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Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato

Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato
Jason W. Moore
Nuova edizione, con prefazione inedita dell’autore e nuova introduzione del curatore
Ombre Corte, aprile 2023, pp. 205

da Ecor Network

Prefazione di Jason W. Moore

Come la classe dominante governa attraverso la natura

Questo non è un libro sulla Natura.
È un libro sul capitalismo, sui rapporti umani di potere e ri/produzione, e su come entrambi si sviluppano nella rete della vita.
Esso parla di come la disuguaglianza senza precedenti tra gli esseri umani nel capitalismo sia resa possibile ed espressa attraverso un dominio senza precedenti – non dell’Uomo sulla Natura, ma della spinta del capitalismo a trasformare le reti della vita in opportunità di profitto (Amin 1991; Patel e Moore 2018).
I testi che compongono questo libro parlano del carattere fondamentale del capitalismo, che non è né un sistema sociale né una logica economica – sebbene contenga questi momenti – ma è un modo di organizzare la vita planetaria.
Questo è il nucleo della proposizione secondo cui il capitalismo è un’ecologia-mondo, che unisce dialetticamente l’accumulazione infinita di capitale, la ricerca patologica di potere e la coproduzione prometeica della vita planetaria (Moore 2015a). Da questo filo conduttore, come direbbe Marx, possiamo capire la crisi climatica odierna non come antropogenica (“fatta dall’uomo”), ma come capitalogenica (“fatta dal capitale”) (Moore 2022d).
Da questa critica, possiamo iniziare a discernere le reti della vita planetaria e la potenziale solidarietà tra tutti i “lavoratori del mondo”, retribuiti e no, umani ed extra-umani. Solo allora possiamo iniziare a unire le “risorse della speranza” intellettuali necessarie per lanciare una sfida internazionalista alla dittatura biosferica della borghesia mondiale. Delle illusioni della modernità, nessuna è così potente – e nessuna è più fondamentale per le strutture di credenza della borghesia imperialista – come quella di Uomo e Natura.
Di nuovo in maiuscolo: Uomo e Natura. So che questo potrebbe risultare noioso per alcuni, ma permettetemi di sottolineare l’enormità del progetto: stiamo affrontando cinque secoli di naturalismo borghese, l’ideologia del Progetto di civilizzazione che ci dice come il capitalismo (la Cristianità, la Civiltà, lo Sviluppo) sia il modo di produzione più razionale e scientifico mai creato.
Quando Ferguson scrive dello Sviluppismo del dopoguerra come di una “macchina antipolitica” – sottolineando la riduzione di complesse questioni politiche a procedure tecniche e manageriali – egli potrebbe benissimo parlare dei progetti imperiali dalle origini del capitalismo (e potrebbe altrettanto bene parlare dell’Antropocene e della sua politica di gestione planetaria) (Ferguson 1990).

Certo, gli elementi favoriti di questi Progetti civilizzatori sono cambiati, diventando più secolari e meno esplicitamente eurocentrici, ma l’essenza è rimasta la stessa.
Ogni volta che nuovi imperi hanno “scoperto” nuove terre con nuovi popoli che non avevano abbastanza potere militare, il primo atto è sempre stato lo stesso: dichiarare selvaggi i loro abitanti. Non-cristiani, non-civilizzati, non-sviluppati, le nuove popolazioni erano parte della Natura; non Umani, o non del tutto Umani. O non ancora Umani.
Selvaggio significava indisciplinato e pigro – una mossa ideologica che giustificava naturalmente il lavoro come la strada per la Salvezza (Alatas 1977).
Più volte, la Buona Scienza ha affermato l’ineguaglianza “naturale” tra ricchi e poveri, imperialisti e colonizzati, bianchi e neri, uomo e donna.
Dichiarare qualcosa come il risultato della legge naturale – inevitabilmente attraverso la dicotomia ideologica di Uomo e Natura, depurata dei loro antagonismi di classe – è stata l’essenza del naturalismo borghese (McNally 1993). Lungi dall’essere un retaggio del passato, esso è ancora con noi.

Quando Larry Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, dice che “le leggi dell’economia funzionano come le leggi dell’ingegneria”, ci sta dando un assaggio del potere basato sul naturalismo borghese.
La nostra sfida, quindi, non è semplicemente ripensare, ma de-pensare [unthink]. Dobbiamo disimparare il concetto borghese secondo cui Uomo e Natura sono descrizioni prive di valore; dobbiamo imparare a vedere che esse sono centrali per il sistema ideologico del capitalismo.
La dicotomia Uomo-Natura è il “software” che anima l’“hardware” delle armi, delle piantagioni e delle miniere che hanno reso possibili le lunghe ondate di ecocidio e genocidio del capitalismo e che oggi accelerano la corsa verso l’inferno planetario. Perché questo software funzioni, esso deve convincere i quadri della borghesia – gli intellettuali, gli amministratori, gli scienziati e gli ingegneri, gli ufficiali militari – che il capitalismo è giusto, necessario e razionale.
Questo è ciò che Weber intendeva quando si riferiva al “dominio razionale del mondo” da parte dell’Europa.

Tratto da Ombre Corte.


Introduzione di Gennaro Avallone all’edizione del 2005


Anche la tua

ferita, Rosa.
E la luce fattasi corna dei tuoi
bufali rumeni
in luogo della stella sopra il
letto di sabbia, nella
eloquente rosso
cenere clava
violenta

(Paul Celan, Coagula, 1967)
 

Il percorso

Dualismo, metabolismo, frattura, oikeios, relazioni socio-ecologiche, frontiere, natura sociale astratta, surplus ecologico, appropriazione, capitalizzazione, resistenze sono alcune delle categorie-chiave della prospettiva dell’ecologia-mondo proposta da Jason W. Moore.
I punti di vista da cui partire per presentarne contenuti e nessi fondamentali possono essere, pertanto, differenti. In questa introduzione si sceglie di muovere da una questione di metodo e, contemporaneamente, di contenuto, relativa al modo in cui si combinano insieme la natura umana ed il resto della natura, per giungere ad individuare una svolta critica fondamentale nel mondo moderno dagli inizi del 21° secolo: la fine della natura a buon mercato.
Essa indica la crisi di un pilastro fondamentale dell’accumulazione capitalistica, il cui funzionamento si basa sull’appropriazione del “lavoro” gratuito delle nature extra-umana ed umana e non solo sullo sfruttamento della forza-lavoro.
La crisi in atto del capitalismo si rileva, dunque, come crisi di uno specifico modo di organizzare la natura. La sua comprensione e la possibilità di pensare alla costruzione di rapporti socio-ecologici liberi dalle logiche di sfruttamento ed appropriazione richiedono di superare il dualismo tra società e natura, che ha legittimato, nel lungo periodo, il dominio della prima sulla seconda, e di individuare i contro-movimenti che possono costruire reali alternative.
 

