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Stati Uniti: ambiente e terre pubbliche sotto attacco

La storia dell’umanità è stata anche caratterizzata da una ricorrente espropriazione, da parte di una minoranza della popolazione, dei beni comuni che appartengono a tutti.

di Ezio Boero, da Volere La Luna

Negli ultimi secoli ciò è stato funzionale all’accumulazione capitalistica, a cominciare dalla privatizzazione delle terre. Gli Stati Uniti, nati dalla violenta appropriazione delle terre accudite collettivamente dai nativi, ne sono un esempio estremo. Ma anche in quella nazione ci sono ancora luoghi comuni, non interamente aggrediti dalla logica del profitto e preservati per il loro valore naturalistico. E anche, alcuni di essi e in tempi più recenti, per il significato che i nativi annettevano loro. Dal 1872, con la creazione del parco di Yellowstone, i territori protetti, diffusi in in 50 Stati degli USA, sono oggi più di 400, per un totale di 340.000 chilometri quadrati (più del territorio dell’Italia, che è di 302.000 chilometri quadrati). Ma non solo da oggi, e non solo col Partito Repubblicano al governo nazionale o dei singoli Stati dell’Unione, queste terre pubbliche hanno solleticato l’appetito del profitto privato. Innumerevoli sono state le lotte dei nativi, degli ecologisti, del popolo consapevole per difenderle da ripetuti tentativi di utilizzarle per il passaggio di oleodotti o per lo scavo alla ricerca di gas e petrolio.

Tali attacchi si sono drasticamente rafforzati col ritorno di Trump al governo e l’immediata nuova fuoriuscita degli USA dai già insufficienti accordi di Parigi contro l’emergenza climatica. La tavolata della ventina di rappresentanti delle Big Oil (le grandi aziende energetiche statunitensi), svoltasi presso la tenuta trumpiana in Florida nell’aprile del 2024, è ormai passata all’incasso, sebbene le aziende non abbiano versato che una parte del miliardo di dollari richiesto da Trump per la sua campagna elettorale. Una valanga di ordini esecutivi si è infatti scatenata contro l’ambiente. Colpito anch’esso nella recente legge di bilancio onnicomprensiva dell’autoincensato Big Beautiful Bill Act che conferma gli sconti fiscali sui redditi dei ricchissimi e taglia i buoni pasto e la copertura sanitaria pubblica, peraltro risicata, di milioni di statunitensi. Inoltre, non solo il variegato, e continuamente variabile, pacchetto di dazi prevede un’esenzione per il settore energetico, in particolare per la filiera dei, resuscitati e nocivi per il clima, combustibili fossili, ma il grande sogno dei petrolieri di cancellare i passi avanti nella difesa dell’ambiente, e anche mettere le mani sui parchi nazionali, sta avverandosi nella logica dell’autarchia energetica, del “dominio energetico americano”, della negazione ignorante della crisi climatica del pianeta. Le terre federali sono infatti in via di approntamento per il loro utilizzo privato (una logica bipartisan presente anche in Italia con le iniziative di “messa a reddito” dei parchi nazionali e di quelli cittadini) con progressive ulteriori concessioni di trivellazione e deregolamentazioni della loro tutela rigorosa che permetteranno l’estrazione di minerali, il disboscamento e, in prospettiva, anche l’espansione suburbana degli abitati.

Tale ideologia viene da lontano: è una diramazione sul terreno ambientale della repulsa dello Stato quando riserva risorse ai poveri o alla natura. Nello specifico, inizia con l’idea, estesasi negli USA degli anni ’70, che le risorse naturali tutelate negli Stati Uniti siano troppe e ostacolino l’attività imprenditoriale. L’articolato movimento che la sostiene, composto non solo da speculatori fondiari e da grandi imprese energetiche ma coinvolgente anche lavoratori dei settori minerari e del legno e noto come Sagebrush Rebellion, combatte ancor oggi una guerra contro le regolamentazioni naturalistiche che “vengono da Washington”. E purtroppo non è lontanissimo dal raggiungere il suo obiettivo di privatizzare le risorse naturali per favorirvi l’estrazione mineraria e il disboscamento.

