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DDL NUCLEARE pt.II: un tuffo nel passato per guardare al futuro

Questo contributo si aggancia in particolare alla prima puntata dal titolo Guardare al futuro con una benda sugli occhi e vuole dare profondità storica al tema. Si tratta di guardare all’eredità che il nucleare del passato ha lasciato sui nostri territori e le conseguenze di questo “patrimonio” come passaggio fondamentale per poter strutturare uno sguardo al futuro.

Continuiamo a studiare e a tenere alta l’attenzione sul tema del ritorno del nucleare, al fondo dell’articolo è possibile trovare una raccolta di tutti i nostri approfondimenti sul tema.

Le foto inserite nell’articolo sono tratte dal documentario

Proponiamo un’intervista a Adna Camdzic, dottoranda in Global History of Empires all’Università di Torino. La sua ricerca si concentra sulla storia della deindustrializzazione nucleare in Italia, analizzando le scelte politiche e tecnologiche che hanno portato alla chiusura delle centrali nucleari e i loro effetti sociali, economici e ambientali sui territori coinvolti nella transizione energetica. Ha inoltre contribuito alla realizzazione del documentario “Memorie Nucleari“, dedicato alla centrale nucleare di Caorso, disponibile su YouTube.

  1. Cosa ti ha portato a scegliere proprio Caorso come caso di studio principale? Quali elementi rendono questo sito particolarmente significativo per comprendere la storia del nucleare in Italia? E, al tempo stesso, quanto pensi che la sua vicenda possa essere rappresentativa di un’esperienza più ampia, europea o globale? 

La scelta di questo caso di studio non è stata arbitraria, ma il risultato di un percorso di ricerca guidato dalle fonti. Nei documenti dell’archivio parlamentare e, in particolare, nei materiali prodotti dalla Commissione Scalia sulla gestione dei rifiuti negli anni Novanta, il sito emerge con insistenza come un impianto anomalo e problematico, distinto dagli altri nodi del nucleare civile italiano.

A renderlo particolarmente significativo è soprattutto la sua temporalità peculiare, che ne fa una sorta di condensato delle contraddizioni dell’intero programma atomico nazionale. Si tratta infatti di una centrale che arriva tardi e se ne va presto: concepita negli anni Sessanta come parte del rilancio del nucleare italiano, dopo l’avvio di Trino, Latina e Garigliano, è l’ultima a essere costruita e l’unica a entrare in funzione commerciale quando il ciclo storico dell’atomo è già in crisi a livello internazionale. Avviata solo nel 1981, viene fermata definitivamente nel 1990 con una decisione governativa, dopo appena qualche anno di attività effettiva, travolta prima dall’impatto di Chernobyl e poi dall’esito del referendum del 1987. È, in questo senso, una centrale “fuori tempo”, che rende visibile lo scarto tra una promessa tecnologica formulata nel pieno del tecno-ottimismo e una realtà politica ormai profondamente mutata. A questa brevissima fase produttiva fa seguito una temporalità opposta, segnata da un tempo lungo di attesa, sospensione e gestione dell’eredità industriale. Dal 1990 l’impianto entra nella custodia protettiva passiva e poi in un processo di decommissioning – fatto di decontaminazione e smantellamento – che si estende per decenni ed è tuttora incompiuto. In altri termini, la produzione di elettricità occupa un arco temporale limitato, mentre le conseguenze politiche, ambientali e sociali si protraggono per oltre trent’anni. Questo squilibrio temporale è rivelatore: dice molto del nucleare come tecnologia incapace di chiudere davvero il proprio ciclo e di contenere nel presente i costi delle proprie promesse.

Per questo il caso costituisce un osservatorio privilegiato non solo per comprendere la storia del nucleare italiano, ma anche per cogliere una dinamica più ampia, europea e globale. In molti Paesi industrializzati le centrali sono state operative per periodi relativamente brevi, mentre lo smantellamento degli impianti e la gestione dei rifiuti si sviluppano su scale temporali lunghissime, spesso scaricate sulle generazioni successive. Qui questa asimmetria diventa particolarmente visibile: una tecnologia pensata per il futuro che lascia soprattutto un’eredità problematica. Studiare il sito di Caorso significa dunque spostare lo sguardo dalla fase eroica della produzione e del tecno-ottimismo alla fase opaca del “dopo”, mostrando come il decommissioning non sia un atto finale neutro o puramente tecnico, ma una questione profondamente politica, territoriale e temporale. In questo senso, non siamo di fronte a un’eccezione locale, bensì a un caso emblematico di come il nucleare, una volta spenta la promessa, continui a occupare il presente.

