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Milano, nuova stretta contro i movimenti: misure cautelari per attivisti pro-Palestina

Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22 settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e la Global Sumud Flotilla

Da Osservatorio Repressione

Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.

L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati fissati gli interrogatori preventivi.

I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22 settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di pubblico servizio.

Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione palestinese.

In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace, continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto proseguono le forniture militari.

Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti.

È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala.

I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese.

Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella difesa dello status quo.

Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla.

Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla nuova missione della Flotilla».

Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza.

Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie.

La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico.

MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO”

da Radio Onda d’Urto

Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio, occupazione e complicità anche del nostro Paese.

A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio.

Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La solidarietà non si arresta”.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e di Gaza

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