Un dualismo costitutivo

Umanità e natura sono state costruite nel lungo periodo come due realtà nettamente separate l’una dall’altra, con regole, meccanismi e processi di funzionamento distinti. La dualità cartesiana di mente e corpo ha sancito anche sul piano filosofico questa definizione, che è stata costitutiva del mondo moderno e del progetto di civiltà che lo ha caratterizzato.
Essa ha sostenuto una tendenza che si è spinta fino al punto in cui l’umanità è arrivata a pensarsi e a comportarsi come realtà completamente indipendente dal resto della natura in cui, ed attraverso cui, invece, si riproduce. In maniera analoga al funzionamento del pensiero di Stato (Sayad 2002) e del pensiero di società (Mezzadra e Ricciardi 2013) nei riguardi delle migrazioni – che producono e riproducono la divisione tra un interno (a cui appartengono i nazionali, degni di riconoscimento e diritti) e un esterno (del quale sono parte i non nazionali, i fuori luogo) – si sono formati un pensiero di Stato e un pensiero di società che individuano i mondi distinti dell’umanità e della natura.
Come nel primo caso, questa divisione ha un carattere ordinatore, che colloca ciò che è definito come interno (l’umanità) al di sopra di ciò che è pensato come esterno (la natura). In questa lunga costruzione dualistica gerarchizzante, l’umanità, attraverso specifici rapporti di classe e potere territoriale, si è posta in una posizione di dominio nei riguardi della natura, legittimata ad usare ciò che ha rappresentato come esterno ai propri fini, indipendentemente dagli effetti delle sue azioni.

Questa costruzione simbolica si è diffusa ed è divenuta operativa praticamente in molteplici modi.
Ad esempio, organizzazioni apparentemente secondarie come i giardini botanici e gli zoo degli animali, con la variante delle esposizioni viventi degli umani diffusasi agli inizi dell’800 con i freak show ed il caso emblematico di Saartjie Baartman (Lemaire 2003; Abbattista 2013), sono state centrali per il potere coloniale europeo, e non solo per la sua affermazione ideologica e la sua rappresentazione.
In particolare, i giardini botanici, come i Kew Gardens, furono centri di ricerca fondamentali al servizio del potere imperiale e della conoscenza funzionale all’appropriazione capitalistica della natura extra-umana, contribuendo all’espansione coloniale della frontiera delle piante.
Agli inizi del periodo industriale e per diversi decenni successivamente, “i Kew Gardens ed i suoi associati coloniali emergono come un asset vitale, trasformando il sapere in profitto e potere per la Gran Bretagna. I giardini botanici olandesi giocarono un ruolo simile per i Paesi Bassi […]”.
I giardini botanici hanno vissuto una fase di intensa attività al servizio dell’espansione coloniale occidentale.

Attraverso l’esercizio del puro potere così come della competenza scientifica, incrementarono il vantaggio comparativo del centro occidentale delle nazioni sul resto del mondo” (Brockway 1979, 461). Essi furono parte di quel più generale movimento della modernità capitalistica volto a costituire un “principio di organizzazione di una intera civiltà” basato sull’idea – ed il conseguente governo – della natura come esterna all’umanità, dello spazio come una dimensione liscia e del tempo come un vettore lineare.
Secondo questa rappresentazione, che si manifesta in determinazioni concrete, l’umanità agisce sulla natura come un mondo separato, coerentemente con la costruzione dualistica fondata sulla coppia interno/esterno. La stessa natura è sottoposta al suo interno ad una costruzione dualistica, che separa la sua appropriazione da parte dell’umanità, la quale la impiega come un insieme di risorse, dal suo consumo e, quindi, dalla sua trasformazione in rifiuto. In questa visione, la natura extra-umana viene sottoposta ad una scissione interna con un effetto gerarchizzante, in cui la componente della natura-come-risorsa assume il carattere positivo, negato, successivamente, dalla natura-come-rifiuto.

Da queste considerazioni risulta evidente che la storia del capitalismo è caratterizzata dalla concezione e dalla pratica della separazione tra società e natura, estensione del dualismo cartesiano relativo alla relazione tra mente e corpo. Essa è espressione di una più complessiva logica del capitale operativa sin dagli inizi del processo di accumulazione, fondato sulla “separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro” (Marx 1994 I, p. 778): ad essere costitutiva del capitale è, in definitiva, “la logica della separazione” (Bonefeld 2008, p. 102).
È altrettanto chiaro che in questa storia le idee e le rappresentazioni non sono un fatto secondario, accidentale, o un mero riflesso ideologico dei rapporti e dei meccanismi strutturali: “la relazione tra Cartesio ed il capitalismo olandese è fondamentale, dato che le nuove idee sulla natura e le trasformazioni materiali del capitalismo sono strettamente collegate.
Il “materiale” ed il “simbolico” formano un insieme organico. Il capitalismo come storia ambientale implica non solo enormi deforestazioni, inquinamento, insicurezza alimentare ed esaurimento delle risorse, ma anche un nuovo modo di vedere il mondo” (Moore 2011d, p. 40).
La prospettiva proposta da Jason W. Moore si oppone a questa grande costruzione dualistica.
Essa, dialogando con gli studi di Marx e di quanti hanno individuato i limiti e le conseguenze di questa visione (tra cui Harvey 1982; Burkett 1999; Foster 1999), riconosce che le società umane si producono e riproducono attraverso la natura e non sulla natura.