In un’ottica di accentramento dei poteri e di cancellazione di un loro relativo equilibrio, Trump ha anche cambiato la dirigenza di molte agenzie federali. Alla consueta applicazione dello spoils system quando cambia il Partito al comando, si sono aggiunte ampie purghe e licenziamenti, individuati dai “ragazzi” del Doge di Musk. Alcune delle agenzie federali “rinnovate” hanno da subito sveltito i regolamenti che finora prevedevano per le grandi opere federali la valutazione di impatto ambientale (VIA) e un coinvolgimento delle comunità. Non l’opzione zero; quantomeno un minimo di ricerca del progetto meno impattante. In queste ultime settimane i Dipartimenti degli Interni e dell’Agricoltura (che gestisce le foreste degli USA) e l’Environmental Protection Agency (EPA), hanno deciso repentinamente di non dar più il preavviso pubblico dell’opera, quello che prevedeva l’apertura di un dibattito pubblico che nel passato ne aveva diminuito l’impatto, assumendo talvolta le proposte delle comunità. Ancora nel merito della VIA, il recente One Big Beautiful Bill Act, che include dozzine di disposizioni che minano le protezioni ambientali, consentirà alle imprese, pagando un modico sovrappiù del 25% di tassa, di ottenere in cambio una diminuzione dei tempi di effettuazione della VIA a un massimo di un anno (degli almeno due che in media erano necessari per il lavoro e che resteranno attivi per chi non ha potere di persuasione o i soldi per pagare quella che è nei fatti una diminuzione dei controlli). La stessa EPA, contraddicendo con la sua nuova dirigenza i compiti per i quali è stata creata, ha adottato nelle ultime settimane misure per minare o invertire salvaguardie ambientali fondamentali, come quella che riapprova l’utilizzo del dicamba, un erbicida di Monsanto, nocivo all’ecosistema e ai coltivi, peraltro spesso costituiti da OGM della soia e del cotone, già due volte bandito da tribunali federali. Con ciò dimostrando che “la supervisione dei pesticidi è controllata dai lobbisti del settore”, come afferma Nathan Donley, direttore delle Scienze della salute con progressive ulteriori concessioni di trivellazione e deregolamentazioni della loro tutela rigorosa che permetteranno l’estrazione di minerali, il disboscamento e, in prospettiva, anche l’espansione suburbana degli abitati. ripropone infatti anche il grande problema delle ceneri, un sottoprodotto della sua combustione contenente 17 sostanze tossiche che possono contaminare le acque sotterranee e superficiali, già protagonista, nel 2014, dell’incidente per la perdita in una centrale elettrica dismessa a Eden, nel North Carolina col rilascio di 40.000 tonnellate di cenere di carbone e 27 milioni di galloni di acque reflue tossiche nel fiume Dan che aveva contaminato l’approvvigionamento idrico di migliaia di residenti in North Carolina e Virginia. Le norme di cautela sulla combustione del carbone del 2015 erano già state messe sotto traccia durante la prima presidenza Trump, riproposte dall’amministrazione Biden nel 2023 con l’obbligo d’installazione di sistemi di monitoraggio delle acque sotterranee entro maggio 2028 ed ora bloccate. Si noti che tale contaminazione ricade storicamente soprattutto sulle comunità di colore e sui residenti a basso reddito: un rapporto del 2019 registra che, mentre i neri sono il 15% della popolazione del USA, il 78% di loro vive entro 30 miglia da una centrale a carbone. Ciò è dimostrato nel Kentucky, dove c’è la maggior presenza degli USA di simili impianti, in cui l’86% dei siti di cenere di carbone è collocato in comunità povere. E comunque in Stati che fanno della deregulation delle tutele del lavoro e di quelle ambientali la loro bandiera.