  1. Nella tua ricerca analizzi la nascita dell’idea di “decommissioning” in Italia e la sua trasformazione in un nuovo campo di competenza dopo la chiusura del programma nucleare. Quali sono, secondo te, i momenti o gli attori chiave che hanno favorito questa transizione – dal fare energia al “disfare” le sue infrastrutture? Quali implicazioni ha avuto sui territori? 

L’idea di decommissioning in Italia non nasce improvvisamente dopo il referendum del 1987, né come semplice conseguenza della fine del programma nucleare. Al contrario, prende forma molto prima, già tra la fine degli anni Sessanta e soprattutto negli anni Settanta, all’interno di una fase di crescente incertezza sul futuro dell’atomo e di aumento delle preoccupazioni ambientali e di sicurezza degli impianti, sia a livello internazionale sia nazionale (pensiamo ai problemi sollevati dall’incidente di Three Mile Island del 1979). È in quel contesto che il “fine vita” delle installazioni nucleari inizia a essere pensato non più come un dettaglio marginale, ma come una questione strutturale del nucleare stesso.

Negli anni Settanta, infatti, il nucleare entra in crisi non solo per ragioni economiche e industriali, ma anche perché viene messo in discussione sul piano ecologico. Le contestazioni ambientali, l’emergere di nuovi saperi critici e, più in generale, la fine del tecno-ottimismo postbellico costringono istituzioni, tecnici e industrie a ripensare il nucleare come tecnologia “governabile”, controllabile lungo tutto il suo ciclo. In questa fase, anche in Italia, si tenta di rispondere alle critiche non abbandonando l’atomo, ma rilanciandolo in forme nuove: si parla di un nucleare compatibile con le preoccupazioni ambientali, di chiusura del ciclo del combustibile, di riduzione delle scorie attraverso tecnologie come il riprocessamento e di superamento dei limiti tecnologici dei reattori tradizionali grazie ai reattori veloci.

È all’interno di questo clima sperimentale che emerge anche il decommissioning, inizialmente non come politica di uscita dal nucleare, ma come promessa tecno-ambientale. Dimostrare che un impianto può essere smantellato in sicurezza, che un sito può essere restituito al territorio e che le scorie possono essere gestite, diventa un modo per rispondere alle proteste ambientaliste e per preservare la legittimità del nucleare stesso. In Italia questa fase è segnata da una serie di progetti pilota e sperimentazioni tecniche: la dismissione di piccoli reattori di ricerca, le prime operazioni di decontaminazione, le collaborazioni con programmi europei e internazionali, il ruolo di enti come il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) prima ed ENEA poi, insieme all’ENEL e ad alcune aziende pubbliche e semi-pubbliche (tra cui NUCLECO) che iniziano a costruire competenze specifiche sullo smantellamento. Già prima di Chernobyl, dunque, il decommissioning viene concepito come un campo di sperimentazione tecnica e istituzionale, strettamente intrecciato ad altri tentativi di “salvare” il nucleare attraverso una gestione più razionale del suo ciclo: dal riprocessamento del combustibile ai progetti sui reattori veloci, fino alla ricerca su depositi e contenitori per le scorie. Non si tratta ancora di una politica di chiusura, ma di una strategia di rassicurazione, che prova a dimostrare che il nucleare può farsi carico delle proprie conseguenze ambientali. La svolta arriva negli anni Ottanta, soprattutto con Chernobyl. A quel punto il decommissioning cambia di segno: da promessa che accompagna il rilancio dell’atomo diventa lo strumento attraverso cui gestire la sua fine. Dopo il referendum del 1987 e la decisione politica di uscire dal nucleare, lo smantellamento viene investito di una nuova funzione simbolica e pratica: evitare l’abbandono dei siti, contenere il rischio ambientale, governare un’eredità industriale che non può semplicemente essere abbandonata (ricordiamo che diverse componenti delle centrali rimangono contaminate anche dopo la chiusura).

