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Controsaperi decoloniali: un approfondimento dall’università

In questo momento storico ci sembra inoltre cruciale portare in università un punto di vista decoloniale che possa esprimere con chiarezza e senza peli sulla lingua le questioni sociali e politiche che ci preme affrontare. Sempre più corsi di laurea propongono lezioni sul colonialismo, le migrazioni e la razza, ma non vogliamo limitarci ad un’analisi accademica: abbiamo bisogno dello sguardo militante di chi tocca questi temi con mano.

Da Collettivo Universitario Autonomo – Torino

Le categorie di bianchi e indigeni non sono caratteristiche date a priori e fissate nel tempo, caratterizzanti gli individui in quanto tali: sono categorie socialmente costruite.

I bianchi non sono sempre stati bianchi, lo sono diventati con la storia, in particolare con la colonizzazione dell’America nel 1492. Il processo attraverso cui i bianchi sono diventati bianchi è stato un processo che ha portato al mito dell’omogeneità razziale dei bianchi e alla solidarietà di razza tra i bianchi. La borghesia bianca è stata capace infatti di universalizzare le proprie rivendicazioni, assorbendo quelle popolari e facendo prevalere il sentimento nazionale su quello di classe. Il legame organico tra proletari bianchi e borghesia bianca, ha portato all’egemonia del potere borghese. Il carattere sfumato del concetto di popolo che ne deriva occulta le contraddizioni di classe a favore del sentimento nazionale.

Il processo di occidentalizzazione della società ha distrutto violentemente intere civiltà nel mondo a partire dal 1492 e attraverso il colonialismo e il neocolonialismo ha causato la morte di 50-55 milioni di persone solo dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Inoltre la creazione degli Stati-nazione ha causato una rottura nella storia delle società umane, prima fondate su piccole comunità e relazioni di prossimità da cui sono state strappate, anche in occidente. Ne sono un esempio i movimenti indipendentisti in Europa, come quello catalano, quello basco o quello corso.

Questo processo di occidentalizzazione e di omogeneizzazione dei bianchi è ciò che si oppone ad una ricomposizione tra proletariato bianco e proletariato indigeno, tra beaufs et barbares? Ciò che gli impedisce di vedersi come un noi, ma di percepirsi vicendevolmente con un loro?

Houria Bouteldja:

“Prima di tutto vorrei spiegare le motivazioni di questo libro in Francia per parlare del contesto specifico. In Francia ci sono più generazioni di immigrazione [rispetto all’Italia], quindi c’è un’esperienza politica, storica e sociale molto importante, che ha prodotto il movimento decoloniale, che, in Francia, occupa lo spazio che è stato lasciato vuoto dalla sinistra bianca e dalla sinistra marxista che ha lasciato da parte la questione della razza.

Ho scritto questo libro perché il movimento decoloniale ha fatto grandi progressi, fino a influenzare un partito della sinistra radicale, la “France Insoumise”; poiché il movimento ha fatto dei progressi in Francia, ora siamo di fronte a una controffensiva dello stato razzista e borghese che vuole reintegrare nel dibattito politico l’antirazzismo morale che è un antirazzismo liberale.

L’antirazzismo politico combatte l’antirazzismo morale che è quello che ha dominato in Francia, che ha combattuto il razzismo dei piccoli bianchi [proletariato bianco] e della destra: con l’antirazzismo politico si impone un’altra lettura e si sostiene che il razzismo sia una produzione dello Stato: il razzismo è strutturale e non è solo produzione dei piccoli bianchi.

Dopo affronteremo l’antirazzismo liberale, che è un modo di considerare l’antirazzismo come un fatto personale, che ha l’obiettivo di riformare personalmente un razzista. Vogliamo reintrodurre lo Stato come elemento centrale e dobbiamo confrontarci con questa ideologia.