Ogni grande progetto di civiltà, come il capitalismo, “non ha un regime ecologico”, un ambiente esterno ad esso su cui agisce, ma “è un regime ecologico”, attraverso cui si produce e riproduce. Natura e società non sono due dimensioni estranee ed esterne l’una all’altra, ma sono parte, dialetticamente, di un’unità e si combinano in un insieme di processi socio-ecologici.

Siamo di fronte ad un’indicazione valida sul piano concettuale ma anche metodologico.
Da una parte, essa si propone come una ridefinizione radicale del modo di pensare il mondo, riferendosi al concetto di umanità-nella-natura e non a quello di umanità e natura, coerentemente con il fatto che “la vita fisica e spirituale dell’uomo [è] congiunta con la natura, […] perché l’uomo è una parte della natura” (Marx 1968a, p. 77).
Dall’altra parte, essa determina un cambiamento nel modo di osservare la relazione tra società e natura o, come a questo punto risulta più corretto dire, l’insieme dei processi socio-ecologici creati dalla dialettica tra nature umana ed extra umana.
Questo differente punto di vista comprende sia il superamento del dualismo cartesiano, riconoscendo la natura come una matrice storica e non un oggetto su cui agire, sia l’individuazione del capitalismo come ecologia-mondo, cioè una formazione caratterizzata da una specifica combinazione di rapporti di classe, potere territoriale e natura.
 

Natura storica ed ecologia-mondo

In relazione al primo aspetto, Moore adotta il concetto di “natura storica” proposto da Marx ed Engels (1972, pp. 6-26) nel capitolo su Feuerbach nell’Ideologia Tedesca per criticare l’idea secondo cui natura e storia sarebbero “due «cose» separate” (Marx e Engels 1972, p. 16).
Al contrario, l’essere umano si confronta sempre con “una natura storica e una storia naturale” (1972, p. 16), dato che la “«unità dell’uomo con la natura» è sempre esistita nell’industria, e in ciascuna epoca è esistita in maniera diversa” (1972, pp. 16-17). La natura non è avulsa dall’azione umana, ma costituisce la matrice in cui si realizza l’azione umana.

Le forme della produzione e riproduzione non individuano una dimensione ‘sociale’ ed una dimensione ‘ecologica’, ma sono costitutivamente socio-ecologiche: sono l’esito, storicamente mutevole, delle combinazioni di umanità e natura. Sono stati già Marx ed Engels a ricordare che il mondo materiale non è dato dall’eternità in maniera immutabile, ma è un prodotto storico, frutto dell’attività di molteplici generazioni.
L’esempio che mostrano è tanto semplice quanto illuminante: “è noto che il ciliegio, come quasi tutti gli alberi da frutta, è stato trapiantato nella nostra zona pochi secoli or sono grazie al commercio, e perciò soltanto grazie a questa azione di una determinata società in un determinato tempo esso fu offerto alla «certezza sensibile» di Feuerbach” (Marx e Engels 1972, p. 16).
Dunque, come la “produzione in generale” va declinata nel tempo, oltre che nello spazio, individuando forme storicamente specifiche di produzione (ad esempio, le fasi della manifattura, del fordismo, dell’accumulazione flessibile), lo stesso vale per la natura: non si individua una ‘natura in generale’, statica, ma una natura storica, che cambia in combinazione con i mutamenti socio-economici, politici e simbolici in quanto co-prodotta dagli umani e dal resto della natura non umana.

Con riferimento al secondo aspetto, il punto di partenza dell’analisi è il carattere ‘smisurato’ proprio del capitalismo. Esso è un progetto, una civiltà, un modo di organizzare e produrre la natura e la vita che tende all’espansione infinita, nel tempo e nello spazio.
Il capitale, come concetto ma anche realtà storica, muove verso la creazione del mercato mondiale (Mezzadra 2014, pp. 117-137) come un flusso (Harvey 2011), per il quale “ogni limite si presenta come un ostacolo da superare” (Marx, 1976 I, p. 375). Questa tendenza si manifesta sia nello spazio, perché ha il mondo come riferimento e frontiere orizzontali e verticali da conquistare, sia nel tempo, perché tende ad espandersi accelerando la velocità della rotazione del capitale (Marx 1976 I, pp. 521-539; Harvey 1993).

Spazio e tempo sono centrali nell’analisi del capitalismo, che, come indicato dalla scuola di Braudel e da tutti gli studiosi dell’economia-mondo a cui l’analisi di Moore si collega, costituisce un sistema-mondo, con una specifica storia-mondo. Il momento geografico è imprescindibile, perché il capitalismo, sin dalle origini, può essere compreso nelle sue molteplici manifestazioni solo al livello del sistema-mondo. Il suo sviluppo ha richiesto e richiede la necessaria “connivenza dell’economia internazionale[:] il capitalismo è figlio dell’organizzazione di uno spazio sicuramente smisurato” (Braudel 1981, p. 85).

Il fatto di avere il mondo come riferimento ha aperto la strada ad un insieme indefinito di frontiere di cui potenzialmente appropriarsi e, di conseguenza, di nature a buon mercato da impiegare nella produzione. Il capitalismo, guardando costantemente al mercato mondiale, ha attinto, in diverse ondate di appropriazione, a materie prime, fonti energetiche, alimenti e lavoro umano (le nature umana ed extra-umana) come beni gratuiti, e, dunque, a buon mercato, caratterizzati da una bassa composizione del valore, cioè ottenuti mediante un basso o nullo impiego di capitale.
Per questo motivo, il capitalismo non si limita ad essere un’economia-mondo, ma è un’ecologia-mondo, come Moore spiega ampiamente, utilizzando un’espressione fugacemente impiegata ma non sviluppata da Immanuel Wallerstein (1978).
L’elaborazione di questo concetto si nutre del dialogo che Moore (2003) costruisce tra Marx e Braudel, convergente nell’analisi secondo cui il capitalismo “non sarebbe divenuto così forte in uno spazio limitato, forse non si sarebbe sviluppato affatto, senza la possibilità di utilizzare il lavoro ancillare di altri” (Braudel 1981, p. 85).


