
L’opposizione al governo Meloni parte da qui
Contributi, punti di vista, riflessioni da parte delle tante anime che hanno composto la ricchezza della manifestazione oceanica della Torino partigiana. Iniziamo una raccolta di ciò che si tenta di appiattire, con uno sguardo alla complessità della composizione, della soggettività e della fase che stiamo attraversando.

Il comunicato del Comitato Vanchiglia Insieme
“Sulla giornata di ieri”
Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico.
Il nostro quartiere però è ferito, una ferita che si è fatta più profonda in questo mese e mezzo.
Questa ferita ha indotto diverse reazioni, reazioni all’ impotenza e all’ ingiustizia: noi abbiamo reagito unendoci ancora di più e creando rete con la città, altri hanno preferito non reagire e chiudersi ancora di più, altri ancora hanno espresso la rabbia con forme di azione violenta, che non condividiamo.
Ci addolora vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, ma ci addolora anche vedere che 50000 persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo.
Viviamo in un periodo storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono gradualmente erosi.
Il governo, con l’ aiuto dei media, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i regimi: dividi et impera.
A noi è richiesto lo sforzo e l’ impegno di tenere insieme i pezzi, di stare nella complessità, perché è nella complessità di idee, visioni e approcci che si trovano nuove risposte.
Le persone che sono scese in piazza in questi mesi sono tantissime, differenti tra loro, ma portano lo stesso messaggio: vogliamo cambiare e possiamo cambiare il corso degli eventi che sta portando la nostra amata Terra ad implodere.
Ci vorrà tempo, ci vorrà un grande sforzo, ma se restiamo fiduciosi e restiamo unite troveremo nuove forme di lotta dove chiunque possa sentirsi comodo, perché il nostro desiderio è comune, è giusto e non deve spegnersi.
Ma oggi il nostro pensiero va al quartiere e a chiunque si sia svegliatə confuso e amareggiato. Non lasceremo che la tensione di una giornata oscuri il legame che ci unisce.
Restiamo qui: per strada, tra la gente, pronti a fare la nostra parte per ricucire il quartiere. Vanchiglia è di chi la cura ogni giorno, e da qui ricominciamo.

Il Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo – Torino e del Kollettivo Studentesco Autonomo – Torino
Corteo nazionale a Torino: 50mila persone rilanciano contro il governo nemico del popolo
3 spezzoni composti ciascuno da migliaia di persone partono dalle stazioni e dall’università occupata per riprendersi la città. Si aspettavano tutti una grande manifestazione ma la realtà ha superato le aspettative: la reazione generalizzata all’arrivo in Piazza Vittorio, il punto di convergenza, è stata quella della “pienezza” nel vero senso della parola.
Al di là dei numeri strabilianti, l’eterogeneità della piazza permette di cogliere la cifra di cosa sia stato raccolto dall’appello conclusivo dell’assemblea del 17 gennaio, con la chiamata: governo nemico del popolo, il popolo rilancia. E il popolo ha rilanciato.
Avevamo promesso sarebbe stata una manifestazione popolare e pensiamo di aver mantenuto la promessa, studenti dalle scuole superiori, sindacati di base, associazioni, organizzazioni palestinesi da tutta Italia, movimenti sociali, comitati di quartiere, universitari, delegazioni provenienti da tutto il Paese hanno animato la manifestazione prendendo parola per affermare l’intenzione comune di guardare al futuro e costruire le basi per il sogno collettivo di un mondo libero dal veleno della guerra, dal sionismo, dalla sudditanza agli Stati Uniti, dalla povertà dei tanti per il lusso di pochi, dalla terra devastata per i progetti inutili.
Oggi Torino ha dimostrato come si può rispondere alla violenza dello Stato riuscendo anche a fare il passo in avanti di una proposta percorribile da molti e molte, nelle diversità certo, ma con l’occasione di rompere gli argini dell’impotenza e dell’immobilismo per percorrere una strada che non sappiamo ancora su quali itinerari ci potrà portare ma sappiamo che qualunque cosa abbia da offrirci non può che essere meglio di quel che c’è se la affrontiamo insieme.
Mentre alcuni spezzoni si sono distribuiti per occupare i due incroci previsti dal percorso, una grande parte della manifestazione ha poi raggiunto il presidio di polizia permanente che sta intorno all’Aska rispondendo con forza alla militarizzazione coatta che ormai rappresenta l’unico metodo delle istituzioni attraverso cui gestire le crisi sociali.
Sono state ore di scontri molto intense, l’aria irrespirabile, gli idranti, la polizia nervosa. Ma migliaia di persone hanno resistito e rispedito al mittente l’arroganza di chi ci vuole solo spaventati e silenti.
L’Askatasuna non è solo un palazzo e la giornata di oggi ne è stata la prova, siamo solo all’inizio di un cammino da percorrere insieme, per la libertà e la possibilità di vivere in un mondo degno di chi lo abita.
L’ITALIA È PARTIGIANA

Un post di Rita Rapisardi, giornalista freelance per il Manifesto
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

Un editoriale della rivista La Rivolta
Ieri abbiamo assistito a un corteo immenso. Le stime parlano di 50 000 persone, provenienti da tutta Italia. Verso le 17.30 il corteo è virato in Corso Regina, dove sono iniziati gli scontri.
A fronte del video del poliziotto picchiato, per cui tutta l’Italia si indigna, ci sono decine di video degli abusi della polizia contro manifestant3, giornalist3, personale medico e fotograf3 inerm3, che rimarranno invece nel silenzio. Il silenzio di questa Italia che non sa più come ribellarsi a chi definisce chi manifesta “nemici dello stato”, a chi usa i nostri soldi per opere pubbliche inesistenti e inutili, a chi rinchiude attivist3 e reprime il dissenso, a chi ci toglie spazi sociali e di controcultura.
Questa divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi della narrazione comune, non solo è falsa, ma è anche poco funzionale allo scopo per cui siamo sces3 in piazza. È vero che il corteo è stato per lo più pacifico, ma gli scontri non lo hanno delegittimato. Le 50 000 persone del corteo al momento degli scontri si trovavano esattamente dietro “l3 incappucciat3” “facinorosi” che si scontravano, per sostenerli.
La violenza innoridisce, ci smuove qualcosa dentro che è difficile ignorare; per questo sappiamo che la risposta collettiva di ieri non è nata dal vuoto, ma da violenza subìta e agìta per anni nei confronti di tutta la popolazione. L’eliminazione di spazi di culturali, la distruzione della libertà di parola e dissenso, l’arresto di innocent3, il collasso ecoclimatico e la guerra sempre più vicina: queste sono le violenze che ieri molte hanno rivisto mentre sono scese in piazza per un mondo alternativo.È per questo che, ricordando a tutt3 che manifestare è un nostro diritto, noi esprimiamo totale solidarietà a manifestant3, fotograf3 e giornalist3, che hanno subìto gli abusi dei servi dello stato. E come Rivista La Rivolta contribuiamo a diffondere la verità su ciò che è successo ieri, perché sappiamo che solo una parte riceverà giustizia da parte delle istituzioni.