La stessa EPA sta anche per eliminare o riscrivere gli atti che indicavano la necessità di contrastare il cambiamento climatico, come l’Endangerment Finding del 2009 che attestava che l’intensificarsi di inondazioni, incendi, ondate di calore era la dimostrazione che i gas serra «minacciano la salute pubblica e il benessere delle generazioni attuali e future». L’amministratore dell’EPA, Lee Zeldin, nominato da Trump a gennaio, evidentemente per ridurre il ruolo dell’agenzia che è incaricata della protezione ambientale e quella della salute umana, ha descritto la nuova linea, che mette in discussione le regolamentazioni di anidride carbonica e metano e altri gas, come «il giorno più consequenziale della deregolamentazione nella storia americana». E l’accompagna con la chiusura di settori strategici dell’agenzia, licenziamenti ed esodi di personale non allineato, mentre Trump taglia più della metà delle sue risorse. Per far piazza pulita di tutto ciò che contrasta col negazionismo climatico, sono anche sotto attacco i settori federali di scienza del clima e previsioni meteorologiche e le leggi ecologiche, soprattutto quelle contro l’uso del carbone, dei singoli Stati dell’Unione.

E gli stessi “National Monument” (NM), le aree protette dove sono presenti e preservate formazioni geologiche, siti archeologici e strutture storiche, sono in discussione: il recente parere del Dipartimento di Giustizia dichiara che il Presidente USA ha l’autorità non solo di crearne dei nuovi ma anche di abolirne di esistenti. Alle tutele “faunistiche e storiche” (in questo caso dei nativi) dei NM, Trump non ha alcun interesse e le sottomette a una dichiarata “emergenza energetica”, sulla base della quale ha ordinato al Dipartimento degli Interni di rivedere, ai fini di “metterle a reddito”, la necessità e l’estensione delle aree protette create negli ultimi anni (si tratti di parchi o di monumenti nazionali). È in questo contesto, di trasformazione dell’agenzia di conservazione delle terre federali in facilitatrice dei progetti privati di produzione di energia che vi sono e saranno collocati, che, a seguito delle intimazioni del Doge di Elon Musk, ente mai approvato dal Parlamento, lo US Forest Service, il Servizio Forestale degli Stati Uniti, ha licenziato 3.400 addetti tra gli assunti negli ultimi anni, mentre il National Park Service (NPS) ha già buttato fuori a febbraio un migliaio di dipendenti. Una logica perversa che mette in discussione il lavoro di prevenzione degli incendi boschivi, di tutela delle specie protette, di controllo della natura. Ad aprile, la Corte Suprema, ormai a maggioranza trumpiana, ha annullato un pronunciamento di un tribunale inferiore che ripristinava i 1.000 licenziati del NPS.

Questa guerra alla salute della Terra per far spazio ai profitti delle grandi imprese, fatta da un Paese che è tra i principali responsabili del suo deterioramento, era già abbondantemente prevista, come scrivevamo nel maggio scorso (https://volerelaluna.it/mondo/2025/05/26/trump-allattacco-del-clima-e-del-pianeta/), dal Project 2025 per il primo anno di presidenza Trump, scritto per lui dalla reazionaria Heritage Foundation. Si tratta del più grande assalto alle terre pubbliche, e alle persone che le proteggono, mai avvenuto negli Stati Uniti, che si aggiunge alla messa in discussione dei già risicati cardini della democrazia. Il popolo statunitense, le sue associazioni, comunità, sindacati, hanno ora il difficile compito di fermare lo scempio che si accanisce sulla democrazia, sugli immigrati, sui lavoratori federali, sullo Stato Sociale, sull’istruzione pubblica, sull’ambiente. E le lotte sono già cominciate con la partecipazione di milioni di persone.

Fonti principali:

https://www.slowfood.it/lerbicida-dicamba-un-disastro-monsanto-paga-lo-utilizza/

D. Drugmand, Project 2025 Is at the Center of Trump 2.0, Sierra, 14.5

R. Milka, Trump’s EPA deepens environmental rollback with delays, deregulation, and industry favoritism, Nation of Change, 1.8.2025

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