Questo lavoro comprende tutte le attività ed i prodotti delle attività delle nature umana ed extra-umana di cui il capitale può avvantaggiarsi in maniera quasi o del tutto gratuita. Mediante l’appropriazione, realizzata attraverso l’articolazione di differenti pratiche di saccheggio, cattura, espropriazione e speculazione, il capitale può espandersi impiegando beni che incorporano basse quote medie di valore perché ottenuti con scarsi o nulli investimenti, mostrando il suo doppio volto predominante di predatore e parassita.

L’adozione della prospettiva dell’ecologia-mondo costituisce non una semplice aggiunta a quella dell’economia-mondo, ma una sua trasformazione ed integrazione. Per Moore (2003, p. 447) quello dell’economia-mondo e quello dell’ecologia-mondo sono “distinti angoli visuali su un unico processo storico-mondo”, i cui grandi movimenti “sono insiemi disordinati di relazioni umane ed extra-umane” (Moore 2011d, p. 42).
In base a questa prospettiva, il capitalismo non è un sistema economico all’interno di un sistema sociale più ampio, secondo una distinzione sancita nello schema funzionalista di Talcott Parsons e dall’intera teoria della modernizzazione, ma è, appunto, un’ecologia-mondo. Esso è la manifestazione storica di progetti e processi socio-ecologici, espressione delle relazioni intrecciate di natura e società e, più precisamente, del collegamento, in una unità dialettica, dell’accumulazione del capitale, della produzione della natura e della ricerca del potere territoriale.
Questi tre momenti sono reciprocamente costituenti tra loro in modo da formare una totalità storica, oltre che una natura storica, che ha dato vita ed alimento al progetto ecologico e di civiltà fondato sul valore (di scambio).
E’ ancora più chiaro, allora, che società e natura non sono mondi separati e che, ad esempio, fabbriche e finanza sono centrali nella storia e nell’analisi ambientale al pari delle foreste e delle aziende agricole, come è sintetizzato dal titolo di un’intervista di Moore del 2011 per il quale Wall Street è una modalità di organizzazione e produzione della natura e non, semplicemente, una metafora del capitale finanziario.

Questo modo di vedere la natura ed il capitalismo, da una parte, pone la necessità di pensare in maniera differente i rapporti tra umanità e natura, tra natura umana e natura extra-umana, e, dall’altra parte, apre ad una visione ulteriormente articolata del funzionamento del capitalismo. La prima considerazione invita a pensare ad “un nuovo linguaggio che unifichi il rapporto degli umani con il resto della natura” (Moore 2011d, p. 41), introducendo al concetto di oikeios. La seconda considerazione rinvia alla categoria di natura sociale astratta ed a quella, collegata, di frontiera della merce.
 

Oikeios, natura sociale astratta, neoliberismo

Moore propone un concetto per andare oltre la visione dualistica di umanità e natura, riconoscendo che queste ultime sono interrelate in modo dialettico in un unico mondo, denotato con il concetto di oikeios, rielaborazione di quello originario di Teofrasto che si riferiva alla relazione tra le piante ed il proprio ambiente. Moore individua l’oikeios come il rapporto creativo, storico, generativo e multi-strato di specie ed ambiente. Esso indica l’ambiente comune alle specie viventi co-prodotto processualmente in un rapporto dialettico dalle nature umana ed extra-umana, costituito, dunque, da relazioni socio-ecologiche e non da relazioni sociali e relazioni ecologiche separate.

Al centro di questa definizione non c’è solo la necessità di superare la costruzione filosofica, politica e materiale della separazione tra società e natura, ma si pone anche il riconoscimento del ruolo attivo e reciprocamente interpenetrante delle nature umana ed extra-umana.
Come viene ampiamente presentato nel saggio Da Oggetto ad Oikeios. La produzione dell’ambiente nell’ecologia mondo capitalistica, ad essere centrale è il riferimento non solo all’unicità dell’ambiente-di-vita ma anche alla sua produzione. Il passaggio è dalla rappresentazione dell’ambiente come insieme passivo di oggetti esterni all’umanità a quella di un unico ambiente (l’oikeios) come prodotto in divenire: si transita dalla concezione dei fatti ambientali – l’ambiente in generale diviso dall’umanità – a quella della produzione-di-ambiente – l’ambiente unico come processo co-prodotto.
Questa visione analitica indica che la comprensione del mondo in cui viviamo richiede di non separare la società umana e la natura extra-umana, ma di osservarle dialetticamente, facendo la spola tra questi due momenti diversi ma uniti, in modo da individuare le connessioni interne.

Per questi motivi, l’analisi di Moore propone di andare oltre anche la teoria della frattura metabolica ed ecologica elaborata da Foster (1999), che ha ampiamente influenzato il dibattito su capitalismo ed ecologia.
Questa teoria, illustrata e criticata nel testo Frattura metabolica o cambiamento metabolico? e in Moore (2011a), sarebbe ancora radicata in una visione cartesiana, mantenendo la separazione di umanità e natura, emblematicamente evidenziata dall’immagine della Terra sotto attacco da parte del capitalismo evocata in Foster, Clark e York (2010).
Differentemente, Moore, anche ripercorrendo le formulazioni iniziali dello stesso Foster, ritiene che ad essere sotto attacco non sia una natura esterna, quella che comunemente viene individuata come “l’ambiente”, ma sia l’insieme della natura umana ed extra-umana, l’oikeios, la vita.
Su questa proposta metodologica il dibattito è in corso e mentre Moore invita a radicalizzare il cambiamento associato al riconoscimento del metabolismo unico di società e natura, Foster (2013) ha sollevato alcuni dubbi sul modo di studiare le relazioni socio-ecologiche in una prospettiva dialettica, perché essa richiede di avvalersi di astrazioni che “isolano temporaneamente, per gli scopi dell’analisi, un “momento” (o mediazione) all’interno di una totalità”, rischiando di risultare dualistici o riduzionistici.