Tuttavia, anche in questa fase, il decommissioning continua a funzionare in larga parte come una promessa futura. Viene presentato come la soluzione ai problemi ambientali e territoriali lasciati dal nucleare, ma la sua realizzazione concreta si rivela estremamente complessa. I tempi si allungano, le competenze si frammentano, le responsabilità si spostano tra enti diversi, mentre la gestione delle scorie resta irrisolta. Attori come ENEL prima e poi SOGIN (che eredita di fatto le strutture e il personale dell’ENEL e dell’ENEA), insieme agli organismi di controllo e alle istituzioni statali e regionali, si trovano a operare in un campo segnato da incertezze tecniche (come smantellare componenti di grandi dimensioni altamente contaminate? come e dove smaltire i rifiuti?), vuoti normativi (in Italia fino al 1995 il decommissioning non è un processo regolamentato) e conflitti territoriali. Le conseguenze sui territori sono profonde. Lungi dal liberare rapidamente le aree che avevano ospitato il nucleare, il decommissioning ha spesso lasciato questi luoghi in uno stato di dipendenza prolungata dall’economia atomica. Con il processo di smantellamento si attivano meccanismi di compensazione economica: i territori ricevono risorse perché continuano a ospitare siti nucleari, rifiuti radioattivi e infrastrutture in attesa di una soluzione definitiva. Queste compensazioni, pur offrendo un sostegno finanziario, finiscono spesso per cristallizzare la presenza del nucleare nel tempo, rendendo più difficile immaginare e progettare un futuro realmente post-nucleare. In questo senso, il decommissioning non segna una vera uscita dall’atomo, ma inaugura una nuova forma di dipendenza territoriale: non più fondata sulla produzione di energia, ma sulla gestione del residuo. I territori restano legati al nucleare come spazio di stoccaggio, sorveglianza e attesa, mentre l’orizzonte della riconversione viene continuamente rinviato. Più che una soluzione definitiva, lo smantellamento si configura così come un regime di gestione permanente, che continua a interrogare il rapporto tra tecnologia, ambiente e responsabilità politica nel lungo periodo.

  1. Il tuo studio racconta anche la delusione di una generazione che aveva creduto nell’atomo come promessa di modernità. Riesci a vedere delle similitudini con il presente? Come (e se) è cambiata la fiducia nella scienza e nella tecnologia rispetto a quella stagione di ottimismo industriale? Pensi che esista una differenza di percezione intergenerazionale sul rapporto tra tecnologia e progresso? 

La delusione di una generazione che aveva creduto nell’atomo come simbolo di modernità attraversa tutta la storia che racconto. È una generazione cresciuta nell’idea che la tecnologia fosse sinonimo di progresso lineare, governabile, quasi neutrale, capace di produrre sviluppo senza lasciare residui problematici. L’esperienza del nucleare ha incrinato profondamente questa visione: non tanto perché la tecnologia “non funzionasse”, ma perché ha mostrato con forza quanto il suo funzionamento fosse inseparabile da scelte politiche, istituzionali ed economiche che ne hanno amplificato le contraddizioni. Oggi quella fiducia non è scomparsa, ma si è trasformata.

Rispetto al passato, esiste una maggiore consapevolezza dei limiti della scienza quando è subordinata a interessi industriali e politici, e quando viene presentata come soluzione tecnica a problemi che sono in realtà sociali, ambientali e temporali. Il nucleare è diventato, in questo senso, un simbolo potente di ciò che accade quando i benefici vengono concentrati nel presente, mentre i costi, ambientali, territoriali, finanziari, vengono scaricati sul futuro. Questo tema torna con forza anche nel presente, in una fase che è nuovamente caratterizzata da un rilancio del discorso sull’atomo. I progetti legati al cosiddetto “nuovo nucleare”, dai reattori modulari di piccola taglia alle promesse di un nucleare più flessibile e sostenibile, ripropongono un modello di fiducia che non è affatto inedito. Richiamano, per molti aspetti, le narrazioni del secondo dopoguerra e soprattutto degli anni Settanta, quando il nucleare veniva presentato come leva di modernizzazione territoriale, occasione di sviluppo industriale e risposta razionale alle crisi energetiche.

