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Quando il neofascismo entra in caserma

Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate

L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: il rapporto tra ambienti dell’estrema destra e settori delle istituzioni militari. Non si tratta semplicemente di un episodio giudiziario circoscritto, ma di un caso che solleva interrogativi più ampi sulle dinamiche di socializzazione, sulle culture organizzative e sulla permeabilità di alcuni contesti istituzionali alla propaganda neofascista.

Secondo quanto ricostruito da Rita Rapisardi su il manifesto, nelle oltre centocinquanta pagine degli atti dell’inchiesta condotta dai Ros emerge che il circolo Edoras, luogo di ritrovo del gruppo Avanguardia Torino, era frequentato abitualmente anche da alcuni militari dell’Esercito italiano in servizio. Gli investigatori parlano esplicitamente di un proselitismo che avrebbe fatto “breccia anche tra i militari in servizio attivo, connotati da idee estremiste”. Nessuno dei militari individuati risulta formalmente indagato nel procedimento, ma la loro presenza ricorrente agli eventi organizzati dal gruppo appare come un elemento significativo nel quadro investigativo.

Il circolo Edoras era uno dei luoghi in cui si incontravano militanti e simpatizzanti dell’organizzazione, guidata da Enrico Forzese – ex esponente di Fratelli d’Italia – e Mattia Borsella, entrambi tra gli indagati nel procedimento per apologia di fascismo. Qui si tenevano incontri politici, momenti di socialità militante, concerti e conferenze che vedevano la partecipazione di esponenti dell’area neofascista nazionale e internazionale. Tra gli episodi documentati nell’inchiesta figura, ad esempio, una serata del giugno 2024 con la presenza della comunità Raido di Roma e l’esibizione della band identitaria La Vecchia Sezione, evento organizzato per celebrare la ripresa dell’attività militante dopo la pausa estiva.

Non si trattava soltanto di momenti culturali o conviviali. Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo era coinvolto anche in azioni di propaganda militante in città, come affissioni di manifesti e esposizione di striscioni. In una di queste occasioni uno dei militari presenti sarebbe stato fotografato dietro uno striscione con la scritta «Non è bastato il piombo della feccia rossa. Giorgos e Manolis vivono in noi», in riferimento ai due militanti del partito neonazista greco Alba Dorata uccisi nel 2013. Il materiale raccolto dagli inquirenti descrive inoltre rituali di iniziazione, cori nazisti e razzisti, saluti romani e propaganda antisemita. In una conversazione intercettata nel dicembre 2023, due attivisti arrivano perfino a definire Torino “la capitale europea del nazismo”, rivendicando contatti con gruppi analoghi presenti in diversi paesi del continente.

Questo quadro investigativo suggerisce che Avanguardia Torino non fosse soltanto un piccolo gruppo locale, ma una realtà inserita in una rete internazionale di organizzazioni dell’estrema destra radicale, impegnate in attività di propaganda e reclutamento. In questo contesto, la presenza di militari in servizio – anche se non coinvolti penalmente – assume un significato politico e sociologico che va oltre il singolo episodio.

Per comprendere la portata di fenomeni come questo è utile guardare anche alle ricerche sociologiche sulla cultura militare. In un lavoro intitolato Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane, i sociologi Charlie Barnao e Pietro Saitta hanno analizzato il processo di socializzazione all’interno della brigata paracadutisti Folgore, uno dei reparti più prestigiosi dell’esercito italiano. Il loro studio, basato su un’autoetnografia e su numerose interviste, sostiene che l’apprendimento dell’aggressività e della disciplina gerarchica non sia un semplice effetto collaterale della vita militare, ma un processo deliberato e funzionale agli obiettivi dell’istituzione. Secondo gli autori, la caserma funziona come una vera e propria “istituzione totale”, in cui l’individuo viene progressivamente risocializzato attraverso rituali, pratiche disciplinari e modelli di comportamento collettivi. Il percorso di formazione si sviluppa attraverso tre fasi principali. Nella prima fase, quella della separazione, il nuovo arrivato viene privato dei riferimenti della vita civile e sottoposto a una serie di pratiche destabilizzanti che mirano a uniformare il gruppo e a cancellare le identità precedenti. Nella fase successiva, definita di transizione, l’allievo vive in una condizione di incertezza e pressione psicologica in cui il principale punto di riferimento diventa la figura dell’istruttore, dotato di un potere quasi assoluto sulla vita quotidiana dei subordinati. Infine, nella fase di aggregazione, il soldato viene reintegrato nella comunità militare con una nuova identità, sancita da rituali e simboli di appartenenza.

All’interno di questo processo assumono un ruolo centrale alcune pratiche rituali che rafforzano la gerarchia e lo spirito di corpo. Tra queste gli autori descrivono la cosiddetta “pompata”, una serie di piegamenti sulle braccia imposta come punizione o come rito identitario. La pratica non ha soltanto una funzione disciplinare, ma contribuisce a interiorizzare un modello di relazione basato sulla subordinazione all’autorità e sulla celebrazione della durezza fisica. Barnao e Saitta interpretano questi meccanismi alla luce delle teorie sulla personalità autoritaria sviluppate da Theodor Adorno nel dopoguerra. Il tipo di personalità che emerge da questo processo educativo è caratterizzato da forte sottomissione all’ordine gerarchico, esaltazione della forza e della disciplina, tendenza alla rigidità ideologica e predisposizione all’aggressività verso chi viene percepito come esterno o nemico. Un altro elemento che emerge dalla ricerca riguarda la crescente continuità tra cultura militare e cultura di polizia. Negli ultimi decenni – osservano gli autori – si è sviluppato un processo di reciproca contaminazione: da un lato l’azione di polizia tende a militarizzarsi, dall’altro le forze armate assumono sempre più spesso funzioni tipicamente poliziesche. Questa trasformazione è favorita dalla professionalizzazione dell’esercito, dalla mobilità del personale tra diversi corpi dello Stato e dall’utilizzo di unità militari in operazioni di ordine pubblico o sicurezza interna.

Alla luce di queste considerazioni, il caso Avanguardia Torino non può essere ridotto alla presenza di qualche militare con simpatie estremiste. Piuttosto, mette in evidenza un nodo più complesso: la possibile intersezione tra reti politiche radicali e specifiche subculture istituzionali. Non significa affermare che le forze armate italiane siano attraversate da un fenomeno diffuso di neofascismo, ma suggerisce che alcuni ambienti possano rappresentare terreni particolarmente sensibili per il reclutamento o l’influenza ideologica da parte di gruppi dell’estrema destra.

La storia europea insegna che il rapporto tra apparati coercitivi dello Stato e ideologie autoritarie è sempre stato delicato. Per questo il problema non riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, ma anche la qualità dei meccanismi di controllo democratico, della formazione istituzionale e delle culture professionali che attraversano gli apparati armati. La presenza di militari in ambienti apertamente neofascisti, anche quando non assume rilievo penale, rappresenta in ogni caso un segnale che interroga la capacità delle istituzioni democratiche di vigilare su se stesse.

In questo senso, l’inchiesta torinese ricorda che la difesa dello stato di diritto non si gioca soltanto nelle aule di tribunale o nelle leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista. Si gioca anche nelle culture quotidiane delle istituzioni, nei valori che vengono trasmessi nei luoghi di formazione e nella capacità delle democrazie di impedire che ideologie autoritarie trovino spazio proprio all’interno degli apparati chiamati a difenderle.

Da osservatorio repressione

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