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Dentro il nuovo spirito etico-politico

Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.

Da Machina

In questo articolo, Andrea Rinaldi torna su quelle mobilitazioni interrogandosi sui tratti soggettivi emersi nelle piazze: la centralità di un rifiuto etico, il rapporto tra individualismo e ricomposizione collettiva, la crisi dell’etica del lavoro, la distanza dalle retoriche interventiste e la possibilità che questi elementi diventino terreno politico.

Il testo lo fa dialogando anche con La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto», a cura della redazione di Infoaut.

Mentre scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora il nodo centrale del futuro economico occidentale. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra senza sbocchi dettata dagli alleati israeliani e dal vano tentativo di colpire il comparto economico cinese. Più in profondità si cela una volontà politica trumpiana di aggredire la crisi dell’impero americano seminando il caos, distruggendo e imponendo la sua egemonia con la forza nel resto del mondo. Potremmo anche pensare che sia l’ennesimo caso di quell’imperialismo americano che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel corso del Novecento, ma non c’è nulla di più diverso. Non siamo nel contesto dell’ennesima guerra per il petrolio, siamo difronte a una battaglia epocale combattuta su più fronti per la sopravvivenza di un’idea politica egemonica. La verità è che l’amministrazione Trump rappresenta un vero salto in avanti della politica imperiale, una novità che affronta e approfondisce la crisi e la frattura del mondo occidentale.

Da un lato vediamo una lenta decadenza dell’egemonia statunitense nel mondo, che non si concretizza però in una decadenza militare, quanto più in un ridimensionamento politico e culturale, causato dai continui shock economici e l’emergere di rinate e ambiziose superpotenze. Dall’altro lato c’è invece la novità imposta dal movimento MAGA: una progressiva e continua ripoliticizzazione dello Stato a scapito dei dettami tecnocratici del neoliberismo. Chiusa la fase populista nel mondo occidentale vediamo difatti come si sia aperto un terreno di autonomia del politico anche nel ventre della bestia. Uno spazio costruito con la morte e con la ferocia tipica di questi tempi, ma uno spazio che riporta la politica a una sua certa predominanza rispetto alla strategia americana neoliberista. Questo è uno spazio aperto per volontà della più atroce politica fascista, ma proprio per questo inevitabilmente concede occasioni anche a quei movimenti e a quei soggetti del mondo occidentale che sono antagonisti al disegno trumpiano del mondo. La politica MAGA polarizza la nostra società, la spacca, l’attraversa, la divide in orizzonti opposti. Come ogni progetto fascista crea il suo peggior nemico.

 

Il primo terremoto nella vecchia e stagnante Europa è stato l’emergere di mobilitazioni internazionali contro il genocidio in Palestina, come risposta a quella ferocia sdoganata da Trump e dai suoi fedeli alleati, opposizione prima etica e poi politica a quell’immenso bagno di sangue.

Proprio da questa scossa tellurica nasce il libro con cui cerchiamo di dialogare La Lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto» scritto dalla Redazione di Infoaut.org.

La novità è proprio questo emergere, dopo un decennio di infruttuose mobilitazioni su più fronti, di nuove soggettività apertamente contro il genocidio. Per capire l’emergere di questo movimento il libro affronta capillarmente le questioni che tristemente chiamiamo geopolitica.

Come ci sembra sia nell’intenzione degli autori, nessun discorso politico può però fermarsi a una sconfortante analisi dell’oggettività capitalista e dello scontro tra potenze. Il libro si fa carico di un’analisi sui movimenti scesi in piazza e sul concreto della situazione italiana, ma tralascia alcuni aspetti sui cui è importante soffermarsi, per non rimanere impantanati nella contingenza e nel campo imposto dalla politica internazionale La geopolitica è difatti un’analisi disarmante della realtà, un’analisi  che non lascia armi alla stragrande maggioranza delle persone. La politica invece quelle armi le costruisce. E l’abbiamo vista all’opera nelle piazze dell’autunno 2025.

Per questo siamo d’accordo con gli autori, la lunga frattura del mondo occidentale va letta anche dalle lenti della soggettività che agisce e impone un nuovo modo di pensare e agire la politica.

Partiamo da qui.

 

Mentre l’impero nordamericano ridefinisce se stesso, l’Europa è, per sua stessa volontà e incapacità, sempre più marginalizzata dalle grandi potenze. L’Italia da potenza industriale decaduta è incatenata al valore tedesco e al volere statunitense. I suoi stessi governanti, i cosiddetti sovranisti, ammettono l’impotenza e l’impossibilità di muoversi da questa impasse. La premier prende tempo mentre svariati leader europei camminano allegri verso il baratro della politica NATO.

In questo contesto desolante emerge come parte della classe dirigente italiana ed europea sia più realista del Re, mentre Trump impone un nuova direzione politica che talvolta va contro i desideri di talune élite economiche, a queste latitudini si continua sulla strada tracciata dalle vecchie amministrazioni di Washington: guerra a tutti i costi contro la Russia e fedeltà incrollabile all’alleanza atlantica.

