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Lettera dai domiciliari. Il ridicolo ‘modus ragionandi’ della magistratura

Nell’ultima settimana, a Torino come in Val di Susa, sono state notificate nei confronti di 15 compagni e compagne misure cautelari come arresti domiciliari e obblighi di firma giornalieri. Se partiamo dalla data del mio arresto, 3 settembre 2015, sino ad oggi il totale i compagni e le compagne sottoposte a misure cautelari raggiunge la trentina. A colpi di arresti domiciliari, obblighi di dimora con rientri notturni, obblighi di firme anche due volte al giorno, ecc. ecc., la Procura fa quello per cui è pagata. Le forze dell’ordine fanno il resto. Tuttavia le accuse sono sempre più contorte, come ad esempio il caso dei compagni/e della Valle, che si trovano ad essere sottoposti ad arresti domiciliari per reati che vanno dall’ingiuria all’oltraggio, passando dall’offesa, dall’immancabile resistenza e dall’ultimo ridicolo reato rispolverato per l’occasione: “concorso in minacce”. Un’accusa alquanto ridicola per la logica secondo cui chi si trova nello stesso momento vicino al presunto autore della minaccia, deve a sua volta pagare per lo stesso reato.

Le accuse vengono contornate poi con alcuni casi particolari che si stanno determinando nella procura di Torino, dove addirittura il Pm  fa ricorso verso i giudici, che in un caso specifico avevano attenuato le misure ad un imputato, riuscendo a portare a casa la reintroduzione degli arresti domiciliari per quest’ultimo. La novità non sta tanto nel numero dei sottoposti a misure cautelari ma nelle misure cautelari in sé. Dalla mia piccola esperienza mi pare di notare come queste siano utilizzate in modo del tutto strumentale nelle aule di Tribunale.
Innanzitutto il fatto che nessuno di questi è tenuto in carcere, fa venire meno la altrimenti complicata gestione degli imputati (30) all’interno delle sezioni. Ma questione più importante dal punto di vista dello Stato è determinata dal fatto che queste misure cautelari fanno in modo che il vitto e alloggio  rimangano sulle spalle dell’imputato/ta o di chiunque viva con lui/lei. Un bel risparmio che sicuramente fa parte del sistema “svuota” carceri.
Una volta sottoposti a queste restrizioni, obbligati quindi a fare istanze per sostenere le possibilità di movimento, vuoi per lavoro, scuola o salute, ci si trova a dover fare i conti con i vari giudici di rito, la strumentalità ha inizio. Ad inserirsi nella lettura strumentale delle misure restrittive ecco comparire Gip, Gup o giudici facenti parte del tribunale del riesame, i quali molte volte motivano i vari respingimenti delle istanze con fare “paternalistico”. Altrettanto assurda l’immagine che i giudici hanno di quelli sottoposti a misure alternative al carcere, si viene visti come dei soggetti baciati dalla “fortuna”.
Le basi per tali motivazioni partono da una certa visione dei giudici nei confronti degli imputati/e, che molto si avvicina ai Pm di turno, facendo venir meno quella visione di una certa indipendenza (che già di per sé è una favoletta) che dovrebbero avere nel giudizio in merito alle richieste avanzate dagli imputati/e. A fronte delle istanze che chiedono il permesso per andare a lavorare o studiare, ci si trova a dover constatare come nelle motivazioni del rifiuto da parte dei giudici, vi sia la volontà di dimenticare che queste attività siano parte integrante della vita di tutti i giorni di donne e uomini, ragazzi e ragazze.

Il fare paternalistico entra in gioco allorquando gli stessi non permettono all’imputato di riprendere a lavorare, adducendo ipotetiche colpe dell’imputato quando ad esempio scrivono che: “egli risultava già dipendente della (nome della ditta ndr), al momento dei fatti per cui si procede, senza che tale attività lavorativa abbia svolto il ben che minimo effetto persuasore nei suoi confronti quanto all’astensione dal porre in essere azioni delittuose”. Lo stesso paternalismo viene utilizzato nel caso di una richiesta fatta da un’imputata che da ben 10 mesi subisce il rientro serale con l’obbligo di dimora. Nell’istanza si chiedeva un‘attenuazione delle misure ma la risposta oltre che negativa, rammenta all’imputata che il fattore “tempo” non è rilevante: di fatto il giudice che rigetta l’istanza non tiene conto dei 10 mesi passati con le misure cautelari, giacché secondo la logica della magistratura, il tempo non è sinonimo di pentimento e quindi non sufficiente alla cessazione delle misure o alla sua attenuazione. Caso strano, la medesima lettura viene fatta in tutte le altre istanze di rigetto, sempre dallo stesso giudice.