Sono immagini che riportano alla mente scene già viste: l’arrivo dei grandi componenti tecnologici, i cantieri che trasformano paesi di poche migliaia di abitanti, la promessa di una crescita socio-economica capace di ridisegnare il futuro locale, come è accaduto a Caorso o a Trino. Su Trino, ad esempio, il sociologo francese Cesare Mattina ha mostrato bene come queste promesse abbiano inciso profondamente sull’immaginario territoriale e sulle aspettative collettive. Osservando questi processi dal punto di vista dei territori che hanno già vissuto l’esperienza nucleare, emerge però un elemento importante: più che una sfiducia nella scienza in quanto tale, si è prodotta una sfiducia nella gestione politica delle scelte scientifiche e tecnologiche. È una sfiducia che riguarda l’intreccio tra tecnica e politica, cioè quel campo in cui decisioni presentate come “necessarie” o “inevitabili” finiscono per produrre lunghi stati di stallo, eredità irrisolte e promesse non mantenute. In questo senso, la critica non è rivolta solo alle istituzioni politiche, ma anche a una certa figura del tecnico o del tecnocrate, che contribuisce a orientare le scelte pubbliche attraverso promesse di efficienza, sicurezza o ritorno economico difficilmente verificabili nel lungo periodo.

Le riflessioni di Asma Mhalla sulla tecnopolitica e sul ruolo delle grandi infrastrutture tecnologiche sono, da questo punto di vista, illuminanti: mostrano come il problema non sia la tecnologia in sé, ma il potere che essa esercita quando viene sottratta al dibattito democratico. Per quanto riguarda la dimensione generazionale, non credo che la differenza stia tanto in una contrapposizione netta tra “giovani” e “anziani”. Piuttosto, vedo un cambiamento di prospettiva in quella generazione che ha attraversato il passaggio: dalla promessa alla crisi, dall’entusiasmo alla gestione del residuo. È una generazione che ha sperimentato direttamente lo scarto tra ciò che era stato promesso e ciò che è rimasto, e che per questo tende a leggere con maggiore cautela i nuovi cicli di fiducia tecnologica. Al contrario, mi sembra che le generazioni più giovani si muovano spesso in una sorta di vuoto storico, in cui il passato nucleare è poco conosciuto o percepito come distante. Non tanto per disinteresse, quanto per assenza di una memoria pubblica condivisa di quella esperienza. Questo rende più facile il ritorno di narrazioni ottimistiche, slegate dalle eredità materiali e politiche ancora presenti sui territori. In questo senso, il problema non è una nuova fede ingenua nella tecnologia, ma la mancanza di strumenti storici per interrogare criticamente le promesse che tornano ciclicamente a presentarsi come nuove.

  1. Nel 2025 il governo italiano ha approvato un disegno di legge per reintrodurre il cosiddetto “nucleare sostenibile” nel piano energetico nazionale, includendo tecnologie come gli SMR. Come vedi questa azione del governo rispetto al tema che i vecchi problemi appaiono come le nuove soluzioni? Come si può immaginare un nuovo nucleare quando il tema dello smantellamento dei rifiuti atomici è più che mai attuale? Che fine hanno fatto le scorie degli anni ‘70 e cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi anni? 

Il dibattito sul cosiddetto “nucleare sostenibile” e sugli SMR ripropone una dinamica che conosciamo bene: presentare come nuove soluzioni tecnologie che non hanno ancora risolto i nodi fondamentali del passato. Parlare di nuovi reattori senza affrontare seriamente la questione delle scorie e dello smantellamento significa, ancora una volta, rimuovere il cuore politico del problema, spostando l’attenzione sul futuro senza fare i conti con ciò che è rimasto indietro. Se si parte proprio dall’ultima parte della domanda – che fine hanno fatto le scorie degli anni Settanta – la risposta è tutt’altro che rassicurante. Quelle scorie, in larga parte, sono ancora lì. Nel caso di Caorso, il combustibile irraggiato è stato trasferito all’estero per il riprocessamento, ma una parte dei rifiuti è rimasta sul sito, e altri continuano ad essere prodotti con i processi di smantellamento, e il loro destino è tuttora legato a decisioni politiche non prese. Da anni si parla del possibile rientro di materiali riprocessati e condizionati, e questa prospettiva continua ad alimentare nei territori una sensazione di sospensione e di incertezza: la paura che il nucleare non se ne vada mai davvero, che resti come presenza latente, pronta a tornare. Questa incertezza incide profondamente sulla possibilità di immaginare un futuro post-nucleare. Il decommissioning viene presentato come il percorso verso il “prato verde”, ma finché la questione dei rifiuti non trova una soluzione strutturale, quello scenario resta una promessa lontana.