La visione e la comprensione della natura come oikeios e matrice non si limitano al piano metodologico e categoriale del riconoscimento della sua storicità e processualità, ma si estendono alla questione immediatamente materiale del valore e dei rapporti di valore.
Nel capitalismo, la natura è natura sociale astratta, dato che l’insieme di attività-vitali di cui essa è espressione tende ad essere adeguato alle caratteristiche coerenti con la produzione di valore e sottoposto alle pratiche di appropriazione gratuita necessarie alla riproduzione allargata del capitale.
Queste pratiche non sono un elemento secondario per il capitalismo, ma, al contrario, risultano alla base del suo funzionamento.
L’accumulazione capitalistica si svolge sia mediante la capitalizzazione, espressione del lavoro sociale astratto, sia mediante l’appropriazione di lavoro non pagato, cioè della natura sociale astratta.
Anzi, l’appropriazione dei beni gratuiti della natura, che comprende anche il lavoro umano non pagato come nel caso degli schiavi o dei compiti riproduttivi e domestici solitamente a carico delle donne, deve realizzarsi ad un livello tale da relativizzare l’estrazione di plusvalore dalla forza-lavoro; deve essere, in altre parole, superiore allo sfruttamento della forza-lavoro. Qui convergono alcuni contenuti del femminismo marxista e critico elaborato dagli anni ’70 (Federici 2014; Mies 1986) e dell’eco-marxismo sullo “sfruttamento” della natura (O’ Connor 1998). Ovviamente, la natura extra-umana non viene sfruttata, da essa non si estrae plusvalore, ma la sua appropriazione, insieme a quella del lavoro non pagato della natura umana, è la necessaria condizione per lo sfruttamento della forza-lavoro: “la condizione storica per il tempo-di-lavoro socialmente necessario è il lavoro non pagato socialmente necessario” (Moore 2014).

La legge del valore non viene stravolta, ma articolata. Si conferma che sono i fattori soggettivi, dunque il lavoro vivo, ad essere la fonte del valore, ma viene evidenziato che essa necessita di un surplus ecologico per realizzarsi, cioè dell’attività non pagata della natura. Tra lavoro sociale astratto e natura sociale astratta c’è un nesso inestricabile attraverso il quale si articola la produzione di valore. D’altronde, “il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza” (Marx 1968b, p. 31) e se la produttività crescente del lavoro è “la leva più potente dell’accumulazione” (Marx 1994 I, p. 680), “la massa delle macchine usate, del bestiame da lavoro, dei concimi minerali, dei tubi di drenaggio ecc. è condizione” (1994 I, p. 681) di tale produttività.

Società e natura, lavoro umano ed attività della natura nelle sue molteplici manifestazioni, non sono separati né, tanto meno, contrapposti. Il riconoscimento del lavoro umano come espressione di una forza naturale e, in quanto lavoro erogato, “materia prima” sfruttata nel rapporto di capitale (Marx 1994 I, p. 372), unifica, in una forma storicamente specifica, le nature umana ed extra-umana.
Nel capitalismo, sia l’umanità, nel suo vendersi come forza-lavoro, sia il resto della natura, specialmente come cibo, energia e materie prime, sono oggetto della medesima pressione che tende a renderle a buon mercato.
La fondamentale partecipazione alla formazione del valore da parte del lavoro umano così come della natura extra-umana li ha resi entrambi oggetto del medesimo interesse generale da parte del capitale complessivo. Quest’ultimo è alla continua ricerca non solo di plusvalore ma anche di surplus ecologico, che assume la forma di quegli elementi che Moore individua come “i Quattro fattori a buon mercato” (lavoro, cibo, energia e materie prime) di cui è necessario appropriarsi con il più basso impiego di capitale possibile, preferibilmente in maniera gratuita, attraverso l’apertura di nuove frontiere.

Questa ricerca ha caratterizzato il capitalismo fin dalla fase iniziale.
La cosiddetta accumulazione originaria (Marx 1994 I) si è fondata, in Europa così come nelle colonie successive alla Conquista, seppure con modalità differenti, sull’espropriazione della proprietà comune e l’appropriazione gratuita della natura, compresa quella umana.
L’espulsione della popolazione rurale dalle terre comuni, la legislazione contro il vagabondaggio, l’appropriazione dell’argento di Potosì e di altri beni ma anche degli schiavi da parte degli imperi emergenti (Moore 2010) segnano i grandi processi propulsivi del mondo moderno e della civiltà capitalistica. La trasformazione di tante zone extra-europee in aree estrattive – di argento, zucchero, caffè, uomini, donne e tanto altro – è stata decisiva per l’ecologia-mondo capitalistica dal 16° secolo.
Essa indica, da una parte, che il capitalismo si è alimentato sulla base dell’appropriazione-sfruttamento di una vasta rete di relazioni socio-ecologiche (Moore 2010) e, dall’altra parte, che la colonia – o, meglio, il principio coloniale – è costitutivo di questo sistema e non un fenomeno secondario o marginale, rappresentando “l’altra faccia, l’alterità della modernità” (Dussel 2001, p. 68).
La colonia, in quanto contesto esterno ai rapporti di capitale, perché non (ancora) sottoposto ai processi di mercificazione, è stata essenziale per l’economia-mondo capitalistica (Wallerstein, 1978, 1982).

Essa ha soddisfatto per un lungo periodo di tempo il bisogno del capitale di accedere a nuove frontiere per la sua riproduzione allargata, ha assecondato la qualità specifica del capitalismo di essere una frontiera. In maniera coerente, la colonia è stata pensata, costruita e governata come esterna, al pari della natura, e priva di logos, in modo analogo gli animali (Derrida 2006): “la rappresentazione della natura come qualcosa di estraneo ai contesti umani […] corrisponde all’atteggiamento coloniale della cultura europea e al principio dello sfruttamento illimitato dell’economia capitalistica” (Torre 2013, p. 10).