I nostri governanti hanno abiurato alla politica. Essendo cresciuti nel solco dell’ideologia neoliberista e tecnocratica, americanista e occidentalista, non hanno la capacità di uscire da questi schemi preconfezionati. Hanno costruito una retorica guerrafondaia ma non sono capaci di dare risposte ai loro stessi elettori quando la guerra alla fine è scoppiata, perché mancano completamente di capacità strategica e pensiero politico.

La guerra è così tornata nel nostro orizzonte, e si è costruito un vero campo largo di interventismo, che è partito con la solidarietà all’Ucraina e si è evoluto nel campo del riarmo. È plateale lo sforzo di riconversione bellica del settore metalmeccanico europeo, è evidente anche come ci siano un’infinità di politici e professionisti della propaganda a favore dei conflitti armati. Malgrado questo bombardamento ideologico abbiamo visto milioni di persone, pochi mesi fa, scendere in piazza non per salvare un regime corrotto e fascista dall’invasione russa, ma per manifestare contro un genocidio favorito dal nostro governo e dalla nostra industria di guerra.

La redazione di Infoaut nel libro vede i segnali di un nuovo internazionalismo; il punto essenziale è che non ci è dato sapere a priori se questo sia il caso, sicuramente è tangibile un’indisponibilità alla complicità con il regime israeliano, un’indisponibilità socialmente traversale. Da questa diffidenza di massa non sembra emergere l’internazionalismo conosciuto nel corso del Novecento, quanto più una tendenza etica comune; non un movimento politico coordinato e strutturato, ma un ben più complicato magma di soggettività disorganizzate e non per forza politicizzate. Sarebbe semplice pensare linearmente all’equazione guerra-proteste-movimento internazionale. Ma le soluzioni semplici vanno forse bene per contesti politici più avanzati.

Gli efferati crimini israeliani in Palestina hanno scatenato un’indignazione etica popolare. La ripoliticizzazione della nostra società desertificata passa sicuramente da questo confronto etico. La ferocia del blocco Usa-Israele è qualcosa che va al di là della razionalità neoliberista a cui siamo stati abituati e scatena sentimenti pre-politici comuni, ma ancora molto distanti da un internazionalismo, ad oggi fuori contesto.

Ben attento a costruire un apparato ideologico di attenuanti, distinguo e menzogne, il sistema della guerra coloniale questa volta ha calato la maschera, ha sdoganato la violenza, ha rivendicato l’omicidio di massa. La società occidentale democratica del dopoguerra, costruita sul trauma di Auschwitz, precipita qui, la frattura passa da questo paradosso: la società internazionale dei diritti umani che applaude a un genocidio. Questo paradosso è sempre esistito ma stavolta si coniuga con quella lunga frattura già evidente in seno al nostro mondo e con un nuovo irrazionalismo politico al governo del comando statunitense. Con questo atteggiamento l’internazionale fascista – che è davvero strutturata e globale – ha involontariamente fatto sì che ci fosse una mobilitazione di massa questo autunno: una massa di giovani e meno giovani cresciuti nel culto dell’individualismo e della non-violenza, educati al rispetto ma anche alla competizione, formati nel cosmo del tramonto della politica e della crisi economica perpetua. Questo campo di ambiguità è stato alla fine innescato, una fetta della popolazione italiana si è mobilitata sull’onda dei grandi cambiamenti globali.

 

Un buon libro deve avere prima di tutto delle buone domande e difatti gli autori si chiedono «come pensiamo di mobilitare le masse contro la guerra se queste sono chiuse nel loro privato?». In altri termini si chiedono come può una massa di giovani cresciuti nell’ideologia neoliberista e quindi terribilmente individualizzata e depoliticizzata, mobilitarsi collettivamente per affrontare la catastrofe della guerra?

La sensazione oggi, ben dopo la fine delle mobilitazioni degli scorsi mesi, è che non ci sia una soggettività italiana e nemmeno occidentale disposta alla guerra. Trump sembra stia rimodulando i suoi sogni imperiali sulla base dei malcontenti della sua base MAGA, il governo italiano è stato sonoramente battuto sul fronte del referendum e altamente criticato per la gestione della crisi inflazionistica. In entrambi i casi vediamo la distanza delle masse da qualsiasi processo interventista e guerrafondaio. D’altro canto sarebbe semplicistico pensare che la guerra e la crisi portino automaticamente ad un movimento contro questo governo, e difatti questo non è avvenuto.