Il secondo motivo per cui ho scritto questo libro è stato per rispondere a una domanda che è una falsa contraddizione, ovvero se il razzismo sia una tendenza dall’alto o dal basso. C’è chi pensa che sia una caratteristica del proletariato e c’è chi pensa che venga dalle élite. Io voglio oltrepassare questa falsa contraddizione, quindi ho proposto la nozione di Stato razziale integrale. Lo stato razziale integrale è la congiuntura di due concetti: lo stato razzista di Theo Goldberg e lo stato integrale di Gramsci. Lo stato ci permette di comprendere come funziona il razzismo. Voglio far convergere queste due idee in un solo concetto perché ci permette di capire che gli stati moderni capitalisti avanzati, quelli occidentali sono tutti stati formati sulla razializzazione dei rapporti sociali. Lo Stato nasce a partire dalla colonizzazione dell’America: quella data per noi rappresenta l’inizio dell’espansione capitalista, per noi gli stati razziali si sono costituiti in quel momento. Il capitalismo ha fondato gli stati sulla base dello Stato razziale, dalla tratta degli schiavi alla colonizzazione, fino ad oggi. Il sistema capitalista si basa su rapporti di razza e di gerarchia. Questo ci permette di oltrepassare questo dibattito.

Gramsci ci permette di avere una migliore comprensione del funzionamento dello Stato: lo Stato non è solo burocrazia, polizia, giustizia, lo stato borghese si riproduce perché ha saputo integrare la società civile e la società politica. Lo stato funziona integrando questi tre aspetti: istituzionale, civile e politico.

In Francia diciamo che il razzismo è strutturale ma non ci sembra di comprendere in profondità in che senso è strutturale, quindi con questa nozione capiamo che il razzismo è strutturale perché lo stato borghese (lo stato dominato dalla borghesia) ha saputo associarsi, ha saputo condividere la ricchezza che ha dato origine alla società civile bianca. Bianca non per la pelle ma perché essa partecipa al progetto imperialista perché la borghesia ha saputo integrare la società civile bianca. Bisogna comprendere la lotta di classe tra borghesia e proletariato, anche chi ha accettato la sua nazionalizzazione ha accettato la rendita nazionalista. Quindi la società politica anche di sinistra è connivente con la borghesia, quadro generale dell’imperialismo. Se la società politica non porta contemporaneamente alla lotta di classe una lotta anti imperialista allora fa parte dello stato integrale.

È una storia di 200 anni. Alla fine di questo processo ci sono un proletariato bianco e la società civile bianca che è stata prodotta da questo compromesso: il patto razziale nel quadro della costituzione dello Stato. Il razzismo è allo stesso tempo una produzione dall’alto e dal basso, noi tutti facciamo parte degli stati occidentali imperialisti, chiunque siamo, anche io stessa non bianca partecipo alla produzione del razzismo. Il razzismo è una produzione collettiva, non proviene solo da una di queste composizioni.

Questo stato è trasformabile da una forza politica decoloniale, comunista, anti imperialista? La risposta è si. Senno non sarei una militante politica. La storia si può cambiare, ma bisogna identificare chi ha più interesse nell’ordine razziale, la borghesia o il proletariato e se le responsabilità sono le stesse. La borghesia è quella che ha più bisogno dell’ordine razziale, non voglio giustificare il proletariato bianco, ma tra i due chi ottiene più benefici è la borghesia. Quindi c’è qui lo spazio della lotta politica.

Dobbiamo essere onesti tra di noi, riconoscere che ci sono poche offerte di proposte politiche al proletariato bianco. La prova è che c’è un’offerta, che è quella fascista, che attira una gran parte delle classi popolari bianche; è un’offerta di una proposta politica di massa, che porta qualcosa che le altre forze politiche non portano, ossia la sicurezza. Dobbiamo, quindi, chiederci chi può avere un’offerta concorrente che sia competitiva, e che sia all’altezza. Ci possiamo chiedere se possa essere quella decoloniale, quella comunista, ma in ogni caso bisognerebbe portare un’utopia, perché questa utopia significa proporre al proletariato bianco qualcosa che è migliore del rimanere bianchi. La nostra proposta deve portare qualcosa di superiore alla bianchezza.

Io sono materialista e quindi non credo che sia possibile fare proposte astratte, soprattutto in questo mondo, per come sta andando, per come abbiamo visto, esperienze politiche come il comunismo, il socialismo, che sono fallite nella storia. Bisogna reintrodurre un’utopia, non sono qui per proporla, ma dico che bisogna fare una proposta che sia all’altezza di questa fase politica e che sia concorrente alle forze fasciste.

