InfoAut
Immagine di copertina per il post

Il Canale che ha ucciso 130.000 egiziani

||||

In  vari episodi di sfruttamento e di guerra intorno al Canale di Suez, l’Egitto ha perso circa 130.000 vite, coinvolte direttamente o indirettamente nella storia del Canale.

Fonte: english version

Mohamed Hussein Al Sheikh -3 marzo 2017

“Abbiamo un complesso da De Lesseps, da Cromer e dall’occupazione politica attraverso l’economia”. Queste furono le parole del defunto presidente egiziano Gamal Abdel Nasser durante il suo discorso in occasione della nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956. Nell’ottobre dello stesso anno, l’audace decisione di Nasser portò alla guerra  di Israele, Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto.

La storia mostra che è giustificato il fatto che gli egiziani siano sensibili quando si tratta del Canale di Suez, considerando la quantità di sacrifici a loro richiesti per e intorno ad esso. Dall’inizio del progetto, nel 1859, vi è stato versato il sangue di quasi 130.000 egiziani.

Il Canale di Suez è l’arteria che collega il Mediterraneo al Mar Rosso. Ogni anno, fa guadagnare all’Egitto miliardi di dollari. Fu inaugurato nel novembre 1869 sotto il Khedive Ismail, all’epoca governatore dell’Egitto.

Il francese Ferdinand De Lesseps aveva convinto Abbas Pasha, il precedente sovrano egiziano, a scavare il canale. Fondò una società per gestirlo e l’Egitto ne ebbe una piccola quota, guadagnando il 15% dei profitti. Successivamente lo stato egiziano fu costretto a vendere anche questa piccola quota alla Gran Bretagna.

Lo scavo  fu fatto dagli egiziani e secondo Nasser, nel suo discorso di nazionalizzazione, 120.000 lavoratori  morirono durante i lavori. Il libro “The Suez Canal, an epic story of a people and the dream of generations” pubblicato dal Ministero dell’Istruzione in Egitto nel 2014, afferma che circa 1 milione di lavoratori egiziani  presero parte agli scavi e circa 100mila morirono.

Ciò che spiega questo numero enorme è il trattamento disumano dei lavoratori. La ricercatrice francese Nathalie Montel, nel suo libro “Le Chantier du Canal de Suez (1859-1869)”, tradotto dallo storico egiziano Raouf Abbas, descrive alcune delle difficoltà   che i lavoratori dovevano affrontare, come la mancanza di acqua potabile, vitale nel caldo torrido del deserto. Spiega che,secondo un decreto di Said Pasha, il sovrano dell’Egitto all’epoca, il lavoro forzato era un modo assolutamente legale per ottenere lavoratori. Ogni mese sarebbero stati portati a lavorare circa 10.000 operai, e dopo il 1861 il numero raggiunse i 25.000.

La ricercatrice francese descrive due stili di vita intorno al canale. Il primo riguarda ristoranti, panetterie, negozi di alcolici, caffè, saloni e bar per l’élite straniera,  il secondo era quello di  una vita miserabile per i lavoratori forzati che soffrivano sete, umiliazioni e ingiustizie.

Secondo le cartelle cliniche archiviate nella Biblioteca di Alessandria, le malattie più comuni tra i lavoratori erano malattie polmonari, casi di diarrea estrema, dissenteria, epatite, vaiolo e tubercolosi. Nell’estate del 1865 il colera  si aggiunse a questa lista ed era così mortale che la compagnia non riuscì a ingaggiare abbastanza uomini per sollevare i corpi dei morti da seppellire nel deserto.

Oltre a tutto ciò, i lavoratori furono esposti a una sostanza liquida che conteneva fosforo e che portò migliaia di persone a contrarre strane malattie mortali.

I lavoratori  venivano selezionati nella città di Al Zaqaziq: quelli che sembravano deboli venivano respinti, quelli che erano di corporatura robusta raggiungevano a piedi il canale,legati con le corde, in quattro giorni. Ognuno aveva una bottiglia d’acqua e un pezzo di pane secco. Arrivavano ​​alle aree di scavo esausti e sostituivano i vecchi lavoratori il cui ingaggio sera programmato per un mese.

L’operazione di scavo  fu una scena impressionante,  che attirò molti turisti stranieri.

Il canale, lungo 193 km,  fu scavato a mano e il dottor Abdelaziz Al Shennawi, professore di  Storia all’Università del Cairo, menziona nel suo libro “Forced Labor in the Digging of the Suez Canal” che la società di Suez non  fornì alcun mezzo meccanico, ad eccezione di due trattori forniti un mese prima che iniziassero ufficialmente gli scavi. Nonostante le dimensioni e la profondità del canale, l’intenzione era chiaramente quella di sfruttare  per gli scavi il popolo egiziano.

