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Torino: nuove misure cautelari nei confronti di 13 giovani

Ieri mattina a Torino sono state recapitate 13 misure cautelari nei confronti di studenti e studentesse universitarie, ragazzi e ragazze che studiano e lavorano per fare quadrare il proprio futuro e si impegnano nelle dimensioni di lotta collettive.

Il pacchetto di misure prevede firme quotidiane, obbligo di dimora e rientri notturni. I fatti a cui si riferisce questa operazione riguardano diversi cortei per la Palestina e altre manifestazioni studentesche svolte alla fine del 2024. In particolare, si fa riferimento ad alcune manifestazioni che avevano in sé già i germogli di una partecipazione più ampia ed eterogenea e la volontà di individuare obiettivi esemplificativi della complicità del governo italiano con il genocidio.

Emerge tra le altre l’iniziativa alla fabbrica della Leonardo che per la prima volta aveva visto un flusso di giovani e giovanissimi spalancare le sue porte per simbolicamente contestare uno dei gangli produttivi del territorio torinese che sul genocidio in Palestina sta maturando il suo fatturato. Come veniva scritto qui “come Intifada studentesca abbiamo occupato la sede della Leonardo Spa! In 50 siamo entratə all’interno dello stabilimento mentre altre 50 persone bloccavano l’ingresso” erano stati attaccati “manifesti e gli striscioni per denunciare la complicità di Leonardo con il genocidio in corso a Gaza. Nonostante il gruppo industriale dichiari di lavorare prevalentemente nel campo della difesa, infatti, Leonardo da oltre un anno continua a sostenere l’esercito israeliano attraverso spedizioni che includono assistenza tecnica da remoto, riparazioni materiali e fornitura di ricambi per i velivoli di addestramento della Israeli Air Force. Oltre a questo l’azienda ha fornito i sistemi per i bulldozer blindati (Caterpillar Do), che da anni vengono sistematicamente usati per distruggere le abitazioni palestinesi.”

In quei mesi ben tre sedi delle principali università torinesi erano occupate da settimane da studenti e studentesse, mesi in cui si è costruita una forte solidarietà e chiarezza di intenti su come essere motore di una trasformazione del presente e in particolare nella volontà di interrompere gli accordi delle proprie Università con Israele, aprendo una profonda riflessione sulla funzione e gli obiettivi della ricerca accademica e del sapere.

Uno degli altri episodi che vengono contestati è il momento in cui lo spezzone sociale che aveva partecipato a una grande giornata di sciopero, in qualche modo preambolo di ciò che si è avverato un anno dopo, quella del 29 novembre 2024. Si riportava allora su queste pagine “L’appuntamento di domani porta con sé l’evidenza di una chiamata di sciopero generale in macroscopico ritardo, sintomo dello stato di salute delle organizzazioni sindacali e dei rapporti di forza in campo, ma anche uno spiraglio nei termini di partecipazione e di necessità diffusa di porre al centro alcune questioni in un’epoca di economia di guerra. In particolare, si impone un tema urgente nell’agenda politica: la questione salariale e le condizioni di lavoro – e sfruttamento – nel nostro Paese. L’eterogeneità della partecipazione è un dato interessante, nei contributi che seguono tentiamo di darne una panoramica”. In quell’occasione, che aveva visto migliaia di persone scendere in piazza, la parte più viva del corteo aveva deciso di deviare dalla piazza finale della manifestazione per raggiungere Porta Nuova e poi Porta Susa con l’intento di bloccare i binari e la circolazione. Mentre i precari e le precarie dell’Università erano riusciti/e a prendere spazio sul palco principale della CGIL e portare le proprie rivendicazioni. Una giornata che aveva in nuce alcune caratteristiche che poi si sono verificate su una dimensione di massa l’autunno scorso.

In questo senso, l’intenzione punitiva da parte della polizia politica torinese si inserisce in un contesto che di fatto non è più lo stesso di qualche tempo fa. L’operazione in questione aveva visto un primo tentativo di disegnare un’ulteriore ipotesi di “regia” di Askatasuna dietro questi fatti, una prima bocciatura da parte del Giudice delle Indagini Preliminari delle misure richieste in prima istanza (che andavano dagli arresti domiciliari sino al carcere) e conseguenti interrogatori che si sono svolti a inizio di quest’autunno. Ora, dopo alcuni mesi e, proprio a ridosso dello sgombero di Askatasuna, arriva il pacchetto completo di misure cautelari, decisamente ridimensionate rispetto alle richieste iniziali.

Se da un lato la volontà di Questura e Procura torinesi non accenna a modificare le proprie strategie dall’altro oggi la situazione generale è diametralmente cambiata: occupare i binari, deviare cortei per riversarsi in tutta la città, indicare nelle fabbriche della guerra la responsabilità del genocidio (come veniva ben raccontato qui in un contributo dei collettivi universitari) e bloccare tutto non è più una pratica avanguardista ma un senso comune, un sapere condiviso, una significativa esperienza che milioni di persone in Italia hanno sperimentato comprendendone il significato e la portata.

L’assemblea del 17 gennaio a Torino sarà ulteriore occasione per ribadire la necessità di un fronte unito per contrapporsi alla tendenza generale, contro il governo e contro queste pratiche repressive e per portare solidarietà agli studenti e studentesse colpiti dalle misure cautelari!

Tutti e tutte libere!

Qui il comunicato congiunto dei collettivi universitari CUA , Studenti Indipendenti e Intifada studentesca

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