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Gerusalemme, Ramallah: colpi di pistola che nascono dal silenzio

Ibrahim ci passa a prendere davanti alla Porta di Damasco, a Gerusalemme. Qualcuno gli ha detto di due italiani vicino alla città vecchia, e vuole farci vedere le strade di Gerusalemme est. Ci carica in fretta di fronte ai soldati israeliani armati di tutto punto, il collo di lana a coprire il volto, che “proteggono” il Sabbath ebraico dalla rivolta dei palestinesi. Gruppi di adolescenti passano tra di loro evitando di fissarli negli occhi perché, negli ultimi mesi, c’è chi è morto per molto meno. Una ragazza a Tulkarem, al Check Point, ha posato un coltello che aveva con sé sul nastro della fotocellula e un soldato appostato sopra di lei ha colto l’occasione per freddarla. Un’altra si è presentata a un check point di Hebron e si è sentita sbraitare delle frasi in ebraico (lingua che non conosceva) da un soldato con il fucile puntato che, dopo alcuni secondi, ha semplicemente fatto fuoco.

Se i ragazzi alla Porta di Damasco non guardano i soldati, tuttavia, non tengono certo lo sguardo basso: semplicemente li ignorano, non disegnando i sorrisi beffardi di chi è cosciente che, se quei loro coetanei in uniforme sono così aggressivi, è perché hanno paura. Israele ha aspettato due mesi, da inizio ottobre, per dichiarare che ciò che prima chiamava “ondata di violenza” era una terza Intifadah, ancorchè “individuale”. Dopo l’attacco nella città vecchia di mercoledì, dove tre palestinesi (poi uccisi) hanno colpito a morte una soldatessa con pistole automatiche, il governo ha dichiarato che si è passati a una “Intifadah organizzata”. Al di là delle classificazioni di polizia, però, ciò che contraddistingue l’attuale situazione è un attacco diffuso non convenzionale, che può avvenire ovunque e in qualsiasi momento, da parte di chiunque. Domenica scorsa è stato addirittura un poliziotto palestinese, cui era stata rivolta una frase arrogante al check point di Ramallah, a sparare al soldato israeliano che l’aveva proferita.

Ibrahim guida tra le vie della città orientale, che salgono e scendono nella vallata che declina dal monte degli Ulivi e risale verso la maestosa Cupola della Roccia. Il paesaggio è quello abituale delle periferie o degli slum delle grandi metropoli globali, dove migliaia di persone vivono nella miseria a poca distanza dalle ville eleganti, o dai locali costosi, dei quartieri a ovest, oltre la città nuova. Ciò che rende Gerusalemme est eccezionale, tuttavia, non è la pur impressionante povertà, ma le scritture burocratiche che ogni abitante del luogo tiene celate nel taschino, in un cassetto o nel portafoglio, e a cui la sua esistenza resta aggrappata come a un filo per tutta la vita. “Abbiamo passaporto Giordano, ma una carta d’identità palestinese; in più, la certificazione dello status di rifugiati, sebbene queste siano le case dove le nostre famiglie abitano da secoli”. Abbandonata dal Regno Unito e occupata dalla Giordania nel 1948, occupata da Israele nel 1967 e nel 1980 dichiarata unilateralmente “eterna capitale dello stato ebraico”, è la metà della città di cui il mondo attende da settant’anni di comprendere il destino.

È una questione economica e politica, non religiosa, né di principio: Israele prosegue una politica di colonizzazione ed espulsione dei palestinesi, rendendo difficile la loro esistenza. Case demolite, altre costruite da coloni che vi issano eloquentemente la bandiera israeliana, ritiro della carta d’identità ai palestinesi che non sono in grado di risiedervi (per qualsiasi motivo) per più di tre anni. Occorre archiviare tutte le bollette, tutte le ricevute del canone d’affitto: l’assenza di un solo pezzo di carta priva il palestinese di ogni diritto civile, lo rende un clandestino in casa sua, costretto a spostarsi in Cisgiordania se vuole ancora avere servizi essenziali e cure sanitarie. È la maniera silenziosa, burocratica, con cui continua quella che lo storico israeliano Ilan Pappe ha definito “pulizia etnica della Palestina”: una pulizia che avviene sì con il sangue, ma soltanto quando è ora di reprimere la ribellione; tutti gli altri giorni a stabilire chi potrà restare, e chi dovrà partire, non è che una burocrazia razzista e vigliacca.