L’analisi della Redazione di Contropiano

Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo…
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle…
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc, ma si un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con quelli di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni…
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo…
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”…
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”…). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
E’ una logica alla “israeliana”. E’ un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra
Il Comunicato di Torino per Gaza
Dalla Palestina all’Italia: lotta partigiana!
Una grande manifestazione nazionale quella che ieri ha animato le strade della nostra Torino.
Tre spezzoni sono partiti da Porta Susa, da Porta Nuova e da Palazzo Nuovo occupato per ricongiungersi in Piazza Vittorio arrivando a contare 50 mila persone. I temi sono stati numerosi ed eterogenei, dalle lotte per la scuola, per la casa, il reddito, il lavoro, la devastazione ambientale, i movimenti per la giustizia sociale.
Il nostro spezzone, partito da Porta Nuova, ha rappresentato le lotte per la Palestina che hanno risvegliato le coscienze negli ultimi due anni, facendo risuonare con forza anche la voce di tutti quei prigionieri politici privati della propria libertà con la colpa di essersi esposti in prima persona contro il genocidio e le barbarie di questo sistema imperialista che ha bisogno della guerra per continuare a perpetrare i propri interessi.
Sappiamo che lo sgombero dell’Askatasuna ha rappresentato un elemento che va iscritto in una cornice generale di ritorsione che governo e istituzioni vogliono indirizzare contro coloro che rappresentano un granello di sabbia nell’ingranaggio delle complicità con gli interessi sionisti e statunitensi, così come le inchieste per terrorismo, gli arresti preventivi, le multe, i decreti sicurezza e quelli che paragonano l’antisionismo all’antisemitismo. La risposta a questi attacchi vili non può che essere la lotta, la saldatura di nuove alleanze, l’apertura di nuovi itinerari politici da percorrere fianco a fianco.
Tante le sigle che da tutta l’Italia hanno colmato le fila dello spezzone, tanta la solidarietà e la forza dimostrata in barba al clima di paura e impotenza che hanno cercato di instaurare attraverso la veicolazione mediatica e la militarizzazione.
La voglia di esprimersi era tale che non c’è stato quasi il tempo per alternare la musica alle decine di interventi che hanno risuonato dal furgone. Questo significa che c’è tanto da dire e che la voglia di esserci e di contare è molta.
Questo ci da la speranza concreta di poter pensare che il grande ciclo di lotte che ha pervaso il Paese questo autunno non si sia affatto concluso, che ciò che abbiamo visto finora è stato solo l’inizio di una mobilitazione popolare che ha ancora tanta strada da percorrere e non vediamo l’ora di scoprire che cosa il futuro ci riserverà.
Dalla Palestina all’Italia, lotta partigiana!

La riflessione di Immigrital
Ieri è stata una giornata storica. In 60.000 per gli spazi sociali e per l’auto-organizzazione. Non esistono “100 violenti” che screditano le migliaia.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevolmente, ognuno con la propria intensità. Chi non ha potuto esserci ha sostenuto in altri modi, da tutta Italia, in un clima di violenza e repressione progressiva.
Lo sgombero di Askatasuna è stato un attacco diretto agli spazi e alle possibilità, e si inserisce in un tentativo più ampio di cancellazione di ogni dissenso e partecipazione, in un contesto già strutturalmente razzista, classista e misogino.
Queste giornate si sono accompagnate a una narrazione costruita per instillare il timore.
Abbiamo visto aleggiare lo spettro di “Minneapolis”, con l’invocazione dell’esercito contro la manifestazione. Ebbene, la nostra gente conosce bene il metodo “Minneapolis”, che questo governo sta provando a organicizzare e sistematizzare. Le violenze nei confini e nella clandestinità, rimpatri, marginalizzazione estrema, soffocamento quotidiano verso la prima generazione e verso la gioventù proletaria e migrante. E presto conosceremo anche l’autonomia, che a Minneapolis si sta costruendo.
Con questo quadro arriviamo a ieri. Fermi preventivi per impedire di raggiungere la manifestazione. Gli idranti e i lacrimogeni sparati ad altezza uomo. Le teste aperte contro persone inermi. Cose (illegali) che non stupiscono. Ma anche la determinazione e la volontà di non retrocedere di un solo passo. A proposito di legalità. Conosciamo, tra le tante, il ricatto della revoca del permesso di soggiorno – agitato, ad esempio, verso 1Gen che reclamano le basi – e la deumanizzazione della nostra gente. Quindi, in 24 ore, in nome del perimetro democratico, molti hanno accettato totalmente la narrazione di questa destra fascista. Ma dove sono le voci all’unisono quando gli abusi quotidiani contro la nostra gente violano qualsiasi diritto basico e universale? Giorno dopo giorno, sistematicamente: le cariche agli scioperi, i fermi razzisti e classisti, i pretesti per umiliare. Se da quel perimetro siamo costantemente esclusi, e se la tensione è tra l’obbligo verso strada e miseria e il conflitto che emerge per uscirne, allora non ci presteremo a quel perimetro certo quando fa comodo strumentalmente a qualcuno, per continuare a riprodurre il proprio dominio oppressivo.
E non a caso si costruiscono narrazioni che preparano e legittimano il terreno per l’annichilimento di qualsiasi lotta e alternativa. Si parla di terrorismo. La parola magica che tutto legittima. Lo sterminio di un intero popolo, come a Gaza. La strumentalizzazione dei kurdi: prima difensori della democrazia, ora “terroristi”. Lo stesso vale per le comunità migranti in Europa negli ultimi vent’anni, o per i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti, che oggi indignano molti in Italia mentre si applica un doppio standard, e che le comunità negli USA stanno contrastando strada per strada, blocco per blocco, città per città.
Nessuno viene a cercare la nostra gente quando la violenza quotidiana si accumula o si manifesta in abusi concreti. Nessuno ha umanizzato il nostro fratello Ramy quando è stato ucciso, se non noi. A loro hanno dato premi. A noi il vuoto e la rabbia. E non ci interessa nemmeno che qualcuno parli di noi o ci strumentalizzi. Siamo noi e soltanto noi a parlare per noi, a pensare a noi.
Non è un caso che il pretesto dello sgombero – perché di pretesto si è trattato – riguardasse le lotte per la Palestina. Da mesi si parla di “Askatasuna che assolda maranza”. Ancora non hanno capito che un “maranza” non si fa assoldare da nessuno e ha una propria autonomia. Aska, per tante e tanti, è stato ed è innanzitutto uno spazio di incontro e di possibilità, di costruzione e di conflitto. Questo e tanto altro. E cos’è Aska non sta certo a noi raccontarlo.
Quanto, piuttosto, possiamo parlare di noi e ciò che Aska significa.
Se siamo esclusi da tutto, a partire dalla partecipazione politica, se ogni attività è subordinata alla capacità economica – sport e svago, socialità e militanza – allora attaccare frontalmente Aska significa provare a spazzare via tutto questo, non solo a Torino ma in tutta Italia, nello stesso modo in cui la destra globale, ovunque, tenta di schiacciare e annichilire ogni spazio autonomo ed emancipazione. I pezzi sono sempre meno frammentati. Loro li stanno unendo esplicitamente. Noi dobbiamo imparare a farlo sempre più.
Dallo sgombero di Askatasuna alla “remigrazione”, dalle ronde allo sfruttamento fino a ogni altra ingiustizia strutturale e alla riduzione degli spazi democratici e di autonomia. Per questo eravamo ieri a Torino, come eravamo stati a dicembre.