Oggi, in assenza di un deposito nazionale, si torna a discutere dell’ipotesi di riportare i rifiuti sui siti delle ex centrali e di mantenerli lì per tempi indefiniti. Questo rende evidente come il decommissioning, più che un processo lineare di chiusura, sia diventato una gestione prolungata dell’attesa. La questione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi rimane infatti uno dei nodi centrali e irrisolti della storia nucleare italiana. Senza un deposito, non è possibile fare passi decisivi nello smantellamento degli impianti; è un freno strutturale che accompagna il decommissioning fin dalle sue origini. E anche laddove il deposito venisse realizzato, non rappresenterebbe comunque una soluzione definitiva: il progetto italiano prevede un deposito di superficie, pensato per contenere i rifiuti a bassa e media attività e, solo temporaneamente, anche quelli più radioattivi, come il combustibile, in attesa di soluzioni di lungo periodo che ancora non esistono. A livello internazionale si stanno sperimentando opzioni di smaltimento geologico profondo – come in Finlandia o in Svezia – ma anche queste soluzioni, pur più avanzate sul piano tecnico, aprono interrogativi enormi sul piano etico e intergenerazionale. Come comunicare il pericolo di queste scorie a comunità future che vivranno tra centinaia o migliaia di anni? Come trasmettere un rischio in un tempo che esce completamente dalle nostre categorie politiche e culturali?

È qui che il problema del nucleare smette definitivamente di essere solo tecnico. In letteratura, questa situazione viene spesso descritta come un wicked problem: un problema intrinsecamente complesso, senza una soluzione definitiva, in cui ogni tentativo di risposta modifica il problema stesso e produce nuovi effetti collaterali. Le scorie nucleari sono un esempio emblematico di questo tipo di problema: non possono essere eliminate, solo gestite; non possono essere risolte una volta per tutte, ma solo spostate nel tempo e nello spazio, con conseguenze che ricadono su altri territori e su altre generazioni. Personalmente, non credo di avere risposte semplici o soluzioni definitive a questo nodo. Quello che vedo, però, è il ritorno di vecchi discorsi e di vecchie forme di fiducia tecnologica, che oggi vengono riproposte in un nuovo contesto di crisi climatica ed energetica. Una fiducia che ha certamente la capacità di mobilitare capitali, competenze e immaginari, ma che lascia aperta una domanda fondamentale: fino a che punto queste promesse sono davvero in grado di rispondere alla crisi ambientale ed energetica che stiamo attraversando, senza riprodurre le stesse asimmetrie temporali e territoriali del passato? In questo senso, il rischio del “nuovo nucleare” non è solo tecnico, ma profondamente politico: pensare il futuro energetico senza fare i conti con ciò che resta del passato significa costruire ancora una volta soluzioni che rinviano i problemi invece di affrontarli, trasformando l’emergenza in una gestione permanente dell’eredità, o in quella che lo storico Mauro Elli ha chiamato “latenza”.

  1. Tra i vari documenti di archivio che hai analizzato, sono presenti numerosi materiali delle organizzazioni ambientaliste di quegli anni, tra cui Legambiente, Amici della Terra e Italia Nostra. Essi contribuirono a ridefinire la questione nucleare come tema ambientale. Oggi come valuti le loro posizioni rispetto al nucleare, spesso contestualizzato come necessario per la decarbonizzazione? 

