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Il gol di Maymun

Il marito di Mymun Abdi Abu Bakar ha rifiutato l’ordine dei miliziani a “tenere la sua donna sotto controllo”: aveva piacere nel vedere la moglie praticare un’attività con tanta passione e per questo non ha voluto opporsi alle sue scelte. La rappresaglia è giunta immediata e, nella notte, la casa dei due è stata assaltata e Abdi ucciso. Maymun, incita al momento dell’attacco degli islamisti, ha deciso di aspettare la nascita della piccola Fahima e, venduti i suoi amati trofei per 30 dollari, è scappata oltre il confine, rifugiata nel campo profughi di Ali Addeh in Gibuti. Lì sta ora crescendo la bimba, va a scuola e gioca a calcio con gli altri ragazzi. Se mai vincerà altri trofei, ha detto, li conserverà con gelosia per mostrarli a Fahima.

Non guardiamo a questa questa notizia attraverso lenti intrise di pietà coloniale, perché anche nella fortezza Europa vediamo ogni giorno la possibilità di ogni donna di realizzare i suoi sogni minacciata da salari troppo bassi, assunzioni negate per il solo fatto di essere considerata debole, fisicamente e psicologicamente, o perché potenzialmente incinta. Discriminazioni basate sull’aderenza a particolari standard fisici o di scelta di vestiario, ricatti di padri-padroni, mariti o fidanzati gelosi, capi o colleghi viscidi e prepotenti.
Ci schieriamo al fianco della giovane Maymun che ha scelto di inseguire i propri desideri. Prendiamo forza dalla sua determinatezza e orgoglio, consapevoli che i suoi nemici sono i nostri nemici: coloro che per spaventarci e indebolirci negano le nostre passioni, direttamente o subdolamente e che sfruttano ricchezze collettive, come in questo caso lo sport, per continuare a riprodurre frammentazione e subordinazione. Per noi possono essere pratiche liberatorie di abbattimento delle barriere del sessismo, del razzismo, delle disparità socio-economiche. Passioni a cui non vogliamo rinunciare.

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