E, infine – ma non per importanza – come abbiamo già detto: non ci dimentichiamo di chi ha onorato Ramy quando tutta Italia provava a cancellarlo. Chiedete del 47: sarà dappertutto. Askatasuna significa libertà. Sarà dappertutto. Armonia tra noi, conflitto contro chi ci opprime.
Il Comunicato di Potere al Popolo
NOI IN PIAZZA IERI A TORINO C’ERAVAMO, ECCO QUELLO CHE ABBIAMO VISTO
Abbiamo visto un corteo enorme di 50mila persone, di cui molte del quartiere Vanchiglia, famiglie con bambini, lavoratori e lavoratrici, tantissimi e tantissime giovani (sì, giovani, proprio quelli di cui ci si lamenta che non partecipano mai e che ieri sono scesi in tantissimi in piazza).
Un corteo di 50mila persone in una qualsiasi normale democrazia sarebbero un fatto politico di cui discutere. Ma evidentemente non è così: il Governo, con il beneplacito di una opposizione mediatica e politica INCONSISTENTE, vuole che ci concentriamo su un frammento della giornata di ieri – ossia un momento specifico di uno scontro di piazza – pur di stravolgerne completamente la lettura e il senso.
In una normale democrazia, il giorno dopo dovremmo chiederci tutte e tutti: perché quelle 50mila persone sono scese in piazza?
Sicuramente per difendere una storia, perché Askatasuna è tante cose diverse: una comunità di compagni e compagne, radicata nel territorio torinese, che si organizza per rivendicare diritti; una grande varietà di attività sociali (il doposcuola, la palestra, la possibilità di vivere uno spazio dove non paghi 7 euro seduto a un tavolino per un caffè). Insomma, per difendere la bellezza di un vero centro sociale.
Erano in piazza per difendere la nostra dignità. Perché il genocidio a Gaza continua con la nostra complicità, senza che si interrompano le collaborazioni con Israele; perché si continua a morire sul lavoro e ad essere pagati con salari da fame; perché continuano i femminicidi; perché continua ad essere insostenibile l’affitto e la speculazione su beni essenziali ed aumentano le difficoltà di tanti che non sono “figli di” in questo paese.
Di tutte queste ragioni, nei tweet dei politici, nei titoli e negli editoriali apparsi nelle pagine della stampa italiana, tranne rarissime eccezioni, non c’è traccia.
Certo, abbiamo visto la violenza: abbiamo visto persone schedate all’arrivo durante il tragitto, impedite nel loro diritto a manifestare coi fogli di via. Persone costrette a scappare per i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, malmenate con numerose manganellate alla schiena. Abbiamo visto, dal giorno dello sgombero di Askatasuna, il 18 dicembre, un quartiere militarizzato, con scuole chiuse e posti di blocco. Abbiamo visto la ricerca spasmodica, da parte del Ministero dell’Interno, dello scontro. E verrebbe da chiedersi: c’era davvero bisogno di spendere tutti quei soldi pubblici per mettere mille agenti a difendere un immobile vuoto? Non ci sarebbero altre priorità per Torino?
Purtroppo la domanda è retorica, perché è chiaro lo scopo del governo Meloni a cui anche l’opposizione di centrosinistra si sta prestando: deviare l’attenzione dai veri problemi del paese e dalle vere ragioni della piazza per alimentare la propria agenda politica, la riforma della magistratura, il nuovo decreto sicurezza, una finanziaria che non mette soldi su nulla, mentre il paese cade letteralmente a pezzi come abbiamo visto a Niscemi.
Non facciamoci ipnotizzare: non fissiamoci su un frammento perdendo di vista la grande partecipazione di piazza di ieri. C’è un pezzo di paese che non accetta la chiusura di spazi di democrazia e di partecipazione popolare che vorrebbero imporci. Sta a noi far sì che non si disperda. Sta a noi dargli voce, organizzazione, programma.

Il Comunicato del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno
Quando la non violenza diventa obbedienza:
La retorica della non violenza viene usata come un’arma politica, non come un principio etico. Non serve a ridurre i conflitti, ma a disinnescarli dall’alto, a renderli accettabili solo finché restano innocui per l’ordine esistente. È una non violenza selettiva, a senso unico: richiesta a chi protesta, mai pretesa da chi esercita il potere.
Ogni volta che emerge una lotta reale, il racconto pubblico viene immediatamente spostato su una figura comoda e rassicurante: il manifestante violento. È una scorciatoia narrativa che assolve tutto il resto. Si isolano pochi episodi, si decontestualizzano, si amplificano fino a farli diventare il centro della scena. Così scompaiono le cariche preventive, gli abusi sistematici, le manganellate gratuite, le identificazioni di massa, le denunce costruite per logorare nel tempo. La violenza strutturale dello Stato diventa ordine pubblico mentre quella di chi resiste diventa delinquenza.
In questo schema, la non violenza non è un valore, ma un test di obbedienza. Serve a stabilire chi è legittimato a parlare e chi no. Se sei troppo arrabbiatə, se sei troppo determinatə, se non rientri nella cornice della protesta educata, allora la tua rivendicazione perde automaticamente dignità. Non importa cosa chiedi, importa come lo chiedi. E se non lo fai nel modo giusto, il contenuto viene cancellato.
Questo governo, come altri prima, ma in modo sempre più esplicito, ha fatto un salto di qualità: non si limita a reprimere le singole mobilitazioni, lavora per delegittimare l’idea stessa di conflitto sociale. La protesta non è più un problema da gestire, è un’anomalia da eliminare. Le lotte vengono descritte come irresponsabili, pericolose, nemiche della gente perbene. La repressione non è più un eccesso: è una strategia dichiarata, normalizzata, rivendicata.
La retorica della non violenza si inserisce perfettamente in questo disegno. Divide, isola e colpevolizza. Costruisce una gerarchia tra lotte buone e lotte cattive, tra manifestanti accettabili e soggetti da espellere dal campo politico. È una pedagogia dell’impotenza: ti è concesso protestare solo se non disturbi, solo se non produci effetti reali, solo se accetti in partenza la sconfitta.
Ma la storia delle conquiste sociali racconta tutt’altro. Ogni diritto strappato lo è stato attraverso conflitti duri, attraverso rotture, attraverso momenti in cui l’ordine è stato messo in discussione. Fingere che il potere rinunci spontaneamente ai propri privilegi di fronte a proteste inoffensive non è pacifismo: è utopia.
Rifiutare questa retorica non significa glorificare la violenza, ma smascherare l’ipocrisia di uno Stato che la esercita quotidianamente mentre pretende purezza morale da chi la subisce. Significa rivendicare il diritto al conflitto, alla rabbia, alla disobbedienza. Perché una società che criminalizza il dissenso e santifica l’ordine non è una società pacifica: è una società che è stata messa a tacere.
