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Transizione soft ?

di Nicola Casale e Raffaele Sciortino*

 

Il logoramento politico di quasi un anno e mezzo sembra sterzare verso il dopo Berluska. Un po’ di cautela è d’obbligo, non perchè il Cavaliere abbia coefficienti effettivi su cui rilanciarsi quanto per l’inconsistenza del fronte che punta a sostituirlo e la nullità della cosiddetta opposizione, fin qui non a caso bloccati dalla paura di restare col cerino in mano e di dover andare alle elezioni. Vedremo se basterà il salvacondotto interno garantito a Berlusconi e Mediaset…

Cosa ha provocato l’accelerazione della crisi politica? Scandali a parte, è la “paralisi” dell’azione di governo denunciata dagli industriali, l’incapacità irrecuperabile di arrestare il declino del paese dentro una crisi che sta ribaltando tutti gli equilibri. In gioco non è solo la sicura esplosione del debito pubblico – col rischio default dello stato e conseguente crisi dell’intero sistema bancario italiano che sulle rendite statali si regge – ma anche la potenziale crisi dell’euro, che finora ha funzionato da ancora di salvataggio, e in più il rischio tangibilissimo che questa volta non ci sarà neanche la possibilità di ripartire dalla produzione industriale (il rapace prendi e fuggi del finanziere Marchionne ne è la riprova). Soprattutto, incombe una crisi sociale di cui quella politica è lo specchio. Di fronte ai primi segnali di ciò – lotta al ddl Gelmini, 16 ottobre, Terzigno, Brescia – il governo si è mostrato incapace di affrontare politicamente le ancora timide tensioni mentre la gelatina sociale che ne è stato fin qui il collante è presa dal panico e va velocemente decomponendosi tra la disperazione e il rancore. Pesa, infine, la mancanza di un minimo di credibilità rispetto ai sacrifici neri che subentreranno al posto del “sogno” berlusconiano del bunga-bunga per tutti.

Tutto ciò ha rafforzato le diverse pressioni convergenti su Fini. Una figura di per sé priva di consistenza politica e di un vero programma -ma non di appoggi internazionali, da Washington a Tel Aviv- si trova ora, in compagnia dei centristi pronti a fagocitare pezzi dei due poli, a tentare di coagulare le preoccupazioni del Sud rispetto al federalismo leghista in un quadro istituzionale unitarista di cui si fanno garanti Napolitano, il Vaticano, le forze armate. Al coro sembra ora essersi unita, “dal basso”, anche la voce nazionalpopolare di Saviano. Il laboratorio siciliano ha incubato questa tendenza anticipando sia la crisi di un berlusconismo percepito come troppo piegato all’asse Tremonti-Lega sia lo spappolamento del Pd. Ma la spinta decisiva sta venendo da parte dei poteri che contano al Nord: settori di Confindustria, banche e grande stampa, allarmati dalla situazione complessiva ma che pur dovendo far leva in questo momento sulle manovre dei futuristi restano decisi a concedere poco o nulla a qualsivoglia pulsione meridionalista. Se non è una quadratura del cerchio poco ci manca.

La carta a disposizione dei post-berlusconiani è la prospettiva di un governo di “unità nazionale” a guida “prestigiosa e competente” nel tentativo (difficile) di dare un minimo di coerenza a quanto sopra. Il papabile Draghi ne ha di recente ribadito il programma (Crescita, benessere e compiti dell’economia politica, lectio magistralis tenuta ad Ancona il cinque novembre scorso). Il punto dolente della situazione viene individuato, prevedibilmente, nella secca perdita di competitività dell’economia italiana. Il cuore del messaggio sta però nella denuncia della dimensione media infima delle imprese non in grado di tener testa alla crisi globale (il mito dei distretti industriali va dunque in frantumi) e, udite, del dualismo del mercato del lavoro (“senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico”) e della perdita di quella social capability complessiva – legalità, fiducia, socialità – che è un problema non del solo Mezzogiorno ma dell’intero paese.

La cosa interessante è la mano tesa in questo modo da Bankitalia, neanche tanto implicitamente, a soggetti come la Cgil da associare a un rinnovato patto sociale pro rilancio nazionale. La ricetta proposta è per un verso scontata: fare perno sulla dedizione lavorativa dei soliti noti e tagliare con i “corporativismi” (leggi welfare troppo generoso!). In cambio, si apre a una possibile convergenza sul terreno della social capability da ricostruire nel paese anche andando a esigere un maggiore contributo all’uscita dal tunnel da parte degli strati sociali più profittatori e parassitari abituati a prelevare, dal lavoro e dallo stato, senza nulla dare in cambio (resta però il problema di come conseguire ciò). E’ la presa d’atto nell’establishment che il programma Marchionne-Sacconi-Bonanni non ha raggiunto i suoi obiettivi e anzi rischia di acuire eccessivamente le tensioni sociali (vedi la mobilitazione francese) mentre il tanto decantato tessuto microimprenditoriale del Nord che ha da sempre puntato sulla liberazione da lacci e lacciuoli non se la passa affatto bene.

