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La guerra del gas

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Riprendiamo da Jacobin questo interessante articolo di Federico Scirchio su guerra e questioni energetiche. Buona lettura!

 

Dietro l’invasione dell’Ucraina di Putin c’è anche lo scontro per l’approvvigionamento energetico. L’Italia è uno dei paesi più esposti, per questo serve che i movimenti contro il caro-vita e quelli ambientalisti convergano

Il conflitto russo-ucraino squarcia la fragile tenuta sociale ed economica del sud Europa aprendo lo scenario per una possibile guerra mondiale. La sfida di Mario Draghi è allinearsi ai paesi Nato e allo stesso tempo evitare che Putin chiuda i rubinetti del gas. Il terremoto che ha avuto come epicentro l’Ucraina è stato provocato dai movimenti tettonici della guerra commerciale energetica che gli Stati uniti sotto la guida dell’amministrazione Trump hanno innescato nel 2018. Un conflitto «climatico», una nuova corsa all’oro azzurro aperta dalla possibilità di estrazione in zone del pianeta come l’Artico che grazie al surriscaldamento globale diventano oggi nuovi territori fruibili per l’estrazione di idrocarburi. Una nuova accumulazione resa possibile dagli stravolgimenti climatici, passata da un confronto a colpi di «pipeline» allo scontro militare.

Gas e geopolitica

Nel 2018, durante l’amministrazione Trump, gli Stati uniti decisero di rilanciare l’economia del paese puntando sugli idrocarburi. Superati ormai dalla concorrenza indiana e cinese sul mercato manifatturiero, gli Usa, attraverso nuovi metodi di estrazione (shale e fracking), triplicarono rispetto all’anno precedente le esportazioni di gas fino a 65 milioni di tonnellate all’anno conquistando un ruolo rilevante sul mercato globale. Da subito non si fece attendere la reazione della Cina che impose dazi sul Gnl americano, a quel punto gli Stati Uniti volsero lo sguardo sul mercato europeo. Qui Trump si trovò di fronte il gigante russo Gazprom, che esportava nell’Unione eruropea ben 200 miliardi di metri cubi l’anno. 

Il gas gradualmente diventò un’arma per gli equilibri geo-politici e lo stesso Tycoon non esitò a imporre l’acquisto di Gnl americano, attraverso la minaccia di dazi e sanzioni sugli accordi commerciali per i produttori europei che esportavano sul mercato americano. Questo processo destabilizzò gli equilibri non solo economici, ma anche politici. Paesi dell’est Europa che fino a poco tempo prima erano completamente dipendenti dal gas russo, come la Lituania o la Polonia, iniziarono a stipulare contratti con le società statunitensi Cheniere Energy e Venture Global Lng. Tra questi la Polonia si spinse ben oltre: grazie al gas qatarino, norvegese e americano puntò a non rinnovare il contratto con Gazprom che aveva come data di scadenza proprio il 2022.

La strategia statunitense denominata «energy dominance», una sorta di «american first», aveva l’obiettivo di indebolire l’export russo sul mercato europeo, così non solo sostennero la costruzione di nuovi rigassificatori nel vecchio continente, ma anche la costruzione di nuovi gasdotti degli alleati mediterranei come Israele, Cipro e Grecia. L’Ucraina come gli altri paesi dell’est Europa si trovarono così nel mezzo di uno scontro che da lì a poco tempo si sarebbe trasformato da guerra commerciale a conflitto militare. 

L’escalation militare era evidente anche durante il periodo pandemico quando si moltiplicarono le esercitazioni sul confine dell’est Europa da parte di entrambi i fronti. La Defender Europe 2020 e 2021, furono ad esempio due gigantesche esercitazioni Nato che hanno coinvolto 37.000 soldati, dei quali 29.000 statunitensi e 8.000 messi a disposizione dagli altri membri dell’alleanza. Proprio in questi giorni si sta tenendo la Cold Response 2022 in Norvegia che vede lo schieramento di 30.000 soldati e 200 aerei.