In 60.000 per Askatasuna, il rilancio dell’opposizione popolare al governo
Una narrazione al di là del mainstream
Lo scorso 31 gennaio a Torino è andata in scena una grande giornata di mobilitazione popolare. La manifestazione, indetta dal centro sociale Askatasuna a seguito dello sgombero dello stabile al n°47 di Corso Regina Margherita avvenuto a dicembre 2025, ha visto un’enorme partecipazione eterogenea e trasversale. Il messaggio che si voleva dare era chiaro fin da subito ed era stato definito all’assemblea nazionale che si era svolta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio e di cui abbiamo parlato nell’articolo“Askatasuna: difesa e contrattacco” .
Rilanciare la difesa degli spazi sociali, ora più che mai sotto attacco in tutta italia, ma andare anche oltre. Sulla scia del movimento Blocchiamo Tutto (mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese) di settembre/ottobre 2025, continuare ad opporsi alle politiche di guerra e riarmo che stanno pervadendo tutta la nostra società. Questo mentre la crisi climatica avanza, le scuole e la sanità pubblica cadono a pezzi, i salari sono tra i più bassi d’Europa ed avere un tetto sopra la testa è sempre più un lusso.
Il 31 la risposta è stata importante. Tre gli spezzoni con partenze da punti diversi della città, a comporre delle piazze tematiche.
A Palazzo Nuovo, occupato nei giorni precedenti, era previsto lo spezzone dei collettivi universitari e dei comitati cittadini del quartiere Vanchiglia (dove si trova lo stabile).
Da Porta Susa invece era prevista la partenza dei sindacati di base, partiti della sinistra radicale, spazi sociali torinesi, assemblee studentesche e collettivi per il diritto all’abitare.
Infine da Porta Nuova si erano concentrati movimento No Tav, movimenti ambientalisti, movimenti transfemministi e movimenti per la Palestina e per il Rojava.
Alle 14:00 partiva il corteo da Porta Susa che si ricongiungeva poi allo spezzone di Porta Nuova ed infine a quello di Palazzo Nuovo in piazza Vittorio, per comporre un enorme serpentone che attraversava la città di Torino. Tanti i contributi e gli interventi al microfono che hanno arricchito la giornata.
L’imponente militarizzazione della città e le misure restrittive e cautelari che hanno colpito diverse persone fin dai giorni prima non hanno influito sull’afflusso di persone. Hanno invece alimentato ulteriormente la tensione in una situazione già particolarmente tesa. Dato che l’intero quartiere Vanchiglia risulta militarizzato da ormai oltre un mese, con grate, jersey e blindati che circondano le zone intorno allo stabile che ospitava il centro sociale.
Nel tardo pomeriggio il corteo ha deviato in corso Regina Margherita per avvicinarsi all’ex centro sociale. Lì era schierato un corposo numero di celerini, carabinieri e finanzieri in tenuta antisommossa che hanno iniziato da subito un fitto lancio di lacrimogeni. La reazione dei manifestanti non si è fatta attendere, e da quel momento sono partiti gli scontri che si sono protratti per più di un’ora. Fino a che il corteo ha ripreso il suo percorso arrivando al punto di arrivo prestabilito in corso Novara.
Subito dopo la manifestazione e gli scontri sono partite le solite parole di condanna e criminalizzazione sia da destra sia dal centro sinistra. Chi ha parlato di violenza inaccettabile. Chi di sfregio alla città. Chi ha parlato di delinquenti. Chi di infiltrati. Chi addirittura ha mosso paragoni, completamente fuori da ogni logica, con le Brigate Rosse. Non poteva mancare poi la solita inutile divisione tra manifestanti “buoni” e “cattivi”. Non c’erano né delinquenti, né infiltrati. Ma persone che pur di cambiare l’attuale stato delle cose nella nostra società sono disposte a mettere in campo pratiche diverse di conflitto sociale. Non che ci siano modalità più giuste o altre sbagliate, sia chiaro. Ognuno porta in piazza i propri modi di esprimere dissenso. Su questo dovremmo imparare dal Movimento No Tav. Che da più di trent’anni porta avanti la lotta in Val Susa. Con diverse pratiche e modalità. Ognuno con la sua, con consapevolezza e senza denigrare l’altra.
Tutte persone che riconoscono il ruolo e l’importanza dell’Askatasuna per il suo ruolo sociale che ha avuto negli anni. Che non abbassano la testa davanti alla crescente militarizzazione delle nostre vite; che non accettano le politiche di riarmo mentre le scuole e gli ospedali pubblici vanno in frantumi; che non rimangono in silenzio sul genocidio palestinese e sulla complicità del governo italiano. Mentre i salari rimangono al palo e si fa difficoltà ad arrivare a fine mese o ad avere un tetto sulla testa. In difesa degli spazi sociali, luoghi di cultura e aggregazione al di fuori delle logiche del capitalismo.
La politica istituzionale non si pone domande, non cerca di capire le ragioni, dall’alto dei loro posti in parlamento e senza più un collegamento reale con il popolo, si limita ad usare le solite parole intrise di retorica: come in una gara a chi usa la condanna più forte. Forse pensando di racimolare qualche voto in più.
D’altra parte, la distanza di questi politicanti con il popolo è cosa nota già da un pò. Basta vedere i dati riguardanti l’astensione elettorale. C’è una parte molto consistente del paese che non si riconosce più in questo sistema. E allora le loro posizioni sono messe in pericolo. Per questo, dalla destra al centro sinistra, si condanna e si grida allo scandalo senza fare analisi approfondite. A loro interessa mantenere lo stato attuale delle cose per poter fare i loro comodi.
Ma la giornata del 31 gennaio ha dimostrato che la gente non accetta tutto ciò.
Infine, non poteva mancare la commedia sul poliziotto aggredito. Senza aver capito bene le dinamiche, tutta la politica e il giornalismo mainstream si è mossa in modo ipocrito in solidarietà al “povero” poliziotto e al suo collega che tra l’altro sono stati dimessi dopo un paio di giorni dall’ospedale. Un teatrino a cui ha dato il via Giorgia Meloni, cavalcando l’onda delle condanne.
Ma le dinamiche dell’accaduto sono importanti. Fa luce sull’accaduto la giornalista Rita Rapisardi che ha visto con i propri occhi quanto successo. La sua testimonianza dimostra tutt’altro che un’aggressione immotivata ma piuttosto una reazione al celerino che evidentemente non stava facendo nel modo giusto il suo dovere.
D’altra parte sono stati diversi gli abusi e le violenze da parte delle celere durante il corteo.
Raccolte bene nel dossier pubblicato su InfoAut “Il vero volto del governo nella gestione dell’ordine”. Persone inermi picchiate violentemente, lacrimogeni altezza uomo e molto altro.
Ma non si è vista la premier far visita all’ospedale ad una di queste persone che hanno subito da chi, in teoria, dovrebbe garantire la loro incolumità.
Come del resto non si è vista per i morti sul lavoro o come non si è mai vista farsi vedere così celermente per il disastro di Niscemi in Sicilia, regione governata dal centro destra. Meglio nascondere le proprie responsabilità e giocare sull’aspetto mediatico e propagandistico.
Da questa situazione pare che il governo inasprirà ancora di più le leggi sulla sicurezza. Ma non stupisce più di tanto. Il decreto annunciato è il tassello in più di un escalation securitaria iniziata ormai da un po’. E la manifestazione del 31 è solo un pretesto. Infatti il testo del decreto era già in parte pronto, aspettavano solo l’attimo giusto, che sarebbe arrivato comunque in un altro momento. Perché questa è la vocazione e l’indole politica del governo. Che sta togliendo man mano le libertà, che guarda con favore a modelli reazionari come quello trumpiano e le modalità violente dell’ICE che abbiamo visto in queste settimana negli USA.
