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Acqua e Terre

Perché un’azienda italiana del comparto digitale sta comprando centrali idroelettriche e miniere?

Da Orizzonti*

Un’impresa privata italiana acquista centrali idroelettriche e miniere. Non siamo nel 1926, ma nel 2026, l’impresa in questione non produce tessuti, ma offre servizi internet.

E’ di pochi mesi fa infatti la notizia che Aruba ha comprato tre centrali idroelettriche in Piemonte1 e ha conquistato le quote di maggioranza della Società Mineraria Gerrei a Silius in Sardegna2. Perché un’azienda impegnata nel digitale fa investimenti in settori che richiamano l’alba del capitalismo industriale nel nostro paese?

Partiamo dall’inizio: Aruba è una società italiana fondata nel 1994 a Firenze, inizialmente forniva connessioni dial-up (per capirci la famosa 56k, quella col modem analogico che faceva i rumori e occupava la linea fissa telefonica di casa), poi offerte di registrazione di dominio per i siti internet ed hosting. Aruba apre un primo Data Center in Italia nel 2003 ad Arezzo a cui poi se ne affiancherà un secondo. Un terzo è stato costruito a Ponte San Pietro (Bergamo) nel 2017 all’interno di un ex-cotonificio ed è alimentato anche con energia idroelettrica. Infine un ultimo Data Center sul territorio italiano di livello hyperscaler3 è stato inaugurato nel 2024 a Roma all’interno del Tecnopolo Tiburtino4. Nel tempo l’azienda ha vantato collaborazioni con università, Pubblica Amministrazione e si è espansa a livello internazionale fornendo servizi in Europa Orientale e Centrale attraverso altri data center presenti in Germania, Francia, Inghilterra e Polonia. Nel panorama del capitalismo italiano Aruba è un’anomalia perché è riuscita a competere nel suo settore sul mercato europeo con i pesi massimi delle big tech statunitensi, pur rimanendo, nel solco delle dinastie della borghesia italiana, un’azienda a gestione familiare. Stefano Cecconi, amministratore delegato di Aruba, in una delle rare interviste5 reperibili in rete sintetizza così l’approccio: “Siamo una società della new economy che ha avuto un approccio old economy. Non abbiamo cercato investitori esterni, ma semmai di reinvestire nella società. Non dobbiamo convincere della bontà di un progetto qualcun altro che non vive tutti i giorni il nostro settore. Il segreto di un’impresa familiare è la libertà di poter rischiare, la determinazione che si genera quando si lavora in proprio a tutti gli effetti e si rischia il patrimonio della famiglia stessa”. Questa peculiarità oggi potrebbe rappresentare un vantaggio inaspettato, in tempi in cui la questione della sovranità nel campo dei dati e del digitale diventa un tema strategico sul piano geopolitico.

Ciò che rende il caso Aruba interessante per noi è proprio questa compresenza di elementi di estrema modernità integrati con il recupero di centralità di tecnologie, forme di organizzazione e modi di produzione che sembravano anticaglie del passato industriale italiano. Non c’è da stupirsi particolarmente, la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale richiede intensività ed estensività dello sfruttamento di risorse e lavoro. Questo significa che, come già successo in passato in occasione delle altre Rivoluzioni Industriali, la catena del valore torna a distendersi oltre che nello spazio, anche nel tempo recuperando in chiave nuova le tecnologie basali del capitalismo. Come scrivevamo qui:

Ogni grammo di materia prima, ogni goccia di sudore devono essere catturati per non rimanere indietro nella competizione globale.

Acqua

L’alba del capitalismo italiano si è basata quasi interamente sulla forza dell’acqua. Prima come fonte di energia diretta attraverso i mulini ad acqua che venivano utilizzati non solo per macinare i cereali, ma per azionare i mantici dei forni fusori, per attivare le pile idrauliche delle cartiere, per muovere le bielle delle segherie ecc… poi con l’idroelettrico. La disponibilità di acqua e legname resero le valli alpine tra i primi luoghi di insediamento industriale. Alcune di queste industrie insistevano su tradizioni precedenti, precapitalistiche, come il tessile nel biellese o l’industria armiera in Val Trompia.

