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15M, i meglio giorni

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Riceviamo e pubblichiamo questa interessante traduzione…

di Pablo Elorduy

 

Originale: https://www.elsaltodiario.com/15m/pablo-elorduy-diez-anos-movimiento-indignados-fotogaleria

Cosa si vuole raccontare quando si scrive sul 15M [Movimento degli Indignados, ndt]? Che senso ha recuperarlo come commemorazione? Le possibili risposte sono: far diventare il 15M un fossile, qualcosa di insipido che faccia bella figura sugli scaffali, qualcosa tipo “dov’eri tu quando abbiamo occupato le piazze”. Può servire per cercare di legittimare un progetto politico attuale (buona fortuna a chi ci provi), per rivendicare il valore intrinseco delle utopie, o per lamentarsi di quello che è stato il canto del cigno di una generazione che, durante il decennio successivo, è stata travolta, esposta alla bolla degli affitti, o costretta all’emigrazione. Il più delle volte, i testi sul movimento del 15 maggio 2011, chiamato all’epoca “degli indignati”, servono come esercizio di nostalgia, più o meno bello, scarsamente utile se non riesce a neutralizzare l’effetto paralizzante della nostalgia stessa.

L’obbiettivo di questo testo e di questa selezione fotografica è ricapitolare, cercare di spiegare a chi non aveva l’età per esserci com’è nato il 15M, cos’è stato quel movimento nominato “Spanish Revolution” e come ha cercato di cambiare il sistema attraverso un cambiamento del linguaggio e del modo di rapportarsi con la politica. Non giudicare i suoi successi e i suoi fallimenti, ma ricordare il suo coraggio di proporre una trasformazione collettiva senza precedenti da, almeno, gli anni ‘60 e ‘70. È ovvio che il testo, a differenza delle foto, fallirà in questo tentativo. Non si può riassumere l’esperienza di centinaia di migliaia di persone che hanno sentito per qualche giorno, qualche mese e perfino qualche anno, un senso politico codificato nei tre segni “15M”. Si può soltanto fornire una serie di dati, fatti e prospettive che accompagnino coloro che hanno vissuto in quel modo radicale l’espansione della “politica delle piazze” e che chiariscano qualcosa a chi non c’era.

Il punto di partenza è una manifestazione convocata una domenica, il 15 maggio 2011, da attori politici nuovissimi, quasi senza alcuna tradizione organizzativa. Il corteo trascorre placidamente per le strade del centro di Madrid e si scioglie, o quasi, nella Puerta del Sol, kilometro zero della rete stradale spagnola. Dopo quel finale, un inizio quasi dimenticato. Un gruppo di giovani si dirige verso la piazza di Callao. Interviene la polizia. Un piccolo torrente di persone scende di corsa lungo la calle Preciados. Il torrente si divide di nuovo a Sol. Un gruppo prosegue la corsa verso la piazza Jacinto Benavente. Un altro decide di sedersi pacificamente in un angolo di Sol. I celerini esitano a caricare questo sit-in. Fanno un cordone, si mettono i caschi. Il gruppetto di manifestanti non si muove. Non stanno bloccando il traffico, semplicemente aspettano la carica. Dopo l’ordine, o la decisione di non caricare, decidono di accamparsi nella piazza.

Lunedì 16, la Delegazione del Governo [organismo statale che concentra competenze proprie delle questure e le prefetture italiane, ndt] revoca l’idea iniziale di non sgomberare la piazza. Quell’errore darà adito a tutto il resto. Viene chiamato un presidio, stretto, compatto. Centinaia di manifestanti rimangono spalla a spalla per difendere la posizione guadagnata. La chiamata si ripete il giorno dopo. Martedì piove. Qualcuno mette un tendone fra quattro lampioni. Si passa così da poche tende ad un vero e proprio accampamento, poi ad un insediamento ed infine alla nascita di un piccolo e labirintico villaggio, che si svilupperà per quasi due mesi nella Puerta del Sol.

La cultura di questo tipo di accampamenti ha una storia antecedente, ma l’idea sembra nuova. Le settimane successive confermeranno che è proprio così. La combinazione tra i corpi riuniti attorno all’accampamento e le idee che vengono diffuse attraverso i social trasforma la mappa politica in poche settimane. In questa primavera cambiare lo stato delle cose sembra semplice come fare panini per tutte le persone che partecipano ad un’assemblea. È solo una questione di volontà.