Il ruolo dell’Italia e di Eni

Oggi i due paesi europei che più si trovano in difficoltà sono Germania e Italia per la forte dipendenza energetica dalla Russia. L’Italia consuma ogni anno più di 70 miliardi di metri cubi di gas, di questi circa il 40% lo compriamo dalla Russia a seguito dei vari contratti stipulati tra Eni e il suo partner storico: Gazprom. 

Sono molteplici gli accordi commerciali che legano i due colossi energetici come ci spiega bene Alessandro Runci su un articolo uscito di recente su Domani. Dal 1999 le due società condividono la proprietà della sezione off-shore del gasdotto Blue Stream che collega Russia e Turchia gestito dalla società Blue Stream Pipeline Company B.V, i cui manager sono Cristian Signoretto direttore della divisione gas di Eni e Elena Viktorovna Burmistrova responsabile per le esportazioni di Gazprom. Proprio quest’ultima dallo scorso settembre ha deciso di ridurre le forniture di gas verso l’Europa provocando un forte rialzo dei prezzi per far pressione alla Germania sulle concessioni delle autorizzazioni sul gasdotto North Stream 2. La Burmistrova non è che una tra i vari personaggi torbidi che il Cremlino ha messo alla guida della società italo-russa, tra i vari consiglieri di amministrazione che si sono susseguiti troviamo anche Alexander Medvedev (con un passato nei servizi segreti) che fu responsabile della crisi del gas che nel 2006 colpì sia l’Ucraina che i paesi europei. In quegli stessi anni i vertici di Eni decisero di legarsi con contratti pluridecennali al gigante russo: Luciano Sgubini, direttore della divisione gas, prolungò fino al 2027 i contratti di approvvigionamento di gas da Gazprom.

Nonostante la crisi in Ucraina, per il momento tutti gli attuali contratti tra Eni e le società energetiche russe non sono stati toccati, non solo con Gazprom, ma anche Rosneft con cui condivide lo sfruttamento del giacimento Zohr in Egitto e Lukoil per quanto riguarda i giacimenti in Messico e in Kazakistan. Sarà difficile nel futuro immediato per Eni (e quindi per l’Italia) sganciarsi dai suoi partner commerciali russi, ammesso che la società intenda farlo, non è stato un caso se lo stesso Draghi nei primi giorni del conflitto abbia dichiarato «le sanzioni devono essere efficaci e sostenibili, devono essere concentrate in settori che non comprendano l’energia e che siano proporzionate rispetto all’attacco e non siano preventive. Il nostro paese è quello più esposto sul gas».

Da transizione ecologica a transizione militare

L’inedito scenario di crisi internazionale ha trascinato l’economia del nostro paese in una fase di stagflazione, le sanzioni applicate alla Russia sono state un boomerang per i prezzi non solo del gas, ma anche delle altre materie prime (nickel+94%, granturco+30%) e stanno compromettendo i consumi, provocando una brusca frenata alla crescita economica. La stima di un aumento del Pil del 4,2% fatta a dicembre 2021 è oggi ricalcolata al 3,7%.

A volte le crisi, se colte nel modo giusto, possono essere anche lo stimolo per un cambiamento in positivo, in questo caso si sarebbe potuta cogliere la palla al balzo per cambiare fonti di approvvigionamento energetico dal gas alle rinnovabili e intervenire sull’efficienza energetica, per perseguire in modo virtuoso gli impegni presi alla Conferenza per il clima dell’Onu di Glasgow. 

Non sta andando proprio così, al contrario Draghi, con la collaborazione del ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani, ha deciso di puntare tutto sul gas e sul petrolio «nostrano» attraverso il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) che di fatto rilancia la ricerca degli idrocarburi e le trivellazioni nella penisola. 