Il fatto che l’appropriazione della natura sia alla base dei processi di accumulazione significa che le logiche capitalistiche originarie fondate sull’espropriazione ed il saccheggio tendono a riprodursi continuamente.
Esse non si sono esaurite in quella che Marx (1994 I, p. 779) ha chiamato “la preistoria del capitale”, ma, come ha mostrato David Harvey (2006), “hanno mantenuto un ruolo continuo e persistente nella ampia geografia storica dell’accumulazione del capitale fino ai nostri giorni” (Composto e Pérez Roig 2012, p. XIX). Espropriazione e saccheggio hanno caratterizzato in maniera permanente il processo di accumulazione, assumendo forme e ritmi differenti nei diversi momenti storici, dei quali il periodo neoliberista in corso costituisce un caso specifico, con un futuro incerto.

Il capitalismo neoliberista è stato contraddistinto, in modo particolare, da un’accelerazione dei processi di appropriazione e da un approfondimento della tendenza ad investire l’intera vita da parte del rapporto di capitale. Le bio-tecnologie sviluppate dagli anni ’70 hanno individuato nei processi di formazione e riproduzione della vita a livello cellulare il loro ambito di riferimento privilegiato: dalla clonazione alla manipolazione genetica dei semi delle piante e degli animali, il periodo neoliberista è stato caratterizzato da un’implicazione complessiva del vivente nella ricerca di nuove frontiere della merce (Turrini 2011).
In altri termini, si è rafforzata la tendenza, non definitiva e ricca di contraddizioni e conflitti interni, alla sussunzione reale della natura al capitale.
Quest’ultimo, essendo un rapporto socio-ecologico, si è spinto nel tentativo di inglobare per la sua riproduzione allargata tutto ciò che vive, la complessiva rete-della-vita.

Questo dispiegamento ha riguardato, in modo approfondito, l’agricoltura. In questo settore, una combinazione di saperi, tecnologie e nature non umane è stata messa all’opera per operare un salto di scala nella capacità di modificare la qualità e la durata della vita stessa.
Si è verificato un processo di intensificazione dei tempi di maturazione delle colture e della degradazione e sofferenza delle esistenze animali negli allevamenti intensivi, insieme alla diffusione di diversi dispositivi di controllo e disciplinamento che hanno contribuito a ridurre il valore del lavoro agricolo, specialmente di quello migrante, senza ridurre la fame e la malnutrizione degli umani in modo significativo.
Un esempio è offerto dai polli da carne allevati. La durata media della loro vita è passata dai 73 giorni del 1955 ai 42-45 giorni del 2005 ed è ulteriormente in riduzione, mentre l’eterogeneità biologica è stata azzerata facendo coincidere il pollo con un solo tipo, il broiler, frutto di un’approfondita selezione genetica.
La compressione e la manipolazione spazio-temporale (Harvey 1993) costituiscono una frontiera continuamente pressata dal capitalismo, che non si è limitata alla vita sociale degli esseri umani, con l’intensificazione dei ritmi della quotidianità e di molte mansioni produttive e l’allungamento della giornata lavorativa, ma ha coinvolto l’intero mondo socio-ecologico. La co-produzione di umanità e natura nel periodo neoliberista ha investito fino in fondo le frontiere della vita nel suo insieme.
 

Crisi del neoliberismo e fine delle nature a buon mercato

Il nesso stringente tra natura sociale astratta e frontiera è centrale nel capitalismo, un’ecologia-mondo che vive attraverso lo spazio e lo modifica mentre ne viene, a sua volta, modificata, soprattutto per gli ostacoli e le opportunità che esso costituisce.
Il concetto di frontiera fa riferimento ad uno spazio mobile e non definitivo e, associato ai processi di appropriazione della natura, esprime il movimento e l’estensione dell’area di applicazione della forma merce. Coerentemente con il suo carattere dinamico, aperto ed attraversabile, la frontiera non ha limiti assoluti, fissati una volta e per sempre, né estrinseci, determinati da fattori esterni alle relazioni socio-ecologiche, come ritengono, al contrario, molte analisi ambientaliste e Verdi.
In maniera conseguente, nello studio del nesso tra frontiera e capitalismo la questione fondamentale non riguarda l’esistenza o meno di limiti oggettivi, intrinseci, naturali – secondo una concezione che conferma il dualismo tra interno ed esterno, natura e società, ecologico e sociale – ma il modo in cui si combinano insieme capitale, natura ed esercizio del potere territoriale. Come viene illustrato in Fine corsa? Rivoluzioni agricole nell’ecologia-mondo capitalistica, l’elemento di tensione e crisi non è esterno ma sta tutto nel modo in cui funziona il capitalismo.
Questa ecologia-mondo richiede l’apertura e la rigenerazione continua delle possibilità di appropriazione, mentre, al contrario, le frontiere difficilmente si ‘ricaricano’, sono “sostituibili solo all’interno di limiti molto precisi, […] sono eventi irripetibili” (Moore 2011a, p. 20), anche perché, pure al fine di rispondere alle accelerazioni tipiche di alcuni momenti storici, come nel periodo neoliberista, la loro appropriazione può giungere a rompere con le regole di funzionamento delle comunità ecologiche (Torre 2013), realizzando ritmi di estrazione e consumo delle nature umane ed extra-umane (in particolare delle materie prime e delle fonti di energia) storicamente superiori ai loro tassi di sostituzione.