Le organizzazioni ambientaliste hanno avuto un ruolo fondamentale nel ridefinire il nucleare in Italia come una questione ambientale, e non semplicemente energetica o industriale. Già tra gli anni Settanta e Ottanta, associazioni come Legambiente, Amici della Terra e Italia Nostra contribuiscono a spostare il dibattito pubblico sui temi del rischio, della tutela dei territori, della salute e della responsabilità intergenerazionale. Tuttavia, fin dall’inizio, questo fronte non è mai stato del tutto omogeneo, e il tema del nucleare rende particolarmente visibili le differenze interne all’ambientalismo italiano. Amici della Terra nasce alla fine degli anni Settanta come sezione italiana di un’organizzazione internazionale, con un’impostazione fortemente legata all’idea di un ambientalismo “scientifico”, razionale, orientato alla valutazione comparata dei rischi e delle soluzioni tecnologiche. In quegli anni l’associazione si spende su diversi fronti: dalla critica all’uso indiscriminato delle fonti fossili alla promozione dell’efficienza energetica, fino alla partecipazione a studi tecnici sulla sicurezza dei reattori, come nel caso dell’Italian Reactor Safety Study sulla centrale di Caorso. In questo approccio, il nucleare non viene respinto in quanto tale, ma sottoposto a una valutazione costi-benefici, nella convinzione che, a determinate condizioni tecniche e di controllo, possa rappresentare uno strumento utile anche sul piano ambientale. Legambiente, che nasce ufficialmente nel 1980, sviluppa invece un’impostazione diversa. Pur facendo ampio uso di saperi scientifici, costruisce la propria azione soprattutto a partire dai territori, dalle vertenze locali, dalle mobilitazioni contro i grandi impianti e dalle campagne di sensibilizzazione popolare. Il nucleare diventa per Legambiente un simbolo di un modello di sviluppo centralizzato, opaco e imposto dall’alto, incompatibile con una visione dell’ambiente fondata sulla partecipazione, sulla prevenzione del rischio e sulla tutela delle comunità locali.

Questa differenza di approccio segna una linea di frattura che attraversa tutta la storia dell’ambientalismo italiano. Negli anni Ottanta, questa divergenza resta in parte ricomposta all’interno del grande fronte antinucleare che porta al referendum del 1987. Ma nel lungo periodo le differenze riemergono. Oggi Amici della Terra ha progressivamente assunto una posizione favorevole al ritorno del nucleare, soprattutto nel quadro della crisi climatica e della decarbonizzazione, interpretando l’atomo come una tecnologia necessaria per ridurre le emissioni e garantire la sicurezza energetica. Questa evoluzione rende l’associazione un caso emblematico di quella tradizione ambientalista che privilegia l’intervento sulle grandi scelte di politica energetica, il dialogo con le istituzioni e una visione più “sistemica” del problema. Legambiente, al contrario, ha mantenuto una posizione critica verso il nucleare, coerente con la propria storia e con il proprio radicamento territoriale. Anche nel contesto attuale, l’organizzazione continua a leggere l’atomo come una tecnologia costosa, lenta, con un’eredità ambientale irrisolta e con effetti problematici sui territori, preferendo puntare su rinnovabili, efficienza energetica e modelli di transizione diffusa. La sua azione resta fortemente ancorata alle lotte locali, ai conflitti ambientali concreti e alla difesa dei territori che ospitano infrastrutture energetiche e rifiuti.

Questa divergenza non va letta semplicemente come una contrapposizione tra “pro” e “contro” il nucleare, ma come il riflesso di una frattura più profonda nella storia dell’ambientalismo italiano: da un lato un ambientalismo più tecnico-scientifico, orientato all’intervento sulle politiche nazionali e parlamentari; dall’altro un ambientalismo più sociale e territoriale, che diffida delle grandi soluzioni centralizzate e mette al centro l’esperienza dei luoghi. Il ritorno del dibattito sul nucleare rende oggi questa frattura particolarmente visibile. In questo senso, il confronto attuale non è semplicemente più complesso o meno ideologico rispetto al passato, ma richiede una memoria storica ancora più solida. Senza questa memoria, il rischio è duplice: da un lato semplificare le posizioni ambientaliste come irrazionali o nostalgiche; dall’altro riproporre il nucleare come soluzione tecnica “necessaria”, senza interrogarsi sulle eredità materiali, politiche e territoriali che quella tecnologia ha già prodotto. È proprio in questa tensione che si gioca, oggi, una parte decisiva del dibattito pubblico sull’energia e sull’ambiente in Italia.