Così come un padre consiglia al proprio figlio/figlia di stare lontano da eventuali pericoli, così il giudice tenta di fare la stessa cosa. Tuttavia gli intenti sono del tutto differenti e opposti.  Nel primo caso il Tribunale del Riesame ha rifiutato la richiesta di tornare a lavoro non solo da un punto di vista del tutto repressivo ma si spinge oltre colpevolizzando il lavoro che il richiedente svolge, ossia il corriere. Adducendo che i controlli da parte delle F.O. sarebbero impossibili, come se il problema fosse dell’imputato, oppure facendo finta di non sapere come in questa società esistano diversi tipi di lavoro tra cui anche i corrieri e che magari non sempre il lavoro te lo scegli. Nel secondo caso il paternalismo tocca anche le motivazioni delle misure restrittive, il “te lo avevo detto” del primo si aggiunge al “sei ancora fortunato/a” nel secondo.

Rilevare che da qualche anno a questa parte, per determinati reati, le misure repressive utilizzate sono da scontarsi al di fuori dal carcere, non è di per sé una novità, lo è invece il fatto che per alcuni giudici né il tempo passato dall’inizio delle misure cautelative, né il lavoro oppure lo studio possano essere motivi validi a dare agli imputati la possibilità di vedersi accettate le istanze, siano esse di attenuazione o eliminazione delle misure restrittive. Nonostante la coerenza usata nel richiedere istanze e permessi, c’è l’intenzionalità di colpire le attività lavorative e quelle di studio in cui gli imputati/e sono impegnati regolarmente. Chiudendo il cerchio si ha l’evidente sensazione che ci si trovi di fronte a muri di gomma entro i quali una parte di giudici si muovono, fino ad un certo punto, all’unisono con le richieste dei Pubblici Ministeri. Un terreno che viene ben scelto dai Pm, in modo da trovar almeno fino all’inizio del processo un ‘modus ragionandi’ da parte dei giudici che più si addica alla loro iniziativa repressiva. Questo almeno fino a processo perché è sotto gli occhi di tutti e tutte, avvocati compresi, come spesso le accuse e le restrizioni portate avanti fino all’inizio del processo, spesso decadano o siano riformulate dal giudice nominato per il processo. Certamente rimangono pochi quei casi in cui vi sia una certa obbiettività dei fatti all’interno delle aule, molti sono quei processi che si chiudono invece con pesanti condanne rispetto ai reati contestati: resistenza, violenza, lesioni e altri reati che fanno ridere.

Tuttavia rimane che la scelta di utilizzare misure restrittive che non siano il carcere sta diventando sempre più frequente da parte dei giudici. Se il fatto di non finire in una cella può essere sicuramente consolatorio, nella fattispecie di misure come gli arresti domiciliari vi è un’altra consolazione, quella che se eventualmente una pena ci sarà, i mesi fatti a casa contano. Questo non accade con tutte le altre misure, dove rientri notturni, obblighi di dimora e firme in caserma, dilatate sempre più nel tempo, regalano ore, giorni, mesi ad una repressione che nei fatti non cambia la determinazione di compagni e compagne. Se a questo ci aggiungiamo che il tempo a cui si è sottoposti è sempre più ampio, mesi e mesi, si nota un fattore di novità.
Questo comportamento non cambia la determinazione di compagni e compagne sottoposti a queste misure, anzi ne esce rafforzata. Proprio perché comprende che la novità non sta nel numero dei cautelati ma nelle misure cautelari utilizzate, che creano un circolo vizioso dove sono palesi le contraddizioni da aprire. Andando da questo punto di vista a fare emergere le debolezze di un sistema che come fatto nuovo alza il livello delle restrizioni impedendo strumentalmente il lavoro e lo studio, cosa che invece dovrebbe garantire.

La continuità che sembra esserci in questi rapporti tra Pm e giudici, tramutandosi nell’utilizzo di  forme di restrizioni individuali di ampio respiro e durature nel tempo, è una novità. Come lo sono anche le vie preferenziali che questi processi riescono a trovare negli ultimi anni. Se la linea della Procura è dettata da una certa predilezione per reprimere i movimenti di lotta all’interno della città e delle università, quella dei giudici dovrebbe non assomigliarle troppo. Essi dovrebbero garantire il diritto allo studio e al lavoro, così come un limite entro il quale queste misure, in fase preliminare, debbano durare.
Invece pare che spesso i giudici non siano molto distaccati da quelle visioni preconcettuali dei Pm nei confronti degli imputati.

Il mio saluto va ai compagni e le compagne che tuttora sono privati della libertà, dentro come fuori dal carcere.
Non sarà certo il carcere o queste restrizioni a farci perdere la determinazione nel continuare a lottare, creare conflitto, quello vero, anche duro.
Giù la testa!

Damiano

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