Ecco dunque la transisione soft cui dall’alto si tenta di dar corpo nel modo più indolore possibile. Una carta che questa ipotesi può al momento tentare è, non sembri assurdo, far leva in una certa misura anche su un sentimento diffuso di disagio e rabbia – in parte trasversale ai movimenti dal basso di grillini, viola ecc. e rispecchiato p.es. dai lettori de il fatto quotidiano – che non da ora sta prendendo piede sulle istanze contro l’illegalità mafiosa e politica, per la “meritocrazia” anticlientelare nelle università e nella pubblica amministrazione, per la richieste di regole anche in campo economico contro la deregulation finanziaria, ecc. Il successo di Saviano, anche se non preludesse ad un suo esplicito intervento in politica, testimonia questa esigenza di un profondo cambiamento di registro nel paese che non è separato ma informa di sè anche i temi socio-economici (dal lavoro ai beni comuni declinati minimalisticamente). Una riedizione in scala ridottissima di “mani pulite” agita dall’alto possibilmente senza piazza o con una piazza il più possibile attutita? Difficile: il contesto è completamente mutato, i margini per recuperare dall’alto certi temi “ambivalenti” si sono fatti molto stretti. E comunque sia, nelle intenzioni dell’establishment l’appello e la prospettiva… a venire di una “ritrovata legalità” dovrebbero surrogare qualunque attesa immediata di riscatto socio-economico da parte di chi non solo ha già dato ma dovrà tornare a dare per ripiananare i danni della global crisis.

Va da sé, infatti, che non uno dei nodi di fondo della condizione di chi vive sotto il ricatto della precarietà e della finanza vedrebbero in questo quadro post-berlusconiano la minima possibilità di soluzione. Anzi, di fronte alle non soluzioni, ne uscirebbero rafforzate le spinte centrifughe che stanno prendendo piede al sud e quelle già forti al nord.

Sul versante politico, lo sfrangiamento del tessuto nazionale e la sua leghizzazione procedono, anche al sud, e non si vede come potrebbero arrestarsi con richiami retorici all’unità nazionale accompagnati da tagli reali alla spesa sociale e dall’incapacità statale oramai connaturata di porre rimedio a disastri come quello dei rifiuti. Nel mentre alla Lega -che non è il partito forte radicato nel territorio di cui si ciancia, ma sempre più una rete di governance di affari e rendite che non a caso non esce bene dalla deindustrializzazione del nord e da evenienze come l’alluvione in Veneto- potrebbe non dispiacere un periodo all’opposizione in attesa di un ritorno ancora più aggressivo.

Sul versante economico, l’euro è a rischio e comunque il rimanere agganciati alla valuta europea esigerà sacrifici effettivi e ingenti se come probabile la speculazione internazionale, dopo Grecia e Irlanda, continuerà l’affondo. Dove quindi i margini anche solo per uno scambio sociale minimo? Le forme e il contesto del piano Fabbrica Italia possono cambiare ma la sostanza resta in gran parte invariata. Resta infatti per le classi sfruttatrici l’utilizzo della crisi come leva per un ulteriore violento attacco alla massa salariale e alla condizione generalizzata di precarietà al minor costo possibile per la stabilità del sistema. (Nel mirino potrebbero cadere a breve le pensioni alla luce della crisi irlandese).

Sul piano internazionale, infine, si fa sempre più urgente ma anche confusiva la questione dell’allineamento dell’Italia, stretta fra tentazioni neoatlantiste e filosioniste (cui non è estraneo Fini) e richiami oramai espliciti, anche dalle pagine del Sole24ore, ad agganciarsi alla Germania (cui guarda Draghi). Mentre è oramai impraticabile l’equilibrismo berlusconiano (tra States e Russia, Mediterraneo e Germania, Tel Aviv e Vaticano) e sembra scomparso dall’orizzonte il programma anticinese del vuoto Tremonti…

Comunque la si rigiri, l’equazione politica italiana sta diventando dunque assai complessa se non impossibile financo dentro la cornice istituzionale delle regole “ammesse”. (Anche se è sempre bene non perdere di vista il fatto che non siamo di fronte a mere anomalie italiche ma alle ripercussioni degli sconvolgimenti globali in atto: fine del change obamiano, crisi del bipolarismo britannico, ecc.).

In questo quadro di crescente instabilità e confusione, che è peraltro solo agli inizi, non è facile fissare punti fermi in una prospettiva di conflitto e di antagonismo sociale. Ma è forse possibile individuare alcuni nodi più vicini.

