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LA DONNA CON IL CENCIO ROSSO Una storia antifascista di quartiere

Il 17 Aprile 2026 in Via dei Transiti 28 si è svolta un’iniziativa a cura del Centro di Documentazione Antagonista T28. Si è trattato di un tentativo di ricostruire un pezzetto della memoria dal basso che caratterizza il nostro quartiere come antifascista. Abbiamo presentato la fanzine “La donna con il cencio rosso: una storia antifascista di quartiere” (che trovate qui allegata) nel corso di un dibattito con Dino Barra, storico milanese, e Giulio Magnani, autore di una tesi di laurea sul neofascismo a Milano. Nel corso del pomeriggio, che si è concluso con la cena sociale a cura delle mamme del doposcuola autogestito, sono stati anche proiettati alcuni filmati storici ed è stato realizzato un murales con la partecipazione dei VolksWriterz. Di seguito riportiamo il testo introduttivo della fanzine, il file con il testo integrale della fanzine stessa e un video che racconta l’inziativa.

Antifascismo a Nord di Loreto: storie di un quartiere rosso

E’ cosa nota che gli spazi urbani non sono soltanto il prodotto dell’accumulazione aritmetica di isolati, aree verdi e strade con tutto quello che di edificato vi si può trovare. Al contrario, essi vengono definiti dalle relazioni umane che, strutturandosi al loro interno, ne plasmano profondamente l’aspetto esteriore e l’identità. Per questa ragione, anche il più piccolo intervento urbanistico – sia esso sostanziato nella materialità di un’edificazione edilizia, oppure affidato al potenziale immateriale della narrazione – reca in sé la possibilità di incidere sulla natura stessa dei luoghi su cui insiste, precisamente nella misura in cui si dimostra in grado di influenzare i moventi, le finalità e le modalità della loro fruizione.

Da questa prospettiva, è facile vedere come l’operazione NO-LO, in cui la semplice invenzione di un nome ha dato il là ad un complesso processo di ridefinizione di un intero quartiere, portasse con sé, fin dalle origini, l’aspirazione a cambiare il volto ad una vasta area urbana, riconvertendone la funzionalità a vantaggio di quei soggetti che smaniavano all’idea di dirigere verso di essa i propri appetiti parassitari: dai proprietari immobiliari ai più o meno rinomati marchi della distribuzione, dagli speculatori finanziari ai grandi costruttori. Tuttavia, sebbene sia corretto osservare come, nella Milano post-Expo, operazioni per certi versi simili si siano diffuse a macchia d’olio grazie ad una consapevole regia dall’alto (si pensi all’area Garibaldi-Isola, a Ciy-Life, al villaggio olimpico, al quartiere Soupra, al progetto di nuovo stadio a San Siro e molto altro), sarebbe sbagliato concludere che non sia possibile immaginare una politica di trasformazione dei luoghi di segno opposto. Piuttosto, la vera novità degli ultimi anni sta nell’abilità che “i padroni della città” sembrano avere acquisito nel presentare il proprio progetto di metropoli come l’unico concepibile. Quello che manca, cioè, non sono tanto le pratiche e le istanze di opposizione – più o meno marcate, più o meno organizzate – alle politiche di ristrutturazione urbana, quanto piuttosto la loro capacità di presentarsi come plausibile alternativa globale al modello dominante. Così, tutto ciò che non si conforma ai dettami della metropoli della speculazione e del controllo (lasciateci usare per brevità questa definizione di comodo) pare assumere agli occhi del grande pubblico le sembianze dell’episodio residuale, inevitabilmente destinato all’obsolescenza, mentre le speculari retoriche della gentrificazione e del degrado accompagnano la apparentemente inesorabile espansione di un tessuto urbano piegato alle logiche della sorveglianza e del profitto. In tale scenario, coloro che – come noi – aspirano a prendere parte ad una battaglia a tutto campo per la definizione del destino della nostra città, oltre a continuare a sperimentare iniziative di lotta, devono cominciare a dotarsi di metodi comunicativi in grado di rendere evidente il modello alternativo di convivenza urbana a cui esse alludono. E’ proprio in questa congiuntura che cerca di collocarsi il lavoro del Centro di Documentazione Antagonista T28, di cui questo breve contributo costituisce l’ultimo prodotto. La sua ragion d’essere, infatti, nei limiti delle sue competenze (svolgiamo essenzialmente un lavoro di tipo storico-archivistico) e del suo raggio territoriale (ci occupiamo principalmente dell’area a Nord-Est di Loreto), sta proprio nel tentativo di contribuire allo sviluppo di un modo diverso di concepire – e, conseguentemente, di raccontare – la nostra città. Con questo fine, ci sforziamo di ricostruire delle esperienze storiche che aiutino a interpretare in maniera differente l’identità dei nostri quartieri. Non si tratta, sia ben chiaro, di contrapporre una presunta “storia vera” ad un’ancora più ipotetica “storia falsa”, quanto piuttosto di riportare alla luce quegli episodi passati, spesso volontariamente rimossi o semplicemente dimenticati, che possono essere utilizzati come punti di partenza per narrazioni alternative a quelle asservite agli interessi dei poteri costituiti. In particolare, nelle prossime pagine sarà raccontata una vicenda utile a ricostruire la memoria delle radici profondamente popolari e antifasciste degli isolati che formano il cuore di quel quartiere che, in tempi molto più recenti, è stato ribattezzato NO-LO. Nella Milano de 1921, infatti, queste vie non costituivano un centro da rendere attrattivo per turisti e speculatori immobiliari ma, in una certa misura non poi così diversamente da oggi, una periferia burrascosa e meticcia in cui si annidavano quei “rivoltosi e sovversivi” – per usare le parole di Dino Barra – che non si volevano rassegnare all’ormai imminente avvento del Fascismo. Ricostruire l’identità di questi isolati collegandola con quel tempo, allora, non ci sembra un esercizio storiografico fine a se stesso, ma un tentativo immediatamente politico di mettere in crisi le modalità con cui la retorica dominante racconta questo spazio urbano. Se sapremo farlo, potremo offrire a coloro che, nel nostro tempo, si oppongono al progetto NO-LO – inteso come invenzione di un’identità posticcia a fini speculativi – alcuni strumenti per sentirsi parte di una storia più grande – per quanto, certamente, contraddittoria, sfaccettata e parziale. La qual cosa, se le nostre ipotesi sono pertinenti, potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili anche nel presente e nel futuro di quello che, al netto di tutti i tentativi di snaturarlo, continuiamo a considerare con orgoglio il nostro quartiere.

Centro di documentazione Antagonista T28

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