Secondo la proposta di Moore, il capitalismo si confronta non con una oggettiva ed intrinseca scarsità delle risorse, soggette ad una necessaria parabola diretta verso l’esaurimento, ma con i meccanismi di capitalizzazione ed appropriazione che sostengono i processi di accumulazione e richiedono la disponibilità di crescenti quantità di natura a buon mercato.
La dinamica di accumulazione e formazione dei profitti necessita non dell’impiego produttivo di una generica natura, ma di natura non o sotto capitalizzata – che, in altre parole, incorpori scarse quote di capitale. Questo tipo di natura gratuita va cercato, più che prodotto, individuando nuove frontiere da invadere.
Il capitalismo, pertanto, può sempre trovarsi in una situazione di carenza di nature a buon mercato.
Questa condizione era stata già individuata nella teoria della crisi di sottoproduzione elaborata da Marx (1994 III) come “legge generale” dell’accumulazione, al pari dell’altra, ma più nota, teoria della sovrapproduzione. Entrambe le teorie sono al centro dell’analisi di Moore, che ritiene la sovrapproduzione e la sottoproduzione come due tendenze sempre presenti e poste in una relazione dialettica, perché “quanto più sviluppata è la produzione capitalistica […], quanto più rapida l’accumulazione […]; tanto più grande è la relativa sovrapproduzione di macchinario e di altro capitale fisso, tanto più frequente la relativa sottoproduzione di materie prime vegetali e animali, tanto più marcato il loro aumento di prezzo” (Marx 1994 III, p. 156).

Tra sovrapproduzione e sottoproduzione sussiste una relazione antagonistica che si esprime sul piano dell’accumulazione complessiva e anche dei rapporti di classe, dato che “il saggio del profitto decresce o aumenta in ragione inversa del prezzo della materia prima” (Marx 1994 III, p. 143).
Durante un regime di accumulazione, la natura a buon mercato ed il lavoro umano non pagato tendono a ridursi in relazione alle quote di capitale investito (in modo indipendente dalla loro disponibilità, che può anche aumentare in termini assoluti ma assottigliarsi in termini relativi), evidenziando che sussiste una tendenza alla caduta del surplus ecologico. Quest’ultima è un presupposto strutturale dell’incremento della composizione del valore del capitale e, dunque, della tendenza alla crisi dell’ecologia-mondo capitalistica.
L’ipotesi su cui Moore invita a ragionare riguarda il significato per il capitalismo neoliberista del 21° secolo di ciò che egli chiama la fine delle nature a buon mercato, cioè l’evidente incapacità, osservabile anche sul piano empirico, di produrre o di individuare nature a bassa composizione di valore, specialmente le nature extra-umane, maggiormente dipendenti dai movimenti e dai ritmi di appropriazione della frontiera.


Nella fase neoliberista, il grande ostacolo che il capitalismo non riesce a superare è la disponibilità di nature a buon mercato, compreso il cibo, determinante per fissare i livelli minimi di sussistenza della forza lavoro mondiale, anche nei paesi a maggiore ricchezza pro-capite.
Come viene discusso prevalentemente in Fine corsa? Rivoluzioni agricole nell’ecologia-mondo capitalistica. 1450-2010 e Cibo a buon mercato e moneta cattiva e, in maniera differente, in La fine della natura a buon mercato, il capitalismo si sta confrontando con la fine del cibo e delle nature a basso costo o, per meglio dire, con l’incapacità di una nuova rivoluzione del cibo a buon mercato e la difficile individuazione di nuove frontiere capaci di abbattere i costi, compresi quelli dell’energia e delle materie prime.

Le stesse strategie di fuoriuscita si stanno rilevando inefficaci. Le nuove frontiere invase ed in via di invasione, ad esempio quelle biologiche e sociali, richiedono sempre più di essere fabbricate, determinando nature con una crescente composizione del valore. Le azioni basate sull’innovazione sociotecnica, volte ad aggirare la contrazione della frontiera, non solo non abbattono i costi in maniera sufficiente, ma incontrano anche resistenze non previste. Ad esempio, in agricoltura, le biotecnologie, nonostante siano fondate sul controllo minuzioso e capillare della natura, non sono riuscite a garantire i necessari incrementi di produttività e, dunque, il ripristino del cibo a buon mercato, anche a causa della diffusione delle supererbacce.

Lo stesso boom del gas naturale dalle formazioni di scisto, estratto attraverso le tecniche di fracking, che sta riducendo in maniera significativa i prezzi dell’energia negli Stati Uniti, non può essere risolutivo.
Da un lato, esso ha dei limiti intrinseci perché si tratta di un tipo di gas che non può essere facilmente trasportato e, dunque, esportato.
Questo vuol dire che è incerto che questa nuova disponibilità di gas e petrolio potrà diffondersi a livello mondiale e dare avvio ad un nuovo periodo di energia a buon mercato, così come non è sicuro che la sua estrazione possa continuare a prescindere dai costi economici che implica e dalle resistenze socio-ambientali che incontra. Dall’altro lato, esso non sarebbe in ogni caso sufficiente per dare avvio ad una nuova grande ondata di accumulazione a livello planetario.
L’eventuale disponibilità di un nuovo periodo di energia a buon mercato non risolverebbe, infatti, il più ampio, generale e profondo esaurimento delle nature a buon mercato, dal cibo alle materie prime fino all’acqua, questione ormai emergente in diverse regioni agricole, comprese quelle fondamentali della California e del Midwest americano (Frank 2014).
Infine, la principale strategia adottata per fronteggiare la chiusura delle frontiere di appropriazione, quella della finanziarizzazione, ha avuto la conseguenza di accrescere le disuguaglianze sociali ed estendere la sua logica di funzionamento – estrattiva, parassitaria e di brevissimo periodo – alla vita quotidiana ed a tutti i settori economici, ma non ha agito sulla produttività del lavoro e ha dato centralità alla produzione di merci fittizie, ponendosi, per questi motivi, come un ostacolo alla possibilità di individuare vie d’uscita.

