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Udine: i/le giovani scendono due volte in campo contro Israele

Più di 15.000 a Udine solidali con la Palestina: considerazioni sul corteo del 14 ottobre.

da CUA Torino

«Rifiutiamo ogni forma di collaborazione con lo stato illegittimo di Israele: dallo sport alle università, dalla produzione bellica a qualunque iniziativa culturale che provi a dargli spazio. Bloccheremo tutto finché la Palestina non sarà libera, finché i governi non rinunceranno al riarmo, alla guerra e agli investimenti nelle aziende della difesa.»


Due giorni fa a Udine si è tenuta Italia-Israele, partita di calcio che dal principio non avrebbe dovuto giocarsi, che ha nuovamente dimostrato la condiscendenza del nostro stato con l’entità sionista, permettendo l’ennesimo evento atto a ripulire l’immagine di Israele a livello internazionale e normalizzare l’occupazione, l’apartheid e il genocidio.

Tutto ciò mentre da due anni chi esprime solidarietà al popolo palestinese, dentro e fuori dagli stadi, viene continuamente perseguitato e represso. A dispetto dei proclami sul cessate il fuoco, l’ipocrisia continua e con essa anche i massacri. È notizia delle ultime ore l’indisponibilità dello stato sionista di aprire il valico di Rafah, lasciando fuori 1300 camion di aiuti umanitari, per far salire il conto delle morti per fame. Di fronte a ciò le piazze continuano e continueranno a chiedere giustizia e umanità per uno sterminio che evidentemente non si cancella con una firma.

Nonostante gli appelli rivolti alla nazionale italiana, alla FIGC e alla Rai affinché la partita venisse annullata, la delegazione israeliana è arrivata nella città friulana scortata da servizi segreti, esercito e persino cecchini ad eseguire controlli anti-terrorismo rigorosi e minuti e sorvegliare la zona rossa attorno allo stadio, apparato di sicurezza dispiegato per proteggere chi è realmente promotore diretto del terrore, i tifosi estremisti sionisti compresi.

Il 14 ottobre le vie di Udine erano gremite di un immenso corteo di oltre 15.000 persone decise ad opporsi alla partita. Lo sport infatti è anche politica e chi sostiene il contrario, tentando di svuotarlo di significato, non ricorda o non vuole ricordare che in Palestina ogni tipo di infrastruttura sportiva, stadi inclusi, è stata distrutta o trasformata in campo per sfollati o luogo di detenzione e centinaia di lavoratricə dello sport sono statə uccisə, cancellando ogni possibilità di competere internazionalmente per anni. Chi due giorni fa a Udine ha fatto risuonare cori e sventolato bandiere in solidarietà con il popolo palestinese aveva ben chiara la volontà di ribellarsi e non chiudere gli occhi davanti alle politiche coloniali e genocidarie.

Nonostante il “benvenuto” costituito da negozi chiusi e centinaia di camionette e forze dell’ordine a blindare ogni strada del centro, non è stato fatto neanche un passo indietro: una parte del corteo determinata nel voler praticare l’obiettivo si è spontaneamente diretta verso lo stadio, proseguendo oltre piazza Primo Maggio, dove era invece programmato lo sciogliemento. Diversi reparti di polizia sono accorsi rapidamente, cercando di respingere l’iniziativa con idranti e un pesante lancio di lacrimogeni su tutto il corteo, anche ad altezza uomo. A poco sono serviti tali tentativi. La generazione del “Blocchiamo Tutto” che sta stravolgendo numerose piazze in tutto il paese ha ancora una volta dato dimostrazione di volere rispettare alla lettera l’indicazione del CALP di Genova: a Udine tantissimi giovani e sostenitori dello sport popolare, la maggior parte dei quali non aveva mai attraversato situazioni del genere, hanno messo in atto una strenua resistenza alle forze dell’ordine, difendendo per ore il corteo con barricate e rispedendo al mittente migliaia di lacrimogeni.

Nel mentre, in tante altre città sono stati organizzati presidi presso le sedi della Rai, anch’essa tacita complice del genocidio: oltre ad aver trasmesso indisturbatamente la partita malgrado i reclami, in due anni dal genocidio non si è mai espressa in merito se non veicolando notizie distorte, sminuendo, svilendo e strumentalizzando le lotte e la resistenza palestinese. Neanche sui giornalisti uccisi, massacrati e rapiti a Gaza è stata enunciata mezza parola. Anche a Torino ci siamo attivati per contestare questo colosso dell’informazione filtrata e corrotta.

Milioni di voci hanno deciso di spezzare un silenzio assordante: la maschera è caduta e ne sono la dimostrazione le piazze dell’ultimo mese, dove i giovani dopo anni stanno tornando ad essere protagonisti ponendosi la necessità di opporsi realmente, con i propri corpi, alla dilagante insensatezza delle decisioni di chi ci governa. Non si tratta solo di un’ondata emotiva: la rabbia che si riversa nelle strade è profondamente politica, figlia di uno stato che non è in grado di essere all’altezza delle esigenze reali delle persone, che sistematicamente costruisce narrazioni divisive a sfavore di chi ha il coraggio di metterci la faccia e denunciare l’ipocrisia di questo sistema.

Forti della consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia, non arretreremo di un passo davanti ai tentativi di reprimere le lotte e criminalizzare il dissenso.

Rifiutiamo ogni forma di collaborazione con lo stato illegittimo di Israele: dallo sport alle università, dalla produzione bellica a qualunque iniziativa culturale che provi a dargli spazio. Bloccheremo tutto finché la Palestina non sarà libera, finché i governi non rinunceranno al riarmo, alla guerra e agli investimenti nelle aziende della difesa.

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