Primo. Il sedici ottobre ha segnato la possibilità, nulla di più ma nulla di meno, di un inizio di percorso comune trasversale a diversi soggetti sociali contro le politiche di crisi e ha indicato una certa indisponibilità della piazza al patto sociale di cui sopra. Da allora la Fiom ha per un verso faticato a dare corso pratico alle buone intenzioni; per altro verso ha mantenuto le sue posizioni arrivando a chiedere alla Cgil di abbandonare il tavolo di concertazione con Confindustria in cui si sta cucinando quel patto di cui è la vittima designata. Quindi la Fiom è costretta a fare da sola rispetto all’ambito istituzionale -nonostante sia alla ricerca di sponde politiche nuove che comunque non riprodurranno le dinamiche di un tempo- e a continuare il percorso iniziato con gli altri soggetti se non vuole essere schiacciata. Nel caso dovesse ripartire anche da noi un conflitto sociale ampio gli spunti a tutt’oggi abbozzati -soprattutto il nesso tra lavoro e beni comuni- saranno serviti per indicare in direzione di una maggiore autonomia dei movimenti anche se si riveleranno comunque insufficienti. E’ tutta da sviluppare poi la capacità di catalizzare, per quello che sarà possibile, l’ampio e profondo disagio sociale su “temi ambivalenti” quali regole, responsabilità ecc. in direzione di un dispiegato conflitto ai meccanismi cruciali della finanziarizzazione.

Secondo. Il Pd è stracotto, il bipolarismo è in frantumi. Non possiamo che rallegrarcene. Se a Vendola riescono così le prime incursioni nel Pd anche al nord, sintomo di una base in profondo disagio e di una dirigenza fasulla e autodistruttiva, il punto diventa: è meglio correre a salvare il carrozzone (del resto già oggetto di spartizione in corso) o lasciare che i morti seppelliscano i loro morti? E poi: come affrontare, senza esserne risucchiati, il passaggio politico che si sta cucinando se continua a mancare tra i vendoliani la “scesa in campo” attiva al cui posto imperversano delega al leader e mediatizzazione? Sarebbe bene riflettere su come si è miseramente, e in poco tempo, conclusa la parabola obamiana.

Terzo. Al Sud più di un segnale indica l’emergere possibile di un leghismo opposto e speculare a quello del Nord. Tra le classi dirigenti e amministrative l’obiettivo sarebbe la mera ricontrattazione al ribasso, stante la torta che si fa più piccola, sui trasferimenti statali in cambio di un controllo più ferreo sul tessuto sociale. Gli strati proletari potrebbero invece essere portati a riprendere in mano la bandiera del “sud sfruttato” ribaltando la narrazione, spesso interiorizzata, che li vede incapaci e bisognosi dell’aiuto del Nord. Ma se questo passaggio, peraltro non scontato e dai contorni oggi imprevedibili, non deve semplicemente risultare in una strumentalizzazione dall’alto foriera di sicura sconfitta e rinnovata subordinazione ai meccanismi del mercato diseguale e globale, la prima cosa da fare è ripulire casa propria dalla marcia classe dirigente meridionale. Mettendo così a nudo che le peculiari forme di accumulazione capitalistica del Sud, particolarmente criminogene e cancerogene, sono il frutto non di una presunta arretratezza pre-moderna o di una dipendenza meramente esterna ma della sua collocazione centrale nel “sistema” (mercato e stato: vero Saviano?). Terzigno insegna.

Quarto. Dopo una reazione spontanea per cui pur di far fuori il Berluska si è dato segno di accettare Fini, iniziano a manifestarsi in quello che residua del popolo di sinistra i primi dubbi sull’opportunità di cauzionare “dal basso” la svolta post-berlusconiana. In effetti, va benissimo che il Cavaliere tracolli con tutto il suo immondo entourage, ma quello di Fini (a proposito: dov’era quando a Genova moriva Carlo, e non è sua la firma con Bossi sulla famigerata legge che clandestinizza i migranti…?) e compagnia non è meno pericoloso solo perchè si sta rifacendo il trucco. L’aspetto importante è, se e quando l’antiberlusconismo non farà più da collante, e lo abbiamo visto il sedici in piazza, che i movimenti le pulsioni le istanze sorti intorno ad esso andranno incontro a inevitabili chiarificazioni, rotture, dissoluzioni. E allora i nodi profondi della situazione italiana dentro la global crisis potrebbero venire al pettine delle dinamiche sociali…

[nota: abbiamo provato qui a delineare alcuni nodi di fondo della situazione italiana, mentre le dinamiche sociali tra e nelle classi che con la crisi si stanno aprendo meriteranno ben altro approfondimento]

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