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Il Sud unito contro il ponte. Vogliamo casa, lavoro, ambiente e sanità

La mobilitazione contro il ponte sullo Stretto è, oggi, uno spazio politico cruciale per la resistenza e il riscatto del Sud.

Teatrino politico di lungo corso, con interpreti che abbracciano la quasi totalità dello spettro politico, il ponte è da sempre accompagnato da un’aura mitica, che lo pone come infrastruttura necessaria per la risoluzione di tutti i mali del Meridione. Un’opera che non vedrà mai la luce (o, quantomeno, non nella sua interezza) è diventata, così, non solo meccanismo di costruzione del consenso, ma anche dispositivo politico portatore di un immobilismo strutturale nello sviluppo di intere aree del paese, tra mancati investimenti e risorse rubate alle vere urgenze dei nostri territori.

Queste urgenze, noi, le conosciamo bene. Dalla Puglia alla Calabria, dalla Sicilia alla Campania, passando per la Basilicata, la Sardegna e il Molise: tanti Sud, stessi problemi. Siamo la periferia d’Europa, sempre agli ultimi posti in ogni classifica sulla qualità della vita, sui servizi, sul lavoro, sulla salute. Pochi giorni fa l’Eurostat ha fotografato la realtà: 93 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione Europea. E ai primi posti ci sono Calabria e Campania, insieme alla Guyana Francese. Questi numeri non sono statistiche fredde: sono la vita quotidiana di milioni di persone, di famiglie che faticano a sopravvivere, di giovani che non vedono un futuro.

In questo scenario, il ponte sullo Stretto è uno schiaffo. È l’ennesimo insulto a chi abita territori abbandonati, depredati e desertificati, simbolo di una politica che continua a scegliere il cemento invece delle persone. Il Sud, da secoli, è un territorio di conquista. Prima colonizzato, poi sfruttato, oggi devastato in nome della “vocazione turistica” e della “posizione strategica”. Parole vuote, dietro cui si nascondono solo povertà, disuguaglianze ed emigrazione, ce lo raccontano, ad esempio, in modo inequivocabile, le carceri italiane, in cui la maggioranza dei detenuti è meridionale e migrante. Oggi a emigrare non sono solo i giovani, ma anche i meno giovani, per lavorare al Nord o all’estero, a produrre ricchezza altrove per stipendi da fame, inghiottiti da affitti che non lasciano respiro. Insegnanti, operai, infermieri, impiegati, postini, lavoratrici e lavoratori che partono e lasciano dietro di sé città e paesi svuotati.

Il Ponte sullo Stretto torna a essere il pretesto per imporre un modello di sviluppo fondato sull’aggressione territoriale e sull’estrazione di profitto dalle risorse e dalle biografie degli abitanti. Si tratta di un modello che esclude programmaticamente le comunità locali dai processi decisionali, ponendole di fronte a un’alternativa forzata: accettare il ricatto di promesse occupazionali e finanziamenti oppure subire la devastazione ambientale e sociale legata all’opera. È, in sintesi, un modello che espelle progressivamente la popolazione residente, poiché considerata un ostacolo al suo avanzamento.

D’altra parte le grandi opere seguono sempre la stessa logica: calate dall’alto, devastano i territori e ignorano chi li abita. È una logica disumana, cieca, che piega tutto al profitto. La stessa che ritroviamo nell’economia di guerra e nelle distruzioni che produce: logiche diverse per scala e orrore, ma accomunate dallo stesso meccanismo: devastare per poi ricostruire, distruggere per fare speculazione. Non è un caso se, mentre un genocidio è ancora in corso, già si parla del “grande business della ricostruzione” a Gaza, un affare da oltre 80 miliardi su cui si affacciano le stesse multinazionali del cemento, come Webuild, la stessa del Ponte sullo Stretto. Oggi la lotta No ponte è molto più di una battaglia ambientale o locale. È un crocevia decisivo per il riscatto del Sud, un’occasione per tornare a essere voce collettiva. Davanti a tutto questo, siamo convinte che serva un’unità nuova, forte, popolare. La mobilitazione contro il ponte deve diventare il simbolo di un Sud che rimette al centro sé stesso, i propri bisogni, la propria dignità.

Per questo il 29 novembre scenderemo in piazza, a Messina, uniti e compatti in uno spezzone sociale con parole chiave che rispecchiano le vere priorità del Meridione. Lo faremo in dialogo e continuità con il corteo nazionale contro la finanziaria di guerra che si terrà in quella stessa data a Roma, nella Giornata di solidarietà con il popolo palestinese.

Il ponte non lo vogliamo. Ma, ancora di più, non vogliamo più essere trattati come territori di conquista, come luoghi da sfruttare e svuotare.

Vogliamo una sanità pubblica efficiente, capillare, di qualità.

Vogliamo infrastrutture sostenibili, che colleghino davvero le persone.

Vogliamo l’acqua nelle case, vogliamo scuole e ospedali che funzionino, vogliamo poter nascere, crescere e invecchiare con dignità, con servizi pubblici che non lascino indietro nessuno.

Vogliamo poter scegliere di restare o di partire, senza essere obbligati a scappare.

Vogliamo questo e molto di più.

Vogliamo tutto.

La lotta No ponte è la nostra lotta per il diritto a restare.

Assemblea No Ponte – Messina

No Ponte Calabria

La Base – Cosenza

Collettivo Addùnati – Lamezia Terme

Partito della Rifondazione Comunista – Federazione provinciale di Messina

USB Sicilia

USB Calabria

CSC Nuvola Rossa – Villa San Giovanni

Antudo

Centro sociale Anomalia – Palermo

Collettivo Scirocco – PalermoAssemblea Popolare Ecologista (A.P.E.) – Palermo

Equosud – Reggio Calabria

COLPO “Mario Bruno” – Paola (CS)

Lampare BJC- Cariati (CS)

Agorà – Decollatura (CS)

Mediterranea Saving Humans – Equipaggi di Terra di Messina e Palermo

Firme in aggiornamento

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