Sabato 31 gennaio a Torino abbiamo visto una piazza che ha dimostrato che c’è un’alternativa politica che si muove su un piano non istituzionale. Un piano in cui non si riconosce più una fetta importante della popolazione. In un contesto di genocidi, colonialismi, guerre esterne ed interne, quelle persone sentono il bisogno di una visione diversa. Che esca da questo sistema capitalista opprimente che vuole persone impilate, silenziose e ubbidienti. E quando qualcuno mette il bastone tra le ruote di questi ingranaggi scatta il loro allarme, si criminalizza e si fa appello alla non violenza, in difesa dello stato attuale delle cose.
Questa manifestazione è stata però una tappa di un percorso ancora lungo e tortuoso. Un percorso che sta cercando di delineare una prospettiva aperta e che guarda a un futuro diverso. Altri pezzi di questo percorso saranno lo sciopero internazionale dei porti, previsto per il 6 febbraio, per ribadire che i portuali non lavorano per la guerra, e la due giorni di incontri che si terranno a Livorno il 21 e il 22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” .
Il dito, la luna, la rabbia e l’ingiustizia: sul corteo per lo sgombero di Askatasuna
da sportello ti ascolto
ome associazione impegnata nella lotta alla disuguaglianza e alla costruzione di realtà (anche narrative) più eguali e rispettose di tutti e tutte, riteniamo doveroso esprimere il nostro punto di vista sulla questione del corteo di protesta per lo sgombero di Askatasuna. Anche stavolta, puntuale, la macchina mediatica e istituzionale ci presenta una narrativa monolitica: la città distrutta da un pugno di esaltati, i manifestanti e i simpatizzanti complici della devastazione, la conferma del mondo dei centri sociali come covo di delinquenti eversivi.
Questa narrazione, semplicista, riduttiva, banale per la sua parziale cecità ci infastidisce, certo, ma più di tutto ci spaventa, ci preoccupa. Perché chi si occupa di psicologia e società conosce il potere dei discorsi e delle narrative nella produzione della realtà. Soprattutto quando provengono da fonti ritenute autorevoli, i discorsi dominanti non solo creano delle percezioni diffuse, ma danno forma a comportamenti, attitudini, relazioni. Riteniamo quindi importante decostruire questo discorso monologico che viene proposto a scopo propagandistico e tentare di costruire una narrazione che metta in dialogo diversi livelli e significati.
Inevitabile è partire dal tema della violenza, che domina il dibattito attuale. La violenza è un atto raccapricciante e nessuno che si trovi in una disposizione di spirito serena la auspicherebbe. La narrativa sulla violenza, tuttavia, è incredibilmente parziale, unilaterale, e politicamente motivata. I discorsi proposti in questi giorni sembrano relegare l’uso della violenza a una fascia ben precisa di “facinorosi”, “criminali” e soprattutto focalizzata su quella forma di violenza fisica, diretta e manifesta che è facilmente visibile e perciò bersaglio di manipolazione dell’informazione. Nessuna parola sull’uso sistematico della violenza da parte delle istituzioni, in un clima politico nazionale e internazionale sempre più incline alla repressione, l’applicazione della forza, e la glorificazione della prepotenza: dagli omicidi di civili impuniti dell’americana I.C.E. al genocidio in Palestina, dalle minacce di annessione di Trump alle velleità da ipergiustizialismo sommario e razziale e di Salvini.
Intendiamo qui ampliare il dibattito sulla violenza includendo le forme di violenza strutturale (come l’oppressione sistemica basate su genere, razza e classe, così come le forme di persecuzione politica dei dissidenti, l’intimidazione degli emarginati) e di violenza culturale (la svalutazione e distruzione di particolari identità umane, l’etnocentrismo, le ideologie coloniali e tutte le forme di esclusione e indebolimento delle minoranze) di cui il nostro governo fa smodato e sfrontato uso. Un governo che, sul pretesto dell’occupazione abusiva, auspica la sistematica demolizione degli spazi sociali storicamente legati alla sinistra – luoghi primariamente di cultura, autogestione, mutualismo e aggregazione – militarizzando interi quartieri, ma che nel frattempo invita Casa Pound, incostituzionale organizzazione neofascista che da decenni occupa abusivamente uno stabile in centro a Roma, a presentare in Parlamento una delirante proposta di legge sulla “remigrazione” su presupposti di “purezza razziale”. Un governo che plaude chi si fa giustizia da solo con le armi da fuoco, ma che propone il fermo preventivo per chi vuole manifestare dissenso. Un governo che paventa di designare Askatasuna come organizzazione terroristica, ma che tollera I.C.E. e pasdaran come agenti di sicurezza alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Che propone l’impunità penale per gli agenti di polizia. Ipotizza il fermo preventivo di attivisti prima delle manifestazioni in assenza di reato. Che nega le operazioni di soccorso in mare per i migranti. Che si costruisce, come tutti i governi di estrema destra, populisti e xenofobi che affliggono i nostri tempi, sulla narrativa della paura, del nemico, dell’assedio, della prepotenza. Tutte narrative che, secondo Achille Mbembe e Giorgio Agamben, giustificano lo stato d’eccezione in cui i diritti fondamentali vengono negati. Queste forme di violenza strutturale e culturale sono profondamente radicate nella società e hanno una influenza diretta sull’accesso delle persone ai propri diritti, spesso portando a risposte di violenza diretta che sono solo un anello di una catena molto più lunga e complessa.
Sabato a Torino si è vista una messa in mostra massiva della violenza. Di una violenza che non è un fatto isolato, assoluto, indipendente dalla realtà nazionale e internazionale che viviamo, ma che è di essa diretta conseguenza ed emanazione.
Quando parliamo di violenza sistemica parliamo anche di tutte quelle micro e macro aggressioni alla libertà individuale che proprio i cittadini di Torino e gli abitanti del quartiere Vanchiglia hanno subito per diverse settimane in seguito alle operazioni di militarizzazione precedenti allo sgombero. Scuole chiuse, negozi chiusi, checkpoint per controllare i documenti di chi ha la sfortuna di abitare nei pressi dell’immobile in corso Regina Margherita. Bambini costretti a casa, giornate di lavoro perse, un clima di paura e tensione.
Molti hanno deciso di ribellarsi e protestare contro un esercizio di potere percepito come iniquo, una vera e propria forma di abuso. Tra di loro, alcuni hanno deciso di fare ricorso alla violenza fisica e diretta. Questo è e rimane un atto profondamente disturbante, come le scene che abbiamo visto e di cui sono piene le prime pagine di giornali, siti, telegiornali: la violenza umana è una cosa terribile.