Mappa dell’industrializzazione alpina nel periodo 1850-1880. Di Marcello Modica da Revue de géographie alpine

La trasformazione dei paesaggi alpini fu impressionante e repentina. In molte delle valli interessate da questi primi cicli di industrializzazione esistono tutt’ora archeologie industriali di quell’epoca. Progressivamente la centralità delle valli alpine nel processo industriale iniziò a scemare: le nuove infrastrutture permettevano di trasferire energia e materie prime nelle grandi città invece di combinarle in loco. Fu per certi versi una prima rivoluzione logistica. In alcuni casi l’industrializzazione alpina si fermò qui, in molti altri invece durò almeno fino agli anni ‘70-’80 del novecento, in altri ancora, sebbene più rari, questa forma dell’organizzazione spaziale e lavorativa del capitalismo confluì nel modello della piccola e media impresa e dei distretti industriali che hanno caratterizzato l’economia del nord e centro Italia negli scorsi decenni.

Il data center di Aruba a Ponte San Pietro in provincia di Bergamo si trova lungo il corso del fiume Brembo. Sembra quasi una scelta simbolica: tra miniere, tessile e edilizia la Val Brembana rientra perfettamente nella storia raccontata qui sopra.

Ma quella di Ponte San Pietro non è l’unica centrale idroelettrica acquisita da Aruba.

Dal sito di Aruba

Il parco idroelettrico dell’azienda ad oggi comprende 11 centrali: una in Friuli-Venezia Giulia lungo il Fella, a Pontebba (UD), due in Veneto lungo l’Astico, a Chiuppano e Calvene (VI), cinque il Lombardia sul Lambro ed il Brembo ed infine le tre acquistate recentemente in Piemonte nei comuni di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese. Le tre infrastrutture piemontesi acquistate sono state costruite oltre un secolo fa. Complessivamente viene prodotta da queste centrali 60 GWh di energia rinnovabile all’anno, l’equivalente del fabbisogno elettrico di oltre 22.000 famiglie, e una potenza installata di circa 11,6 MW. In alcuni casi le centrali erano dismesse e sono state riattivate da Aruba.

A cosa servono queste centrali? Lo spiega la stessa azienda in una dichiarazione6:

“Si tratta di una strategia che distingue Aruba nel panorama dei provider di infrastrutture e servizi digitali – si legge in una nota della società -. Il Gruppo non si limita ad approvvigionarsi di energia rinnovabile sul mercato, ma la produce direttamente con impianti di proprietà. Le nuove centrali sono state selezionate secondo criteri industriali precisi: continuità della risorsa idrica, presenza di infrastrutture consolidate lungo il corso del fiume, impianti a monte che ne regolano la portata e diversificazione geografica del portafoglio produttivo.”

Come ormai è noto i Data Center sono strutture estremamente energivore che richiedono un flusso costante di elettricità per mantenere gli hardware operativi. Il parco di centrali idroelettriche di Aruba non è collegato direttamente alle server farm, ma rifornisce la rete nazionale. L’investimento ha però un significato strategico: rafforzare la disponibilità di energia rinnovabile, diversificare le fonti di approvvigionamento e aumentare la resilienza del modello energetico aziendale7. Questo investimento permette da un lato ad Aruba di ammortizzare i costi dell’energia, ma dall’altro anche di avere delle infrastrutture proprietarie che magari un domani potrebbero tornare utili come fonti energetiche dirette. Negli Stati Uniti qualcosa di simile sta già accadendo: la corsa all’oro dei data center ha portato con sé la costruzione di molte nuove centrali a gas8. In Texas è in costruzione una centrale a gas che avrà l’impronta ecologica per singolo impianto più grande negli USA ed è destinata ad alimentare, almeno nella prima fase, esclusivamente un data center di Amazon9. Diverse delle compagnie di big tech stanno valutando la costruzione di impianti esclusivi e anche l’amministrazione Trump sembra orientata in questa direzione.

Terre

Silius è un comune della Sardegna di 985 abitanti. Negli anni cinquanta del novecento si iniziò a scavare sotto terra alla ricerca di fluorite, un minerale con diversi impieghi industriali nelle plastiche, nella metallurgia e nell’ottica. Ma forse l’uso più noto era quello nella produzione di gas CFC utilizzato all’interno delle bombolette spray e nei circuiti dei frigoriferi che è stato vietato poiché ritenuto tra i principali responsabili del buco nell’ozono. Circa trent’anni fa il complesso minerario di Silius è entrato in crisi e ha smesso di estrarre. Fino allo scorso anno quando è stato annunciato che si ricomincerà a scavare. L’iter con cui si è giunti alla riapertura della miniera è piuttosto periglioso come riporta questo articolo, in sostanza Aruba con un aumento di capitale ha acquisito la maggioranza delle quote della Società Mineraria Gerrei, nata da un’associazione temporanea di impresa tra la Sma Srl di Castegnato (Brescia) e la Edilmac srl di Gorle (Bergamo). Le previsioni sono di estrarre 70mila tonnellate di fluorite l’anno e 6.800 tonnellate di galena.