Tel El Kebir 1882

Il canale di Suez  fu una delle principali cause dell’occupazione britannica dell’Egitto. Dopo la ribellione del ministro della Difesa Ahmed Orabi contro l’egiziano Khedive Tewfik, quest’ultimo convinse la Gran Bretagna ad intervenire militarmente per fermare Orabi. Il suo pretesto era che Orabi voleva espellere gli stranieri dall’Egitto, il che avrebbe minacciato gli interessi della Gran Bretagna nella valle del Nilo, in particolare riguardo il Canale di Suez. Il Regno Unito aveva acquistato le quote egiziane del canale, strategico per essa, in quanto collegava la Gran Bretagna alle sue colonie a est.

Nel 1882 l’esercito britannico bombardò Alessandria e la occupò, ma non riuscì ad avanzare ulteriormente all’interno del paese. Gli inglesi furono sconfitti dall’esercito e dal popolo di Kafr Al Dawar. La flotta britannica abbandonò Alessandria lasciandosi dietro una guarnigione e  cercò di occupare l’Egitto da est, entrando dal Canale di Suez, da Port Said, per poi occupare il Cairo.

Nel suo libro “The History of Modern Egypt” , Abdel Azim Ramadan sostiene che Ahmed Al Orabi, il capo dell’esercito egiziano,  pensava di riempire il  canale per impedire agli inglesi di avanzare verso l’interno del Pese. . Fu indotto a cambiare idea da Ferdinand De Lesseps, allora presidente della Suez Company. De Lesseps  convinse Orabi che la Gran Bretagna non avrebbe osato entrare attraverso il canale, perché esso godeva di uno status internazionale speciale e la maggior parte delle azioni della società  erano di proprietà di stranieri, principalmente della Francia. Nel canale non era consentito il passaggio di flotte militari. Orabi  abbandonò l’idea,  ma in seguito fu chiaro che Lesseps lo aveva ingannato.

Il 13 settembre 1882, le forze egiziane di stanza a Tel El Kebir, a Ismailia, vicino al canale, furono sorprese di vedere gli inglesi arrivare con alcuni beduini che li stavano guidando  verso le basi dell’esercito egiziano. Secondo Abdel Azim Ramadan,  scoppiò una feroce battaglia di 30 minuti. 1.396 soldati egiziani furono uccisi e 681 feriti, oltre a 57 soldati britannici uccisi, 380 feriti e 22 dispersi, secondo l’Archivio Nazionale Britannico.

L’invasione tripartita del 1956

Il 26 luglio 1956, Gamal Abdel Nasser dichiarò la nazionalizzazione del Canale di Suez, che era per lo più di proprietà di stranieri, in particolare Francia e Gran Bretagna. Il 29 ottobre dello stesso anno, le forze israeliane attaccarono il Sinai sulla sponda orientale del canale, in coordinamento con Francia e Gran Bretagna che schierarono le loro forze sulla sponda occidentale. L’esercito egiziano, che si confrontava con l’esercito israeliano, fu circondato . Abdel Nasser  sfuggì alla trappola ordinando alle sue truppe di ritirarsi dal Sinai e di tornare nella zona del canale. Gli egiziani ricorsero a una guerra non convenzionale in cui ufficiali dell’esercito e forze di resistenza popolare si sarebbero coordinate a Port Said. La guerra terminò nel marzo 1957. Un totale di 3.000 egiziani furono uccisi e oltre 4.900 feriti.

La “Naksa” del giugno 1967

Il 5 giugno 1967, Israele lanciò un attacco contro l’Egitto, la Siria e la Giordania. Israele  occupò la penisola del Sinai, il lato orientale del canale. Secondo le memorie del feldmaresciallo Mohamed Abdel Ghani el-Gamasy, ex ministro della difesa e comandante delle truppe di terra durante la guerra, furono uccisi o dispersi tra 9.800 e 15.000 soldati egiziani. Secondo un rapporto della Croce Rossa, tuttavia, il numero di vittime egiziane fu di 10.000.

La guerra di logoramento

Dopo la sconfitta del 1967, l’esercito egiziano era  posizionato sulla sponda occidentale del canale, mentre le forze israeliane erano posizionate  su quella orientale. Le due parti si impegnarono in una guerra di logoramento in cui persero la vita 4.000 soldati egiziani oltre a 10.000 civili delle città intorno a Suez. Secondo la Croce Rossa le vittime  raggiunsero le 14.000.