Se il tratto caratteristico dell’ultimo periodo del capitalismo nella fase neoliberista è divenuto quello della fine della frontiera dell’appropriazione coerente con le necessità dell’accumulazione, cioè con l’essere a buon mercato, Moore si interroga sul tipo di crisi a cui questo processo può aprire.
La sua proposta è quella di interpretare la crisi non ricorrendo all’immagine della somma, pensando alla convergenza di più crisi, ognuna dotata di indipendenza ontologica e storica, ma riferendosi alla crisi unica del progetto dell’ecologia-mondo capitalistica, per il quale non esclude la possibilità che sia in atto non una crisi spia, di passaggio – durante la quale il capitalismo si trasforma attraverso pratiche di saccheggio ed innovazione produttiva volte a ripristinare i Quattro fattori a buon mercato – ma una crisi epocale – quel tipo di crisi caratterizzato dalla transizione ad inediti rapporti di ricchezza, potere e natura.
 

Crisi e contro-movimenti: lotte e conflitti socio-ecologici

Jason W. Moore non giunge ad individuare alternative o a prefigurare esplicitamente futuri di trasformazione radicale, né assume un’opzione crollista secondo cui la crisi del capitalismo si tradurrebbe necessariamente nell’affermazione di un ordine socio-ecologico liberato.
Tuttavia, sebbene nei testi presentati i riferimenti ai conflitti sociali, lavorativi e socio-ambientali non siano centrali, si osserva che, nel prolungamento della crisi, indipendentemente dalla sua forma di crisi spia o epocale, si stanno esprimendo differenti soggettività ed esperienze di lotta orientate verso una critica materiale al dualismo cartesiano ed alle pratiche di espropriazione, appropriazione e capitalizzazione del capitalismo. Esse sono i potenziali veicoli di una visione alternativa fondata sul riconoscimento della comune appartenenza dei viventi, umani e non umani, alla medesima rete-della-vita.

Tra queste soggettività, definibili anche contro-movimenti, si individua un mondo plurale, al cui interno è possibile indagare le connessioni presenti e possibili.
Si tratta di un mondo popolato da una molteplicità di lotte e popolazioni, che comprende i movimenti locali contro l’espropriazione di beni comuni e pubblici essenziali e l’appropriazione di nuove frontiere, come l’acqua o il sottosuolo; il movimento per la sovranità alimentare e l’indipendenza dai vincoli delle multinazionali del cibo e dell’agricoltura; le pratiche di liberazione dal patriarcato e dalle disuguaglianze strutturali di genere, comprese quelle intorno al lavoro riproduttivo non pagato; i movimenti attivi nella critica teorica e politica dell’antropocentrismo, nella costruzione dell’alternativa antispecista e nelle pratiche dell’ecologia profonda; gli uomini e le donne presenti nelle lotte per una diversa distribuzione della ricchezza prodotta, per ritmi di lavoro non oppressivi e contro le nocività dentro e fuori i luoghi di lavoro; il movimento per il riconoscimento dei nessi tra migrazioni e condizioni socio-ecologiche e il più ampio e generale movimento che mette in discussione il principio di separazione gerarchica che alimenta il razzismo postcoloniale.
In questo mondo in movimento si includono anche gli esiti politici e costituzionali di quegli stati, come Bolivia ed Ecuador, che, seppure in maniera contraddittoria, hanno incorporato nei loro ordinamenti giuridici il riconoscimento “di diritti ad entità incapaci di essere titolari di doveri” (de Sousa Santos 2010, p. 112), cioè i diritti della natura extra-umana.

Questi contro-movimenti sono manifestazioni di una “nuova” lotta di classe, la cui posta in gioco classica, quella relativa alla questione della produzione e della distribuzione della ricchezza sociale, si articola con la possibilità di produrre una differente natura storica.
Come Moore ha sottolineato in una comunicazione personale, “le nuove lotte di classe – ciò che chiamo le nuove politiche ontologiche, come il movimento per la sovranità alimentare e molti altri – richiedono una ontologia fondamentalmente differente”.
Le lotte di classe sono entrate in una nuova fase in cui si confrontano con questioni fondamentali come, ad esempio, quelle relative alle basi simboliche su cui si è sostenuto il progetto della civiltà capitalistica, fondato sul primato del valore e della produttività del lavoro e la marginalizzazione funzionale di ciò che non ha valore, ma è fondamentale per la vita oltre che per il capitale, coincidente con l’insieme delle attività di riproduzione svolte dalle nature umana e non umana. Queste lotte, e le relative soggettività che le alimentano, chiamano in causa la possibilità di pensare al cambiamento dell’unità dialettica di umanità e natura e, al suo interno, della relazione dell’umanità con se stessa, anche riconoscendo quanto non sia vera l’idea che “dei guasti ambientali saremmo tutti responsabili, dominatori e assoggettati” (Paccino 1972).
Si conferma, in definitiva, la presenza di una eterogenea tendenza politica, sociale e culturale non dualistica, che allude alla costruzione di un oikeios del comune, fondato sul riconoscimento pratico della comune partecipazione alla rete-della-vita da parte delle nature umana ed extra umana e, quindi, capace di riscoprire la bellezza (Harvey 2014) e la capacità di vivere la giustizia ed una attiva compassione (Luxemburg 2007) nei rapporti socio-ecologici e, potenzialmente, tra le specie differenti.

Tratto da Effimera.org


* Jason W. Moore, storico dell’ambiente e docente di sociologia presso l’Università di Binghamton negli Stati Uniti, è coordinatore del World-Ecology Research Network. Tra i suoi lavori più recenti: Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital (Verso, 2015), il nostro Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria (2017) e, con Raj Patel, Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo (Feltrinelli, 2018).

** Gennaro Avallone è professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno.


Immagini:

Diego Rivera Murals in the Palacio National, Mexico City #1, by stevecadman.
Licenza  CC BY 2.0.
Diego Rivera, Entering the City, 1930, by Joaquín Martínez.
Licenza  CC BY 2.0.
Diego Rivera, The Abundant Earth, 1926, by Joaquín Martínez Rosado.
Licenza  CC BY 2.0.
Diego Rivera – hombre en una encrucijada, by Xuan Che.
Licenza  CC BY 2.0.
La grande vague de Kanagawa de K. Hokusai (exposition Fukami, Paris), by dalbera.
Licenza  CC BY 2.0.

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