Ma è assurda miopia interpretare questa violenza come qualcosa che nasce nel vuoto, dall’insana volontà di qualche testa calda. È il gioco della delegittimazione della rabbia popolare, che deve far suonare un campanello d’allarme. Come nel caso delle manifestazioni pro Palestina del 2025, gli scontri di piazza sono il sintomo di una rabbia e un senso di ingiustizia che non trovano interlocutori, ma solo detrattori. Sono l’urlo estremo di corpi che, come diceva Fanon, privati di ogni dignità, possono solo gridare. Sono il dito che indica la luna: il senso di esclusione, la mancanza di spazi di libertà, il soffocamento delle prospettive esistenziali, la sistematica marginalizzazione dei giovani e delle identità minoritarie, l’autoritarismo, il riarmo, la svalutazione della cultura e dell’arte, lo sfruttamento, la perdita di speranza. Occorre fare attenzione a chi, invece della luna, cerca di farti guardare il dito. Sta cercando di fare di te uno stolto.
Cinquantamila persone scese in piazza a Torino sabato non erano lì (solo) perché simpatizzanti di Askatasuna. Questa moltitudine ampia, eterogenea, colma di bambini, giovani, anziani e gente di svariate provenienze sociali, è scesa in piazza per difendere un’idea di libertà minacciata dalle attuali politiche; perché privata di uno spazio di espressione che, benvoluto o meno, era percepito come necessario, funzionale al tessuto sociale del quartiere e della città, opportunità per la crescita personale e politica dei giovani, laboratorio per la partecipazione diretta. Un’opportunità di giustizia sociale per la quale tutte queste persone si sono volute mettere in gioco, nel riempire le strade, manifestare e lottare in varie forme e modalità, per non arrendersi agli abusi di potere istituzionali.
La sicurezza non si costruisce e non si garantisce con la repressione. Le società più sicure sono quelle in cui c’è più giustizia sociale. La giustizia sociale sta perdendo, qui da noi. E non è certo colpa di un centinaio di black bloc, ma di una classe dominante che consciamente ed esplicitamente mira a costruire un mondo più repressivo, più diseguale, con più privilegi per pochi e meno diritti per tutti. È questa la violenza che ci preoccupa di più.
Intifada a Torino
da officina primo maggio di Sergio Fontegher Bologna
La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.
Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.
Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.
Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.
Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.
In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni 70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.
Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?
Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.
Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.
Appunti su Torino, verso il 28 marzo
Piazza, conflitto e composizione nella fase neoautoritaria: perché Torino va letta all’interno di un processo aperto
di Centri Sociali del Nord Est
Cinquantamila persone in piazza rappresentano un dato da prendere estremamente sul serio, soprattutto in una fase storica in cui chi governa è nemico dichiarato delle piazze. “Sul serio” significa davvero sul serio, non in modo artefatto o strumentale.
L’autonomia come terreno di conflitto
La mobilitazione in difesa di uno spazio sociale, dentro un contesto segnato da pressioni e intimidazioni continue, connota questa partecipazione in termini tutt’altro che generici. In questo Paese, forse mai come ora, emerge la necessità di riconoscere e sostenere spazi di autonomia perché è su questo terreno che oggi prende forma una parte decisiva della contendibilità dello spazio pubblico e politico.
È anche per questo che Torino non può essere letta come un punto di svolta autosufficiente, nel bene o nel male. Continuare a interpretare le mobilitazioni attraverso la lente del “prima e dopo” significa ricadere in una logica che finisce solo per rafforzare i frame comunicativi imposti dall’esterno. La cosiddetta teologia dell’evento, che separa artificialmente ciò che accade dal processo che lo rende possibile, oscura ciò che realmente si muove nelle piazze. E, soprattutto, devia lo sguardo da ciò che conta: la costruzione di una fuoriuscita in avanti, fondata sulla potenza e non sulla mera difesa, sulla capacità di avanzare e non solo di parare i colpi.
Non un evento, ma un processo
In questi giorni siamo stati sommersi da una sequenza ossessiva di immagini: il poliziotto aggredito, la premier in visita al suo capezzale, la destra di governo impegnata in un’operazione di sciacallaggio politico senza precedenti. A fare da contrappunto, il moralismo paternalista di una parte della sinistra, che ancora una volta cade nella trappola di voler essere più realista del re.
Così, questo terreno viene consegnato senza resistenze alla narrazione reazionaria, che lo colonizza integralmente. L’informativa di Piantedosi alla Camera ne è un esempio plastico: non ha come vero obiettivo Askatasuna, né i centri sociali nel loro insieme, e forse nemmeno le forze politiche che ne garantiscono l’agibilità (citando testualmente il Ministro). Il bersaglio reale sono i cinquantamila scesi in piazza, e con loro, l’idea stessa che in questo Paese possa esistere un’opposizione sociale al governo.
L’accelerazione sul nuovo pacchetto sicurezza e l’invocazione esplicita di uno “stato di polizia” si collocano coerentemente dentro una traiettoria già tracciata. Non bisogna mai dimenticare che l’impunità della violenza poliziesca è un tratto strutturale di questo Paese, storicamente sostenuta da una narrazione pubblica pressoché univoca. Il punto, allora, non è trasformare “ACAB” in un manifesto politico, ma riconoscere che sulla funzione politica della polizia — ed è in questi termini che va letta anche la riforma della giustizia — si gioca una delle partite decisive del progetto neo-autoritario, tanto nel presente quanto nel suo divenire.
Il conflitto dentro la composizione
Tornando alla piazza, è palese che negli ultimi mesi si sia prodotto un cambiamento significativo. Momenti di conflitto che in passato avrebbero prodotto fratture, arretramenti o dissoluzioni della mobilitazione oggi vengono assorbiti dalla composizione delle piazze. Le mobilitazioni non si ritirano, non si svuotano, non si scompongono.
Al contrario, attraversano il conflitto, lo metabolizzano, lo includono come parte di un’esperienza collettiva più ampia. Un dato tutt’altro che scontato, che impone una riflessione capace di andare oltre la logora dicotomia tra legittimità e illegittimità, tra violenza e non violenza.
Quando il conflitto entra a far parte di una composizione larga, il parametro dell’intensità immediata perde centralità. La rottura simbolica, la carica del gesto, la forza dell’istante cedono il passo a un’altra misura: la capacità di aprire spazi politici, di produrre avanzamenti concreti, di innestarsi in processi capaci di durare nel tempo. L’efficacia si misura nella possibilità di rendere praticabili nuove opzioni, di incidere realmente sui rapporti di forza oltre il momento della mobilitazione.
Per noi, questo è il nodo centrale.
Il conflitto vive come strumento di trasformazione quando riesce a generare aperture, a costruire connessioni, a rendere visibili traiettorie prima inaccessibili. Quando dialoga con la composizione che lo attraversa e si misura con un campo sociale ampio, acquisisce una profondità politica che supera la ripetizione del gesto e si traduce in processo.
È qui che si apre una domanda decisiva. Una composizione ancora in larga parte priva di piena soggettivazione, attraversata da desideri e disponibilità politiche eterogenee, sarà in grado di reggere l’ondata repressiva già in atto e destinata con ogni probabilità a irrigidirsi? A questo punto la questione smette di essere solo analitica e diventa apertamente politica. È a questo livello che siamo chiamati a ragionare da organizzazioni: nella capacità di leggere questa composizione, di accompagnarne la maturazione, di trasformarla in forza capace di durare.
La piazza di Torino, proprio per la sua complessità, rende evidente questa tensione e queste ambiguità di fase. Cinquantamila persone indicano un livello di partecipazione che eccede le singole pratiche e i singoli linguaggi. Indicano una domanda politica che non può essere soddisfatta dalla sola intensità del momento, soprattutto quando quella piazza difende un centro sociale non come identità, ma come bene comune.