In conclusione poniamo alcune riflessioni in particolare rispetto all’ultima risposta dell’intervista che ci pare aprire questioni di stringente attualità. 

Il caso di Caorso è emblematico: la sua breve fase di funzionamento è utile non solo a spiegare il complicato e impossibile tema del decommissioning, ma soprattutto per analizzarne la narrazione ampiamente distopica che ci parla di mito del progresso tecnologico, energia pulita, sviluppo territoriale. 

Argomentazioni che tutt’ora riempiono la propaganda sul “nuovo nucleare” e che riguardano le promesse arbitrarie su un maggior livello di sicurezza, sull’ottimizzazione delle scorie e il nucleare come unica via verso la decarbonizzazione. 

Il tema della decarbonizzazione sta diventando più che mai centrale: la direzione intrapresa dal governo propone una miscela di rinnovabili e nucleare come soluzione alla crisi climatica, celando dietro a un dito la persistenza e l’espansione di interessi legati alle fonti fossili. 

Ma come possiamo considerare il nucleare una energia pulita? Come si può immaginare un nuovo ciclo nucleare quando quello precedente non è mai stato realmente chiuso?

Basterebbe osservare ciò che accade ai territori che hanno già pagato il prezzo dell’atomo e continuano a essere incastrati in un’economia atomica o quelli in allerta per l’arrivo delle scorie per i depositi nucleari, molto spesso coincidenti – come nel caso di Trino, territorio profondamente segnato dall’esperienza del nucleare sia sull’immaginario territoriale che sulle aspettative collettive.

Infine, è un tassello prezioso riportare il sapere e dare centralità all’esperienza dei vari soggetti che si sono mobilitati in passato contro il nucleare, dalle associazioni ambientaliste alle realtà di movimento, e che ancora oggi manifestano grande preoccupazione per l’energia atomica. Oggi la sfida che ci troviamo davanti però è più complessa, perché deve includere una riflessione sul tema delle rinnovabili. 

A partire dalle esperienze che abbiamo raccolto e con cui siamo entrati in dialogo con il percorso di Confluenza abbiamo iniziato a mettere profondamente in crisi la propaganda in atto legata a una finta transizione energetica “green”. Più andiamo a fondo nei contesti delle lotte territoriali che stanno crescendo e si stanno ampliando sul nostro territorio, più sentiamo la necessità di complessificare questa lettura. Non si tratta solo di valutare i danni ambientali immediati, ma di rimettere in discussione l’intera logica di mercificazione dell’energia che continua a trattare i territori come spazi sacrificabili in nome di una transizione guidata dal profitto. L’obiettivo è che questo approccio possa interessare tutti e tutte coloro che nel tempo hanno lottato e fatto in modo che l’Italia fosse un Paese che dicesse NO al nucleare. A fronte del rischio che la sovranità popolare che scelse il No al nucleare venga messa in discussione dall’alto, come già il decreto Pichetto-Fratin sta ponendo le basi per farlo, è ancor più necessario ricomporre un fronte unito che vi si opponga. 

Per questo, sia in tema di nucleare che di rinnovabili, non possiamo permetterci scorciatoie o semplificazioni: i territori ci stanno chiedendo uno sguardo più ampio, più approfondito. Non esistono zone sacrificabili per fare strada a speculazioni atomiche o “green” e produrre energia che va al di là del nostro necessario quotidiano, e che molto spesso serve ad alimentare guerra e morte nel contesto attuale di riarmo europeo. Ripensare davvero la questione energetica significa partire da qui: dal rifiuto delle promesse astratte e dalla centralità dei territori, delle loro memorie e da nuove possibilità di autodeterminazione.

Qui la raccolta degli altri contributi sul tema: 

L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare, per la transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione

Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo. 

Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo (II parte)

Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte operaie, con le lotte di tipo sociale”

Riflessioni post Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza di bloccare la guerra ai territori a partire dai territori

Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune considerazioni per prepararsi al contrattacco

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