Ibrahim lavora per la Mezzaluna Rossa palestinese e dirige il reparto dei volontari, ma non potrebbe mai svolgere la stessa funzione nell’omologa organizzazione israeliana, che agisce nella parte occidentale della città: “A noi palestinesi non sono consentiti ruoli di responsabilità nella parte della città che inizia oltre la Strada 1, il confine urbanistico delle terre occupate”. Sua moglie lavora per un’associazione cristiana ma, come lui, non professa alcuna religione. “Per noi palestinesi la religione non è mai stata importante. Per noi è importante essere palestinesi”: Anche per i giovani che impugnano i coltelli? “Non capisco molto di politica, ma ti posso garantire che anche i giovani più religiosi non metterebbero questo aspetto davanti alla nostra causa. Per noi palestinesi sarà sempre così”.

Anche Delia è originaria di Gerusalemme est, ma adesso vive a Ramallah. Continua a pagare un affitto nella capitale contesa, per non perdere la carta d’identità, e le piacerebbe viverci, come, del resto, viaggiare per il mondo; ma non può attraversare il Check Point che separa Ramallah da Gerusalemme, perché la pallottola che ha conficcata nel torace farebbe suonare la fotocellula, e l’individuazione israeliana della sua ferita rappresenterebbe un viatico per la prigione. A ottobre ha manifestato, con altri trenta ragazzi, contro una colonia israeliana nei pressi di Ramallah, all’inizio dell’Intifadah: un cecchino le ha sparato dall’alto, a freddo, appena dalla manifestazione è partita una sassaiola. La pallottola è passata a un millimetro dal cuore e si è conficcata accanto alla colonna vertebrale; per un miracolo non è rimasta paralizzata, ma i suoi medici le hanno detto che questo potrebbe essere il suo destino in futuro, non si sa quando, perché operarla sarebbe troppo pericoloso. Dopo questo episodio, l’amministrazione militare israeliana l’ha convocata. “Non mi sono presentata. Mi hanno telefonato, allora ho detto loro di venire a prendermi a casa se volevano, non mi sarei mai fatta arrestare con le mie gambe. Non vogliamo riconoscere le forze d’occupazione”.

È una generazione stanca della miseria e della discriminazione, e non intende più delegare nulla a un’Autorità Nazionale Palestinese che ha fallito in tutti i campi: politico, economico, sociale, diplomatico. “Ci muoviamo fuori da tutti i partiti e non acettiamo limitazioni alla nostra rabbia: per questo subiamo gli attacchi anche della polizia palestinese, che ci carica quando andiamo tutti insieme a protestare verso i Check Point”. Marxista, crede che la lotta dei giovani e delle donne palestinesi sia una lotta per la libertà, nell’interesse di tutti i popoli del mondo. Chiede che i suoi coetanei italiani raccontino e informino sulla situazione della sua terra, perché il mondo che occorre costruire non deve avere barriere di razza, genere o provenienza. La sua carta d’identità la classifica come cristiana, ma la religione non le interessa. Per lei “l’oppressione sociale dei palestinesi non ha origini diverse da quella degli europei: si tratta sempre del potere del capitale, che paga una miseria prestazioni di lavoro che permettono di guadagnare milioni”.