In questo quadro, il tema delle alleanze torna centrale.
L’avanzata della destra globale e il consolidamento dei suoi apparati politici, culturali e repressivi impongono un salto di scala nel modo in cui si pensa la costruzione di forza.
Alleanze e durata
Dopo l’assemblea No Kings di Bologna avevamo parlato dell’apertura di un tempo di controffensiva, guardando in particolare all’appuntamento nazionale di Roma del 27 e 28 marzo. Nessuna illusione di soluzioni definitive, nessuna idealizzazione di spazi privi di contraddizioni. Eppure, la ricerca di un terreno comune appare oggi come l’unica via praticabile per riorganizzare un corpo sociale messo sempre più sotto pressione dalle rapide trasformazioni del potere.
Torino non chiede celebrazione né rimozione. Chiede uno sguardo capace di stare nella sua complessità, senza fermarsi alla superficie dei fatti. La piazza parla a chi accetta di restare dentro le sue domande, senza scorciatoie. Non esistono formule pronte né verità da esibire. Pensare di avere la risposta in tasca significa scambiare il processo per un esito già scritto. Questa fase richiede ascolto, sperimentazione e assunzione collettiva del rischio, a partire da un dato essenziale: il conflitto di piazza è parte costitutiva delle lotte. È qui che oggi si gioca la possibilità di tenere insieme forza e progetto, conflitto e durata.
Il vento di Torino
da Kamo Modena
«Ma c’è una grossa fila di persone,
camminano di fretta e cambian posizione,
fateli passare, piantatela di insistere…»
0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.
1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico. Lo scrivevamo qualche tempo fa, e già la rivoluzione ha lavorato con metodo: negli occhi senza paura di tanti ragazzi e ragazze abbiamo visto avanzare la possibilità rottura con le soggettività della sconfitta formatesi nel declino del ciclo precedente. Figli di nessuno, alla ricerca della propria tradizione del fuoco. Un processo non già dato, potente ma ancora fragile. Trovare il modo di alimentarlo, costruirlo, senza trasformarlo nella riproduzione delle ceneri.
2. Respiriamo, insieme, questo vento. Anche per non farci avvelenare, il cuore e la mente, dai miasmi che subito hanno impestato l’aria. Quelli che politicanti, giornalisti, opinionisti, guardie e servi affini stanno pompando organizzati, come un muro, lungo i canali dell’industria della propaganda che qualcuno ancora si ostina a chiamare “informazione”. Come per il genocidio in Palestina, complementare alla repressione, strumento di governo controllato dalle consorterie che sostengono l’esecutivo Meloni. Il governo coglie la palla al balzo per approfondire la sua postura poliziesca e militarizzare ulteriormente il fronte interno con il sostegno delle opposizioni. La dinamica era in corso. L’avrebbe fatto comunque, con o senza Torino: un motivo l’avrebbe trovato nel breve-medio termine. Il prossimo sciopero generale, il prossimo blocco dei porti o delle stazioni, l’ennesima “minaccia maranza”… è stata la legittima rabbia espressa dalla conflittualità sociale e la tenuta di massa di una manifestazione popolare, plurale e determinata, a dargliene motivo. C’è forse da stupirsene? C’è forse da dire altro? Quando il popolo indica la luna, lo Stato usa il manganello, e i media inquadrano il martello. Le anime belle e opportuniste della sinistra, invece, guarda altrove. Per la precisione alla propria compatibilità con lo scranno del potere. Il governo Meloni, insieme all’opposizione, si smaschera, scoprendo la propria natura e i propri obiettivi: imporre la pace interna per prepararsi alla guerra esterna.
3. Le decine di migliaia di persone, circa 60 mila, che il 31 gennaio hanno riempito i tre diversi concentramenti di Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo, poi confluite in unico, grande fiume in piena, hanno espresso un dato politico, quello che fa più paura – come una martellata ben assestata – alla controparte: la possibilità concreta di una ricomposizione sociale, larga e articolata, ma con segno di classe, in opposizione conflittuale all’esecutivo Meloni e ai suoi disegni bellici, autonoma dagli inutili scaldapoltrone del centrosinistra. Un governo, e un parlamento intero, nemico del popolo, complice del genocidio protratto da Israele, subordinato fedelmente ai capricci di Trump per mendicare dividendi dagli orrori dell’imperialismo americano. Tuttavia, sempre più insufficienti a tenere a galla le borghesie nazionali europee, rispetto ai costi politici, economici e sociali scaricati sulle popolazioni. Non c’è alcuna ricetta per far fronte ai crescenti bisogni e contraddizioni popolari nell’approfondirsi della crisi se non la minaccia, tramite Rete 4, di una pistola piantata in fronte da parte di una divisa. Altri margini di spesa non ce ne sono: sono tutti allocati in bombe, proiettili e riarmo. Armi che, dalle squadracce dell’ICE negli Stati Uniti, da quelle dei reclutatori in Ucraina in cerca di carne da cannone giovane e fresca da mandare in prima linea, sparano già sulle strade in Occidente. Come ben sanno anche i giovani e i proletari razzializzati che vivono nei quartieri popolari delle metropoli italiane, e tutti i morti per mano dello Stato che ancora attendono giustizia.
4. Dalle famiglie ai collettivi, dagli studenti ai lavoratori, dalle organizzazioni palestinesi ai comitati di quartiere e ai sindacati di base, fino agli ultimi spazi sociali. La composizione del corteo nazionale ha ricalcato in parte quella classica dei movimenti sociali ma certamente ecceduto la somma aritmetica delle numerose realtà e sigle presenti in piazza. Ecceduto a partire dallo stesso motivo dello sgombero di Askatasuna. Crediamo infatti che l’intelligenza collettiva sedimentata dopo il ciclo di «Blocchiamo tutto» abbia colto precisamente in questo passaggio il significato dell’attacco del governo, non solo a quattro mura, a un’esperienza, a una proposta, a una storia radicata di lotta e resistenza che parte da lontano, ma alla possibilità stessa del conflitto sociale in una delle sue determinazioni più avanzate. L’attacco a una composizione di cui “i ragazzi di Vanchiglia”, con coerenza, rappresentano la capacità di organizzarsi autonomamente, con radicalità e pragmatismo, contro i progetti del potere di sfruttamento, impoverimento e spoliazione delle nostre vite, in tutte le sue dimensioni materiali e soggettive. Ciò che ha unito, infatti, questo embrione di resistenza di massa è stata sicuramente la volontà collettiva di rilanciare con forza e senza paura una risposta, di passare al contrattacco, contro gli amministratori delegati di un sistema sempre più disumano – il livello di marciume, collusione e intoccabilità dei ceti dirigenti politici, economici e culturali del capitalismo occidentale che sta emergendo dagli Epstein Files le classi subalterne lo hanno immaginato solo nelle fantasie di complotto – e al capolinea.