Concludo con una nota di ottimismo: si faceva l’esempio dei gilets jaunes in Francia, sin da subito gli analisti politici, anche della sinistra, anzi soprattutto della sinistra, hanno avuto un pregiudizio nei confronti di questo movimento perché l’hanno da subito etichettato come razzista e hanno addirittura detto che non avremmo dovuto sostenerli. Questo per noi è stato un pregiudizio di classe, che consiste nel pensare che le classi popolari siano prima di tutto razziste, prima di essere altro. I gilets jaunes non sono stati questo, e soprattutto possiamo dirlo perché, se comprendiamo che il proletariato bianco è il prodotto della razializzazione dello Stato francese, è chiaro che sia attraversato da tensioni razziste, sessiste, omofobe, antisemite, ma il punto, in quanto militanti, è capire se questi aspetti stanno dominando o meno una mobilitazione, una loro attivazione.

In Francia abbiamo visto che i media e tutto il sistema statale durante più di 30 anni ha costruito i neri, gli arabi, i musulmani come il nemico interno. Questa propaganda ha permesso di alimentare il razzismo dei bianchi proprio con l’obiettivo di impedire delle alleanze. Ma nonostante questa propaganda islamofoba che non si ferma e continua a riprodursi, la mobilitazione dei gilets jaunes non ha avuto come obiettivo i musulmani, ma l’obiettivo del movimento era contro Macron, contro il potere e contro lo Stato.

La complessità della questione sta proprio qui, per noi antirazzisti: sapere che il proletariato porta in sé queste tensioni, questo significa non essenzializzare una composizione sociale in quanto razzista, proprio perché il razzismo che l’attraversa è il prodotto della storia degli Stati.

Quindi la questione è: come fare per andare in una direzione di convergenza tra classi popolari? Abbiamo visto che i gilets jaunes non hanno avuto la priorità di attaccare l’altra parte del proletariato, quindi quello razzializzato, e questa per noi è stata un’opportunità. La bianchezza, come dicevamo prima, è stata costruita dalla storia, e quindi proprio perché costruita dalla storia si può anche distruggere, a condizione che noi per primi non assumiamo questa postura, intendendo il proletariato bianco, come di per sé razzista e quindi non assumere una postura essenzialista è fondamentale.

In questa dimensione c’è spazio per una proposta politica. In parte l’abbiamo trovata in quello che è il partito della France Insoumise, in cui per la prima volta un movimento ha capito alcuni aspetti che sono stati fondamentali. La funzione dell’islamofobia nella società ha preso posizione sulla Palestina, ha capito il ruolo della polizia all’interno della società e dei movimenti e quindi su queste questioni la France Insoumise è riuscita a captare dei voti, i voti dei non bianchi, che è una composizione che normalmente non vota; e anche una parte del voto del proletariato bianco. Questo però non è sufficientemente, perché non vengono accolte le tensioni che stanno all’interno del proletariato bianco, mentre l’estrema destra ha saputo molto meglio raccogliere queste tensioni, e questo è anche il prodotto di una storia della sinistra neoliberale che invece ha costantemente usato una postura classista e razzista”.

Anch’io voglio aggiungere un piccolo pezzo di introduzione prima di porre un’altra domanda: il libro, per come è stato scritto, è molto denso, sono toccati diversi livelli di analisi, soprattutto di prospettive politiche. Ebbene, in tutti questi livelli di analisi e di prospettive spesso e volentieri l’autrice descrive gli “indigeni” in termini di mancavolezza, di mancanza, di qualcosa che non c’è, spesso li chiama “non bianchi”, spesso parla proprio di essere declassati dalle lotte sociali, ma soprattutto in termini di rivendicazioni politiche. In questo modo si aggiungono fatti di analisi a supporto di questa tesi, ad esempio diversi passaggi su diverse organizzazioni, movimenti francesi, in primis i gilets jaunes, ma anche a eventi storici, e fa un riferimento spesso e volentieri alla Socialdemocrazia Francese, al Partito Comunista Francese, alla CGT, al Sindacato Confederale Francese e in altri momenti parla di mancavolezza come dell’esperienza repressiva subita dai non bianchi, e come questa esperienza venga oscurata e non considerata sia a destra che a sinistra, e anche dal proletariato bianco, se non in poche diverse occasioni che nel libro fa presente, come, appunto, i gilets jaunes e altri momenti. Bene, davanti a questa descrizione, a questa mancanza, c’è un momento di costruzione, c’è un momento di proposizione che spesso ha a che fare con una direzione politica. Si parla di direzione politica che ha come visione strategica l’unità delle classi popolari e soprattutto un ruolo tattico di vigilanza sulla protezione degli interessi degli indigeni.

