeliano, grandi banche occidentali, proprietari di tecnologie come Paragon e Palantir, leader meno influenti progressisti e liberal, formano un partito unico che decide chi attaccare, chi sacrificare, dove fare un genocidio e di fare la guerra al mondo per sopravvivere. 

Una guerra anche ideologica. Le dottrine che si evincono dai rapporti Epstein parlano di eugenetica, gerarchia razziale, selezione naturale. La guerra imperialista di USA e Israele nei confronti dell’Iran sta iniziando a svelare un’ulteriore faccia della frattura dell’egemonia americana. La supposta supremazia morale ed etica occidentale, si rivela per quel che è realmente: una filosofia confezionata ad hoc per giustificare la classe dirigente. 

Oggi la guerra si muove interamente sulle catene del valore. L’Iran è uno snodo centrale per l’economia cinese, non solo come approvvigionamento di materie prime, ma anche a livello logistico. Viceversa la risposta messa in campo dallo stato iraniano punta a disarticolare le basi economiche dell’accumulazione e del modello di “capitalismo arabo” filo Usa del Golfo. Il risultato di questa combo è che sempre di più le varie mistificazioni di facciata cadono e viene alla luce la natura capitalista (e dunque sulle linee del profitto che travalicano i territori) della guerra. La Repubblica Islamica e l’intero asse della Resistenza hanno dovuto affrontare questa guerra di aggressione in maniera esistenziale e coscienti che la partita che si gioca è di portata storica per tutto il Medio Oriente.

Gli obiettivi americani sono non solo la caduta del regime, ma anche la balcanizzazione del territorio iraniano su linee etniche e religiose. L’apertura delle porte al progetto sionista nella regione per garantire la guerra permanente, unica condizione per Israele per sopravvivere. L’altro obbiettivo è quello di spezzare qualsiasi sostegno ai palestinesi per poter finire il genocidio iniziato a Gaza ed estersi in Libano. 

Nulla di buono può scaturire dall’intervento imperialista né per le masse popolari iraniane né per tutto il movimento a livello globale. Questo presupposto deve guidare l’agire di chi si pone l’ambizione oggi di non subire e di non restare a guardare in silenzio sui nostri schermi la guerra globale. Si tratta di un appuntamento con la storia da non mancare, per chi vuole intervenire contro la guerra e contro il progetto imperialista, contribuendo ad approfondire la sua crisi. Non ci sono vie di mezzo, non ci possono essere ambiguità. Fare la nostra parte, in occidente, vuol dire costruire e favorire l’emergere di un movimento contro la guerra, contro l’intero “progetto” occidentale, facendo mancare la base di supporto materiale e di consenso che permette il genocidio e l’assoggettamento di tutta quella parte di mondo che subisce o che non si vuole assoggettare all’ordine imperiale.

In Italia e in tutta Europa, i costi sociali ed economici di questa guerra sono e saranno altissimi. Il prezzo di gas e carburanti non potrà che lievitare ulteriormente, colpendo le condizioni di vita materiali di milioni di persone. L’uso delle basi americane sul nostro territorio, così come il coinvolgimento diretto nel conflitto, già realtà per Francia, Inghilterra e Germania, non farà che esporre la popolazione a diventare potenziale obiettivo diretto. 

A livello europeo i partiti di estrema destra come Afd in Germania, Le Pen in Francia, cercano di sfruttare a loro vantaggio il sentimento anti americano che si è diffuso a livello popolare nella drammatica situazione di crisi sociale generale e crisi del sistema di valori occidentale. Invece, il quadro complessivo dei partiti di centro e sinistra neo liberali, sposano totalmente il discorso sul riarmo e la guerra alla Russia, cercando di utilizzare Trump come utile capro espiatorio capace con la sua “follia” di coprire le loro responsabilità. Chi vive condizioni di vita proletarie in Europa per la maggior parte, non crede più al discorso dei liberali, progressisti o democratici che si tentano di intestare l’opposizione alla dimensione reazionaria e conservatrice di Trump, ma manifestano un chiaro e netto rifiuto nei confronti dell’ingerenza esterna USA e all’esposizione alle conseguenze concrete che la crisi egemonica americana non ha saputo nascondere. Questo atteggiamento si traduce spesso in una richiesta di protezione e di sovranità su un piano popolare a cui le destre tentano di rispondere in maniera confusa e fomentando la “guerra fra poveri” anche perché il problema alla base è la mancanza di risorse materiali a livello europeo per scendere su un terreno di mediazione e di soluzione palliativa rispetto alla dimensione di rivendicazione basilare di migliori condizioni materiali per sé. 

La sfida oggi è la costruzione di un’infrastruttura in grado di reggere alle necessità tecniche, all’esplosione demografica, al collasso ecoclimatico, al bisogno di produzione di energia e al bisogno di sussistenza. Sono questioni che il sistema cerca di risolvere aprendo nuove contraddizioni ma reiterando i vecchi schemi. I movimenti possono porle al centro del programma per sfidare il potere  concretamente dove è più debole e immaginare una fuoriuscita autonoma da questo modo di produzione e dominio. 

Di fronte alla crisi i subalterni si ribellano  con gli strumenti a loro disposizione. E se la via scelta da questi non è corrispondente alle forme storiche del movimento e della “sinistra” – nella sua migliore accezione del termine – significa soltanto una cosa: tirarsi su le maniche e costruire il terreno per alleanze strategiche in cui l’obiettivo comune è liberarsi dall’imperialismo e dal dominio occidentale capitalistico, al di fuori di una politica istituzionale che non risponde alle esigenze della fase, anzi mostra l’alienazione totale dei “partiti formali” rispetto al popolo. Tocca a noi, in senso ampio, costruire le nostre contro-istituzioni nella lotta,  per l’autonomia.

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