5. Non serve dilungarsi nel descrivere lo schifo materiale e soggettivo che la società capitalistica produce, ce lo abbiamo tutti di fronte e dentro ogni giorno, ben visibile, perché ne facciamo parte. Osserviamo il buio all’orizzonte. È la guerra che ci attende, che stanno preparando, che già infiamma, più vicino di quanto pensiamo. Dalle macerie di Gaza alle strade di Minneapolis, dalle trincee del Donbass al Venezuela. Là dentro, quell’oscurità, è dove ci sta portando il Nemico. È la sua Ombra che proietta, sempre più vicina e feroce. Ristrutturando filiere, territori e università in reparti e laboratori della «fabbrica della guerra». Militarizzando la formazione, le città e la gestione del dissenso interno; promuovendo la schedatura, il ritorno della leva e la deportazione; criminalizzando come «terroristico» il conflitto sociale. Restringendo o chiudendo ogni dimensione di libertà, contropotere e organizzazione popolare incompatibile con i loro progetti bellici e di profitto. Imponendoci un destino: quello deciso nelle aule, democratiche, del Nemico. Come imponiamo, articolandolo nella composizione, sviluppandolo nello spazio e organizzandolo nel tempo, un autonomo e massificato rifiuto di classe che rompa con quel destino, con quelle istituzioni della controparte, con quella forma di vita? è questo il nodo che, progettualmente, cogliamo nel vento, e rimettiamo nel vento.
6. Respiriamo. Insieme, senza paura. Questo vento è del nostro tempo. Arriva a folate. Ha già scompaginato tutto. Apre e chiude finestre, ribalta tavoli e quadri, disordina piani e fa traballare ciò che credevamo rigido. Mette in movimento aria prima immota, determina vertigini produttive di nuove altezze. Rinfresca le menti, rinvigorisce il cuore. Con questo vento occorre misurarsi. Cogliamone l’opportunità, preziosa. Non per muovere il proprio piccolo o grande mulino, le cui ombre spesso scambiamo per giganti. Ma per prendere il largo sulle onde, tracciando la rotta in direzione collettiva. E così spiegare le vele.
Alla conquista di un sogno comune.

Il comunicato di Officina99
Sabato 31 gennaio eravamo a Torino, insieme a circa 50 mila persone, per portare da Napoli la nostra solidarietà ad Askatasuna.
La città è stata attraversata da una pluralità di soggettività: CSOA, spazi sociali, associazioni, collettivi, realtà di movimento e cittadinə da tutta Italia e da diversi paesi europei.
Eravamo lì per rivendicare – accanto alla difesa degli spazi sociali – i diritti fondamentali quali sanità, casa, scuola, lavoro, reddito, ambiente, servizi sociali.
Per opporci a uno Stato sempre più autoritario e repressivo, a ogni forma di oppressione di classe, genere e provenienza, alle economie di guerra e alla complicità dello Stato italiano nel genocidio in Palestina, sostenendo l’autodeterminazione di tutti i popoli, a partire da quelli palestinese e curdo.
Prima e durante la manifestazione, la risposta del governo Meloni e delle forze dell’ordine è stata la violenza: perquisizioni, blocchi stradali e fogli di via sommari per sopprimere il diritto di protestare. In piazza lə manifestanti sono statə confinatə in perimetri sempre più ristretti e bersagliatə con lacrimogeni ad altezza d’uomo, idranti e manganellate indiscriminatamente, spesso privatə di soccorso medico.
Questo dimostra, ancora una volta, che le forze dell’ordine non proteggono lə cittadinə, ma tutelano lo status quo come braccio armato di un governo fascista.
La violenza si è manifestata anche a conclusione della giornata, attraverso i media – inclusi quelli della sinistra istituzionale, che pretendono di essere la voce dei movimenti ma che, ancora una volta, abdicando al loro ruolo di opposizione, prestandosi al gioco di destre sempre più orgogliosamente fasciste. Tali media hanno decontestualizzato le immagini di un poliziotto colpito da manifestanti, oscurando al contempo gli innumerevoli abusi perpetrati dalle forze di polizia.
Se nella narrazione pubblica si alzasse finalmente qualche voce istituzionale contro la violenza intrinseca di questo governo — oltre la solita solfa degli “infiltrati” — si potrebbero fare passi avanti significativi.
È evidente la volontà di dividere la piazza in manifestanti “buonə” e “cattivə” per legittimare le misure repressive del governo — anche in vista del nuovo Pacchetto Sicurezza in arrivo in questi giorni.
All’opinione pubblica viene proposta una rappresentazione falsa e parziale che riduce le manifestazioni a vandalismo, disordine e violenza immotivata, alimentando insicurezza e distraendo dai veri problemi sociali: quelli per cui eravamo a Torino, ovvero la precarizzazione delle nostre esistenze, lo smantellamento del welfare e l’avanzata del warfare.
Noi vogliamo riconoscere la legittimità della rabbia di chi vive l’oppressione quotidiana e si trova a dover difendere, con coraggio, il diritto di manifestare contro la violenza sistemica e istituzionale.
La violenza di chi opprime è diametralmente opposta alla resistenza di chi risponde a quell’oppressione.
Negarlo serve solo a creare fratture nel movimento, proprio quando dovremmo costruire alleanze fondate su responsabilità condivisa e sulla dialettica fra le diverse istanze e i diversi modi in cui soggettività differenti possono rivendicarle.
Ogni forza che ci divide serve solo agli interessi del potere.
Per questo sentiamo il dovere di raccontare la nostra esperienza a Torino: nelle piazze abbiamo visto la gioia di riunirsi, di conoscersi e riconoscersi nelle somiglianze e nelle differenze. Abbiamo sperimentato solidarietà, mutuo soccorso e cura reciproca, soprattutto nei momenti più tesi, quando le azioni delle forze dell’ordine si sono direzionate contro chiunque attraversasse quella giornata.
Crediamo che le pratiche di piazza conflittuali siano riaffermazione di diritti negati e saranno sempre presenti nelle lotte: la convergenza dei movimenti non deve fermarsi per rendersi “accettabile” nella narrazione mainstream.
Siamo tuttə Askatasuna.
Solidarietà ai manifestanti arrestati.

Antagonismo e solidarietà (a margine del corteo di Torino)
da Volerelaluna, un articolo di Guido Viale
Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://volerelaluna.it/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)
Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine; ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di “buonista” e “incattivimento”). Ma è meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova hanno subito 25 anni fa ad opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda. Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella ad almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino, non segnalate né commentate.
È evidente che un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte dagli organi del Governo e della sua maggioranza a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non, scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere sostenitori e complici di Hamas, o direttamente terroristi, non ha suscitato nelle nuove generazioni una speciale simpatia per la polizia e i suoi mandanti, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazione, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi.
Certo quella contrapposizione non giustifica un’aggressione gratuita, ma può contribuire a spiegarla e comprenderla. Molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui gli assetti sociali vigenti li condannano. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone; anzi, pensano che coinvolgerle nello scontro qualifichi in senso di un maggiore antagonismo la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza ma con intenti diversi dal loro; quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada” (senza prospettiva e senza volontà di averne) in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti (quella che Bologna chiama “ricomposizione”).
La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.
Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo; o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la bandiera di un’alternativa, la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio che sentono impregnato di ipocrisia?
L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia; aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode; e spazi di informazione e culturali sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune: come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. È una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse: in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti ma l’esatto contrario. La loro offesa.
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