Andando più nel profondo delle cose crediamo che una risposta sulle possibili opposizioni alla guerra vada costruita non dall’alto della geopolitica appunto, ma dal basso dell’inchiesta delle soggettività giovanili. Per fare questo non possiamo non sottolineare alcuni elementi di lettura sociale che sono stati dimenticati e che non sono stati messi in relazione con le mobilitazioni autunnali. Difatti c’è un pezzo di questa generazione che si è smarcato nettamente dalle precedenti: ha già rotto con l’etica del lavoro post-fordista, e sta rompendo anche con la brutalità di questo mondo, producendo dei suoi nuovi schemi etico-politici. Questi soggetti sono assolutamente piantati nel qui e ora: non credono alle favole dei sacrifici per la carriera, abbandonano i lavoretti che dieci anni fa erano la normalità, vogliono godere del loro tempo, non guardano alla pensione o al futuro perché hanno la corretta certezza di non avercelo. Sono figli della crisi, non di una semplice crisi economica come si susseguono da sempre, ma di quella crisi esistenziale e assoluta che il mondo occidentale non riesce a capire o ad affrontare. Sembra però che la affrontino, almeno alcuni di loro, con quelle parole che il mondo occidentale ha sbandierato senza mai agire. In questa tempesta irrazionale e brutale si aggrappano materialmente all’universalismo, al Diritto come barriera alla ferocia, e alla protesta come forma necessaria, non testimoniale, è bene sottolinearlo, di azione. Cresciuti in un contesto depoliticizzato, i giovani under trenta italiani si sono schierati non per un posizionamento politico ma per un’etica collettiva.

 

Gli autori del testo auspicano un «popolo che resiste», ma forse la questione è prematura o fuorviante. In questo frangente è prioritario indagare come questa composizione giovanile affronti una guerra che non si è manifestata nella vecchia Europa, ma che si agita a migliaia di chilometri dal paese. Una guerra che oggi non vede un’opposizione di massa, ma una diffusa passività e una sincera diffidenza. Questa nuova composizione giovanile è spesso caratterizzata dall’individualismo e dal disimpegno dalla politica tradizionale, ma ha dimostrato di avere grandi ambizioni e un certo egocentrismo produttivo su molti fronti, un egocentrismo che si è tradotto non in un impegno politico ma in attivazione etico-politica. L’etica è difatti una merce ben conosciuta nel nostro mondo, un bene utile al posizionamento sociale e lavorativo, un insieme di norme, costumi e abitudini che per gli individui nella società indicano in maniera equivocabile cosa è giusto e cosa è sbagliato. Questi giovani si sono mobilitati come individui, e non conoscendo affondo gli strumenti della politica a loro estranea, si sono posizionati eticamente. I giovani italiani hanno quindi prima dimostrato di rinunciare all’etica neoliberista nei contesti produttivi e riproduttivi e poi hanno incominciato a ridisegnare le proprie aspirazioni individuali, mettendo al centro un’altra etica e altre priorità materiali. Questi individui-massa, apparentemente raccolti in un privato di consumo e iper-ego, hanno dimostrato invece la possibilità di ricomposizione sociale a partire da un discorso strettamente etico.

C’è in sostanza un collegamento tra quello che accade alle latitudini del rapporto con il lavoro e quello che è accaduto nelle grandi mobilitazioni di massa, un rapporto consequenziale che ci spiega come i giovani italiani vivano e tengano insieme la loro individualità estremizzata, la società frammentata, le ambizioni occidentali distrutte, la politica polarizzata, il lavoro ipersfruttato, l’etica mercificata, l’ideologia del profitto, e l’educazione universalista.

Probabilmente non esiste oggi un movimento contro la guerra come il libro – giustamente – desidera. Non è esistita la sedimentazione organizzativa, non è persistito nemmeno uno schema comune di azione e non c’è stata la creazione di un immaginario di massa e duraturo. La nostra epoca iper-politica ci suggerisce semmai lo schema di movimenti effimeri e transitori, che ricalcano i tempi della nostra vita precaria, ovvero movimenti dal rapido consumo che si muovono su trend prontamente dimenticati. D’altro canto è indubbio che esistano centinaia di migliaia di soggetti che si muovono singolarmente da quell’ambiguo individualismo per manifestare la propria etica e il proprio desiderio di libertà di fronte ad una società che per buona parte si trincera dietro conservatorismo e repressione.

Sono sentimenti ambivalenti che spesso si sono risolti nella sfera privata dell’autoimprenditorialità o dell’attivismo mediatico, ma visto il contesto di caos e polarizzazione del mondo occidentale essi possono essere politicizzati. Le soggettività giovanili in vari contesti hanno sicuramente mostrato dinamismo e ambizione, e per quanto disabituate alla politica, questo spirito etico le ha traghettate fuori dal pantano di guerre illeggibili e disarmanti.

«La lunga frattura» ha così aperto terreni politici di cambiamento sotterraneo. Non sappiamo se la società della guerra sia affrontabile frontalmente, è però possibile riuscire a cogliere le microfratture che la guerra scatena nel cuore del nostro mondo, e dirottare questi sentimenti nella direzione che hanno già preso: quella della politica.

 

 ***

Andrea Rinaldi si è laureato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna con una tesi sul pensiero di Mario Tronti nei «Quaderni rossi» e in «classe operaia». Fa parte della redazione di «Commonware» e collabora con «Machina».

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