La fluorite rientra tra i materiali compresi all’interno del Critical Raw Materials Act (CRMA)10 dell’Unione Europea che ha l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle terre rare e dai materiali critici importati da fuori UE. Attualmente, l’Europa copre solo il 6% del proprio fabbisogno di fluorite. I nuovi progetti dovrebbero consentire una crescita della produzione domestica UE comunque non superiore al 12% della domanda interna. L’importanza della fluorite in campo digitale deriva dal suo ruolo nella costruzione di batterie, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e superconduttori.

La riapertura della miniera di Silius si inserisce in un piano più ampio, fortemente voluto e sostenuto dal governo italiano per riprendere l’esplorazione e l’estrazione di materiali critici in diversi luoghi d’Italia11. Esistono molti dubbi che questi tentativi di rilancio dell’industria estrattiva in Europa riescano realmente a ridurre la dipendenza, ma, come abbiamo già scritto, in questa nuova rivoluzione industriale ogni materia prima, che sia l’energia o un minerale, deve essere sfruttata al massimo del potenziale tecnico disponibile, poco importa dei suoi costi sociali ed ambientali.

Conclusione

Al di là della retorica green che ammanta i comunicati di Aruba queste operazioni sono interessanti perché mettono in evidenza, su scala italiana, alcune delle tendenze più generali del capitalismo digitale. La corsa all’Intelligenza Artificiale sta imponendo alle aziende impiegate nel settore forme di integrazione verticale che si allungano su tutta la filiera. Possedere ciò che produce energia, possedere la materia prima e così via diventa sempre più fondamentale per competere sul mercato dentro un quadro di tensioni geopolitiche e sociali crescenti. Questo produrrà meccanismi sempre più significativi di espropriazione dei cosiddetti “beni comuni”, la riattivazione di vecchie tecnologie considerate superate o dannose pur di rimanere in gara. Questi elementi si inseriscono in un quadro più generale legato ai pericoli che lo sviluppo dell’IA in un ambiente privato e proprietario sta producendo. Se la filiera dell’IA si fa progressivamente sempre più totale, allo stesso tempo le lotte si possono generalizzare, possono scalare i livelli di realtà. Oggi dalla contestazione del costo delle bollette alla critica al capitalismo digitale il passo è breve.

  1. https://www.aruba.it/press-kit/aruba-prosegue-gli-investimenti-nell-energia-pulita.aspx ↩︎
  2. https://www.unionesarda.it/news-sardegna/provincia-cagliari/il-blitz-di-aruba-nei-segreti-rari-di-silius-y2eki2vm ↩︎
  3. Attualmente è il modello di Data Center su cui si stanno concentrando gli investimenti. Sono strutture gigantesche con un enorme consumo di potenza. Generalmente sono dedicati alla gestione di cloud pubblico, big data ed elaborazione su scala globale per colossi tech. ↩︎
  4. I tecnopoli sono luoghi dove si intrecciano la ricerca pubblica e privata in campo scientifico, l’innovazione tecnologica e l’applicazione di queste innovazioni nel campo dell’impresa privata. L’esempio più noto a livello globale è quello della Silicon Valley. In Italia i tecnopoli sono circa trenta e si inseriscono nelle filiere dei settori più disparati, dal tech all’agroalimentare. ↩︎
  5. https://forbes.it/2019/03/04/lhighlander-italiana-della-tecnologia-aruba ↩︎
  6. https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2026/07/la-grande-sete-di-energia-del-cloud-aruba-acquisisce-tre-centrali-idroelettriche-piemontesi-881b0411-5abc-4184-89f1-10bf682ce81a.html ↩︎
  7. https://www.lamiafinanza.it/2026/07/aruba-compra-tre-centrali-idroelettriche-lenergia-diventa-linfrastruttura-strategica-dellintelligenza-artificiale/ ↩︎
  8. https://www.tomshardware.com/tech-industry/data-centers/us-ai-data-centers-projected-to-become-the-fifth-largest-natural-gas-consumer-in-the-world-by-2035-consumption-to-grow-by-15-billion-cubic-feet-per-day-as-demand-for-compute-increases ↩︎
  9. https://www.hdblog.it/mercato/articoli/n666755/amazon-centrale-gas-data-center-ai-texas/ ↩︎
  10. https://single-market-economy.ec.europa.eu/sectors/raw-materials/areas-specific-interest/critical-raw-materials/critical-raw-materials-act_en ↩︎
  11. https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/programma-nazionale-di-esplorazione-mineraria/programma-nazionale-di-esplorazione-mineraria ↩︎

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.

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