Davanti a questa tensione tra strategie e tattica di questa direzione politica, quali sono i programmi? Cosa propone effettivamente un partito? Quali sono i suoi progetti e, in particolare, qual è il suo rapporto con l’esterno? Si nomina spesso Melenchon nel libro e addirittura lo si definisce come uno che si è sporcato le mani, nel senso che ha avuto a che fare con e ha parlato con persone non bianche. Ebbene, vorremmo sapere anche l’elemento esterno, i rapporti che questa suddetta direzione politica indigena intrattiene con le forze di sinistra che spesso ha criticato.

Houria Bouteldja:

“Allora prima di tutto, sottolineo che noi non facciamo parte della FI, ma abbiamo sostenuto questo partito dall’esterno, e partiamo dal presupposto che in Francia è molto difficile autorganizzarsi come non bianchi, e questo ci viene impedito dalle istituzioni, dallo Stato, dalla sinistra, a partire dagli anni ’80 ad oggi abbiamo avuto numerose forze che hanno impedito la crescita dell’autonomia del nostro movimento.

Per 15 anni ci siamo organizzati come PIR, come Partito degli Indigeni della Repubblica, ma siamo stati condannati ad essere minoritari perché abbiamo rotto con la sinistra bianca e perché abbiamo imposto una lettura dell’antirazzismo e della sinistra diversi. Quindi siamo da sempre stati condannati ad essere minoritari e la situazione si è aggravata dopo gli attentati del 2015, perché è stata fatta una legge anti-terrorismo che ha impedito tutte le forme di organizzazione, di auto-organizzazione dei non bianchi, e che ora si sta riproducendo sul movimento anche della sinistra bianca.

Oggi bisogna sapere che tutti i leader musulmani, tutte le persone che lottano per la Palestina, contro l’islamofobia, sono perseguitati dallo Stato, dalla repressione, Allo stesso tempo nei quartieri popolari siamo milioni, ma non abbiamo il diritto di organizzarci, di auto-organizzarci. Quando osiamo farlo ci tacciano immediatamente di essere islamisti, di essere comunitaristi, è presente una politica dello Stato che impedisce l’autorganizzazione. Oggi il nostro unico spazio possibile è quello della France Insoumise, non perché vogliamo entrarci, ma perché è la sola forza organizzata che in parte ha riconosciuto le istanze dei movimenti decoloniali. Non è la miglior soluzione ma quando il contesto lo renderà possibile bisognerà tornare a forme autonome soltanto che oggi la repressione è così forte che nessuno può pensare ad un progetto politico autonomo in questo momento.

La France Insoumise non è un partito rivoluzionario né autenticamente anti-imperialista. Tuttavia, per il movimento decoloniale, l’obiettivo principale resta la lotta contro l’imperialismo poiché la Francia è uno stato coloniale e imperialista, che sostiene Israele e mantiene una presenza costante in Africa attraverso la vendita di armi e le sue multinazionali. Anche se la France Insoumise non è il partito ideale, riteniamo importante mantenere un rapporto pragmatico di sostegno esterno, come movimento decoloniale e sinistra extraparlamentare, appoggiando tutte le forme di mobilitazione e di movimento sociale. Crediamo sia fondamentale preservare la France Insoumise per il suo ruolo nelle periferie, per il sostegno all’immigrazione, per la Palestina e per le questioni economiche e sociali, in un momento in cui la Francia sta attraversando un processo di fascistizzazione. Abbiamo bisogno di una forza di massa che prenda posizioni giuste su questi temi. Il nostro progetto di rottura del patto razziale non si identifica nella France Insoumise, ma operiamo dall’esterno per costruire un fronte più decoloniale, antirazzista e anti-imperialista”.

Il processo di occidentalizzazione della società ha portato con sé un processo di secolarizzazione: i bianchi hanno ucciso Dio e per questo si sentano elevati rispetto all’altro, all’indigeno. Il musulmano è per loro un’enigma che non comprendono e la religione un fatto pericoloso da eradicare, soprattutto per la sinistra laica che vi vede ancora “l’oppio dei popoli”. Ma questa secolarizzazione ha privato il bianco di un altro pezzo di sé e lo ha reso ostile all’altro.