Non accetta neanche una tazza di té,perché ha deciso di digiunare, come tutti i suoi amici, in segno di solidarietà con Mohammed Al-Qiq, il giornalista in sciopero della fame da 73 giorni per essere detenuto in forma “amministrativa”, ossia senza alcun processo. Ci rechiamo con lei alla seconda manifestazione per lui a Ramallah, sulla piazza Al-Manar, dove sta tenendo un infuocato comizio Khader Adnan, che ha affrontato per primo, e vittoriosamente, uno sciopero della fame di 65 giorni contro lo stesso provvedimento. Poche ore prima, alla sede della mezzaluna rossa, Khader – militante del Jihad Islamico – è stato protagonista di un momento di tensione durante la conferenza stampa: un rappresentante di Al-Fatah ha chiesto di affiancarlo di fronte ai media e, quando ha incassato uno stizzito rifiuto, si è avvicinato gridando al suo interlocutore, rendendo necessario l’intervento di altri astanti. Khader non manca di utilizzare il suo comizio in piazza per rivendicare libertà per i militanti di Hamas e del Jihad arrestati dall’Anp in Cisgiordania. Il momento, con tutta l’attenzione rivolta ad Al-Qiq (vicino ad Hamas) è favorevole per gli islamisti.

Mentre aveva luogo il diverbio, davanti alle telecamere parlava Abla, moglie di Ahmad Saadat, segretario del Fronte Popolare incarcerato dall’Anp durante la prima Intifadah, poi rapito dalle forze  israeliane con una sanguinosa irruzione nella prigione palestinese in cui si trovava nel 2006. Da allora è leader carismatico di un vasto movimento di prigionieri che promuove la riconciliazione tra le forze politiche, la fine dei negoziati e la ripresa della rivolta contro Israele. Anche lui, come Al-Qiq, nel 2012 era stato ospitalizzato in seguito a un lungo sciopero della fame per la fine dell’isolamento, condizione carceraria in cui si trova tutt’oggi.  Abla fa parte del Comitato delle donne palestinesi, che promuove da decenni la partecipazione delle donne alla resistenza. Ci mostra una delle ventuno strutture per l’infanzia che il comitato ha creato in Cisgiordania, soprattutto in aree socialmente disagiate, dove la stessa organizzazione dello spazio e del tempo è concepita per stimolare nei bambini un’idea di uguaglianza.

Sua figlia Sumoud ci conduce ad Adameer, organizzazione contro la repressione, e i suoi compagni ci spiegano come la gerarchizzazione delle esistenze che comincia a Gerusalemme est continui in Cisgiordania nelle città e in Israele nelle prigioni, con una ricerca scientifica della resa interiore da parte della popolazione, e attraverso una terribile aggressione psicologica che, oggi, sceglie come terreno privilegiato l’adolescenza e l’infanzia. “In questi mesi centinaia di ragazzini tra i 12 e i 16 anni vengono prelevati e picchiati di fronte ai genitori, che vengono percossi, insultati e umiliati a loro volta sotto i loro occhi. Israele intende traumatizzare i giovani e instillare in essi l’idea che le loro famiglie non sono in grado di proteggerli”. Come testimoniato dal video dell’interrogatorio del piccolo Ahmed Manasara, che ha girato non poco sui social orientali, la pressione psicologica è anche più forte di quella fisica: Israele sa che la resistenza è radicata in un senso d’orgoglio che è più facile spezzare quando l’individuo è da poco al mondo, e meno capace di difendersi.

“Molti ragazzi tornano dall’esperienza dell’arresto traumatizzati, accusano problemi mentali o caratteriali, come una spiccata aggressività dovuta a un’idea distorta dell’essere ‘diventati uomini’ o l’incapacità a proseguire gli studi, causando il successivo abbandono scolastico” afferma Jamila, volontaria del centro. Molti ragazzini arrestati, in seguito alle vessazioni, firmano inconsapevolmente dichiarazioni di consapevolezza, talvolta anche perché non sanno leggere; e dichiararsi colpevoli è una strada scelta anche da molti adulti, che sanno quanto allungare i tempi del processo, in un sistema penale ben diverso da quello italiano, provochi da parte del giudice una condanna anche peggiore. I prigionieri palestinesi sono 7.000. Migliaia non hanno mai subito un processo. Il 40% della popolazione ha subito almeno un arresto. Anche quando un colpo di pistola fa rumore, alla Porta di Damasco, occorre ricordare ciò che lo ha causato per migliaia di giorni nel silenzio – il silenzio efficiente dell’ingegneria sociale, che qui come altrove si fa chiamare “emergenza”.

Corrispondenti Infoaut e Radio Onda d’Urto da Ramallah, 8 Febbraio 2016

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