Ci sono state repliche in diverse città. Siviglia, Barcellona, Malaga, Bilbao, Las Palmas di Gran Canaria, Palma di Maiorca o Santander. ‘Expats’, lavoratori migranti spagnoli, si concentrano davanti alle ambasciate a Londra e a Istambul. In pochi minuti quegli accampamenti smettono di essere repliche per diventare movimenti autonomi interconnessi. Il 15M si diffonde asimmetricamente. Attecchisce poco nei Paesi Baschi e diventa qualcosa di diverso a Barcellona. Nella piazza di Catalunya si elabora un programma politico dettagliato e si resiste anche ad un tentativo di sgombero, durante il quale i Mossos d’Esquadra [polizia regionale catalana, ndt] si impegnano duramente contro le persone presenti nell’accampamento. Vengono tracciate delle tangenti che incrociano i concetti di sovranità e di diritti economici, linee che arriveranno fino ad oggi confuse, distorte e fuse nel progetto politico dell’indipendenza della Catalogna. Una altra cosa [in catalano nell’originale, ndt]. A ottobre sorge Occupy London, che dà il cambio a Occupy Wall Street, che prende il testimone dal movimento Syntagma, che lo ha preso a sua volta dal 15M, che aveva dato il cambio alle primavere arabe. Sono stati abbandonati i nuclei centrali della protesta, ma la decentralizzazione funziona ancora per qualche mese. Nascono i gruppi “stop sfratti” e a questi succedono le “maree” [grandi movimenti sociali politicamente trasversali e geograficamente diffusi, ndt] per la sanità e per la scuola. A ottobre viene organizzata la prima giornata di protesta globale contro l’austerity. Le date e le mobilitazioni si susseguono. Due scioperi generali mettono le politiche dell’austerity con le spalle al muro.

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Il 15M trasforma anche i rapporti sociali e quelli interpersonali. È un corso accelerato di cultura politica, anche per i vecchi militanti. Il ritiro di uno striscione femminista al grido di “La rivoluzione non è una questione di sessi!” viene contestato con pedagogia e con la coscienza chiara che quella vittoria è imminente. Il movimento femminista sarà il più importante del ventunesimo secolo, il 2011 è un passo in avanti nell’espansione dei suoi principi: quelli della non violenza, l’orizzontalità, la visibilità del lavoro riproduttivo.

Il 15M è anche una macchina creatrice di slogan, un’esplosione collettiva di fantasia. Lo stesso concetto recuperato di “piazza” come spazio di creazione politica è il motto. Sta avendo luogo una rivoluzione nella grammatica e nel vocabolario. Ci vogliono in solitudine, ci avranno in collettivo, i nostri sogni non stanno nelle loro urne elettorali, la chiamano democrazia ed è Botín [Emilio Botín, presidente per più di trent’anni del Banco Santander, una delle banche più potenti al mondo, ndt].

La trasformazione culturale del 15M continua. La reazione anche. Il sistema risponde subito. Hanno capito tutto. La Legge di Sicurezza Cittadina del 2012 mette il bavaglio alla dissidenza ed impone il linguaggio della sanzione amministrativa. L’abdicazione del re Juan Carlos I è il segno che l’errore di sistema ha richiesto l’installazione di una nuova versione. La fine del decennio cambierà il vocabolario. Non sopravviveranno gli slogan, radicali ed ingenui allo stesso tempo, del Movimento — “non siamo merci nelle mani di politici e banchieri” — si imporrà invece la grammatica reazionaria che tifa per la repressione. Il linguaggio ed il diritto penale del nemico andranno a braccetto da questo momento.  

Cosa si vuole raccontare, un decennio dopo, quando si scrive sul 15M? C’è un contarsi nostalgico, ma il riconoscimento di quello che siamo porta anche a rispondere che il 15M sono stati i migliori giorni della nostra vita, quelli in cui sembrava possibile la costruzione di un progetto comune, radicalmente democratico, repubblicano nel senso lato del termine. La nostalgia, invece, può essere paralizzante, può renderci incapaci di riconoscere come e dove si accende la scintilla di un altro movimento che, nella sua radicalità, possa stravolgere tutto.

Nel frattempo, le tracce del 15M possono essere apprezzate nei tessuti vivi delle città e dei paesi. I magazzini solidali nati durante lo stato di emergenza non sarebbero stati possibili senza il 15M, e non si sarebbero nemmeno bloccati decine di migliaia di sfratti. Il linguaggio del 2011 è tuttora vigente, in attesa di un nuovo slancio che lo raggiunga e lo superi.

 

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