Come si colloca in questo discorso l’Islam politico? Quali risposte potrebbe fornirci?

Houria Bouteldja:

Il movimento decoloniale critica la modernità occidentale e di conseguenza il processo di secolarizzazione che è una aspetto centrale della costruzione della modernità occidentale e si esprime attraverso l’esclusione della religione dallo spazio pubblico. Consideriamo questo fenomeno come un dogma moderno, visto come una verità assoluta, un modello da replicare universalmente. Anche se comprendiamo come movimento decoloniale le radici storiche della guerra ideologica condotta contro la Chiesa in Francia – una Chiesa di potere, legata allo Stato- pensiamo che questa storia non deve essere universalizzata perché è specifica del contesto francese. Una cosa è la lotta contro la Chiesa di Stato, un’altra è quella contro la religione e la fede: in Francia essere credenti è considerato come arcaico, ogni forma di sacralità è stata esclusa dalla vita politica.

Tuttavia, il sacro non è stato completamente eliminato: è stato sostituito dal capitalismo, dal “dio denaro” e dallo Stato, che riproduce il capitalismo nella forma di Repubblica francese. Il cittadino francese ha una “religione”: la Repubblica francese, razzista e capitalista. Dunque non è vero che il sacro sia stato escluso: è stato semplicemente legittimato un nuovo sacro, quello del capitalismo. In Francia, la cultura popolare e le tradizioni sono state eliminate per trasformare i cittadini in capitalisti, consumatori e lavoratori, secondo una certa idea di essere francese. L’Islam, però, non è stato completamente assorbito dalla modernità occidentale, e rappresenta una narrazione che si oppone alla Repubblica francese, quindi viene osteggiato. In Francia per esempio è intollerabile vedere donne con il velo, come se non fosse possibile essere musulmani ed essere francesi. I bianchi, nel percorso di modernizzazione, hanno perso molte delle loro tradizioni e nella figura del musulmano vedono qualcuno che sembra sottrarsi a questa logica. I musulmani portano una prospettiva diversa, un diverso modo di vivere la società e l’identità reciproca, percepito dai bianchi come una minaccia. Questo alimenta la competizione all’interno del proletariato, complicata ulteriormente dal concetto di Stato-nazione. L’unica alternativa per alcuni sembra essere l’affermazione della propria identità bianca e la dominazione sugli altri. È importante combattere la secolarizzazione e reintrodurre la capacità di esperire una totalità degli aspetti dell’umano che includa anche la sacralità prodotta dal basso, non imposta dall’alto”.

Domande dal pubblico

1. Cosa possiamo fare, come bianchi, per sostenere la lotta decoloniale?

Houria Bouteldja:

“Malcolm X parlava di una donna bianca che gli chiese cosa potesse fare per lui, rispose: “non chiederti cosa puoi fare per me ma cosa puoi fare per te”. La lotta antirazzista è una lotta che libera anche i bianchi. Si tratta, per i bianchi, di abbandonare l’identità razziale, di liberarsi dallo Stato razziale integrale. È già un progetto importante, per i bianchi stessi. Bisogna essere solidali, ma non al posto dei non bianchi. È necessario promuovere l’agenda anti-imperialista all’interno delle organizzazioni bianche. Se c’è un movimento contro i crimini della polizia, occorre portare avanti le rivendicazioni. Noi siamo riusciti a trasformare un partito di bianchi di sinistra imponendo la nostra agenda con dei rapporti di forza, e i bianchi sono diventati nostri alleati. Collaborare significa lavorare ciascuno dove è situato ma in una direzione comune”.

2. L’utopia può essere un rischio oggi in un momento di perdita di punti di riferimento senza avere un progetto che sia anche radicato nel reale?

Houria Bouteldja:

“Non ci sono utopie oggi, come ce n’erano nel passato, ad esempio nei movimenti comunisti. Ora ci troviamo davanti al fascismo e al neoliberismo, senza alternative. Dobbiamo costruire l’alternativa e capire da dove partire. In Europa, l’obiettivo principale è rompere i legami tra il proletariato bianco e la borghesia perché ostacola ogni progetto utopico”.

QUI l’audio integrale dell’incontro

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