Sempre in direzione contraria rispetto a quello che dovrebbe essere un piano energetico virtuoso per quanto riguarda i vincoli ecologici si aggiunge anche il decreto legge del 28 febbraio scorso che rilancia l’utilizzo delle centrali a carbone. Come si può leggere nell’articolo 2: 

In caso di adozione delle misure finalizzate a ridurre il consumo di gas naturale nel settore termoelettrico ai sensi del comma 1, la società Terna S.p.A. predispone un programma di massimizzazione dell’impiego degli impianti di generazione di energia elettrica con potenza termica nominale superiore a 300 MW che utilizzino carbone o olio combustibile in condizioni di regolare esercizio, per il periodo stimato di durata dell’emergenza, fermo restando il contributo degli impianti alimentati a energie rinnovabili. Terna S.p.a. trasmette con periodicità settimanale al Ministero della transizione ecologica e all’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente un programma di utilizzo degli impianti di cui al primo periodo ed effettua il dispacciamento degli impianti medesimi, nel rispetto dei vincoli di sicurezza della rete, in modo da massimizzarne l’utilizzo, nonché assimilandoli alle unità essenziali per la sicurezza del sistema elettrico. L’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente definisce i corrispettivi a reintegrazione degli eventuali maggiori costi sostenuti dai predetti impianti. 

A questo va aggiunto che non solo si torna all’utilizzo del metodo più inquinante per produrre energia, ma si fa una deroga anche sul limite di emissioni, allineandolo a quello europeo, più blando rispetto ai precedenti limiti fissati a livello nazionale: 

Tenuto conto della finalità di cui al comma 1 e della situazione di eccezionalità che giustifica la massimizzazione dell’impiego degli impianti di cui al comma 2, a tali impianti si applicano esclusivamente i valori limite di emissione nell’atmosfera e le regole sulla qualità dei combustibili previsti dalla normativa eurounitaria, in deroga a più restrittivi limiti eventualmente prescritti a livello nazionale in via normativa o amministrativa.

Tutte le promesse e le dichiarazioni di Draghi e Cingolani e dei loro omologhi europei in tema di clima si dissolvono di fronte alla corsa al riarmo, così i fondi di NextGenerationEU che sarebbero dovuti servire per i progetti di riconversione ecologica del vecchio continente saranno destinati al riarmo: la Germania ha stanziato 100 miliardi di euro alla difesa e l’Italia, proprio nel nuovo decreto Energia, introdurrà la misura di portare le nostre spese militari al 2% del Pil. Come afferma Draghi: «La determinazione a portare al 2% le spese militari c’è, quando farlo e come farlo è tutto da discutere ma anche su questo fronte la risposta non può che essere europea, perché gli investimenti sono significativi. Sono investimenti impensabili se dovessero gravare solo dai bilanci nazionali».

Opportunità e rischi

La crisi energetica e l’inflazione hanno provocato da subito una reazione delle classi popolari che soprattutto nel sud Europa soffrono maggiormente gli effetti del caro-vita. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le proteste in tutta Italia, l’insostenibile prezzo della benzina, ma anche delle bollette e dei generi alimentari ha alimentato un’ondata di malcontento che si sta esprimendo attraverso mobilitazioni locali di agricoltori, autotrasportatori, comitati di quartiere. 

Allo stesso tempo si è accesa anche la protesta dei movimenti per la giustizia climatica che chiaramente si oppone a un ritorno al carbone e alle concessioni per le trivellazioni al largo delle nostre coste, per tutelare la salubrità dei territori e per evitare un aggravamento della catastrofe climatica, che già sta producendo effetti tangibili come la grande siccità che stiamo vivendo in questo periodo in Italia e che produrrà effetti nefasti sull’agricoltura nostrana.

La posta in gioco è creare una convergenza tra i movimenti contro il caro-vita e il movimento climatico, per evitare che Draghi possa recuperare le rivendicazioni di una o dell’altra parte producendo due scenari possibili: che i costi della transizione vengano scaricati sui poveri o che gli interventi contro il caro-vita vengano fatti ai danni dell’ambiente e della salute delle persone.

*Federico Scirchio, laureato in filosofia e militante di ecologia politica, si occupa di temi legati all’ecologia e alle nuove tecnologie

 

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