La guerra dell’ottobre 1973

Il 6 ottobre 1973 iniziò la guerra araba per la liberazione delle terre occupate da Israele. Le forze egiziane attraversarono il canale e invasero la sponda orientale. Il numero di vittime egiziane è ancora oggetto di controversia, alcuni  dicono tra 5.000 e 15.000, mentre lo storico e giornalista americano Abraham Rabinovich afferma che il numero complessivo di morti siriani ed egiziani fu di  8.528, oltre a 19.549 feriti. La Croce Rossa afferma che il numero di vittime egiziane fu di 10.000, 2.000 dei quali caddero  nel passaggio del canale il 6 e il 14 ottobre. Il resto morì dopo che l’esercito egiziano occupò l’area di Madaik, nel centro del Sinai, fino al cessate il fuoco del 22 ottobre 1973.

In tutti questi episodi di sfruttamento e di guerra intorno al Canale di Suez, l’Egitto ha perso circa 130.000 vite, coinvolte direttamente o indirettamente nella storia del Canale.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” –Invictapalestina.org

 

 

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

canale di suez

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La guerra su Gaza ha privato 800 mila studenti del “diritto all’istruzione”, afferma l’Ufficio dei media di Gaza

Gaza. Almeno 800 mila studenti sono stati privati dell’istruzione a causa del protrarsi dell’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, durata mesi, ha dichiarato sabato l’Ufficio dei media di Gaza.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Argentina: Senza acqua né cibo e in “condizioni inumane”, così sono stati i giorni in prigione per aver marciato contro la Legge Basi

Sofía Ottogalli si sente una perseguitata politica. Lei, insieme ad altre 32 persone, è stata detenuta la settimana scorsa mentre protestava al Congresso contro la Legge Basi che è promossa dal Governo di Javier Milei.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Sapienza per la Palestina: la Rettrice scrive la mobilitazione risponde.

Qualche giorno fa la rettrice Antonella Polimeni ha mandato una mail a tutt* gli/le student* della Sapienza per condannare la tendopoli che si è tenuta al pratone e l’occupazione della facoltà di lettere. Com’è noto entrambe queste iniziative sono avvenute in solidarietà con il popolo palestinese. Riportiamo sia la mail della rettrice Polimeni sia tre […]

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Argentina: Il pubblico ministero accusa gli arrestati di “possibile sedizione contro l’ordine istituzionale” e sollecita la “prigione preventiva”

Oggi in una conferenza stampa la ministra della Sicurezza ha detto che “il colpo di stato moderno è il tentativo di rendere vano il funzionamento delle istituzioni democratiche”.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Israele affonda lentamente nella crisi istituzionale

In pochi giorni abbiamo assistito ad un botta e risposta tra esercito e governo israeliano sulle pause tattiche. Oggi Netanyahu ha annunciato lo scioglimento del gabinetto di guerra.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Dentro e fuori il G7. Il bilancio del contro-vertice e l’esito (debole) del documento finale

Si è chiuso il meeting in Puglia del G7 presso il resort di lusso di Borgo Ignazia, alla presenza delle elitè mondiali: al tavolo i leader di Italia (che l’ha presieduto), Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone, Canada e Gran Bretagna.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

G7: al via il summit nel brindisino. Diversi gli appuntamenti per opporsi al vertice

Giovedì 13 giugno via al vertice G7, lo (stanco) rito dei cosiddetti Grandi del mondo, riuniti nel 2024 a Borgo Egnazia, in Puglia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Israele continua la guerra genocida: il cessate il fuoco rimane lontano

In questi giorni la guerra genocida protratta da Israele nei confronti della Striscia di Gaza non si arresta.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Elezioni in Germania: un’analisi del voto

Gli esiti delle elezioni europee in Germania si iscrivono in una tendenza generale di un’Europa belligerante in crisi, aprono la via alle destre più estreme, cancellano le poche illusioni rimaste rispetto alla rappresentanza.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

I giovani in rivolta possono scrivere la storia!

Dopo un mese di mobilitazione dell’Intifada studentesca il Consiglio di Dipartimento di Cultura Politiche e Società chiede la sospensione di tutti gli accordi di collaborazione con lo Stato genocida di Israele e l’Università di Torino e di tutta Italia, chiedendo al Rettore di UniTo Stefano Geuna di portare la mozione alla CRUI, Conferenza dei Rettori delle Università di Italia.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Raúl Zibechi: sempre più vicini al collasso

La notizia del drastico calo del traffico nel Canale di Panama e in quello di Suez, provocati rispettivamente dal cambiamento climatico e dalla guerra, non è sotto i riflettori mediatici.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Fronte di guerra nel canale di Suez

Negli ultimi giorni si è aperto un nuovo fronte laterale nel conflitto a Gaza. È l’attacco e la minaccia portata avanti dal partito degli Houti dello Yemen alle navi che transitano per il canale di Suez battenti bandiera israeliana e quelle destinate ad attraccare nei porti israeliani.